Talpa – Il laburismo del PCI

Nel 1956 Amendola disse all’VIII Congresso: « A coloro che nel quadro del processo di unificazione socialista ripropongono l’ipotesi di un partito unico, noi diciamo che nelle condizioni concrete in cui si svolge in Italia la lotta di classe, questa ipotesi non ci sembra oggi, come non ci sembrò nel ’45, che abbia un valore politico attuale ». Oggi, invece, Amendola ha cambiato idea e nelle sue « Ipotesi sulla riunificazione » (Rinascita, 28 novembre 1964) afferma « la necessità e la possibilità della formazione di un partito unico della classe operaia ».

Quella di Amendola non è una posizione isolata: prima di lui, Longo, in una intervista all’Espresso (24 sett. 1964), affermò tranquillamente che il PCI è disposto « ad esaminare senza preconcetti anche il problema del nuovo nome che dovrebbe assumere il partito unico ». Inoltre, il dibattito che è seguito all’articolo di Amendola ha dimostrato che tutte le correnti del PCI, compresa la FGCI, si allineano sulla sostanza delle posizioni di Amendola.

Quale giustificazione ha dato il PCI di questa svolta, quali nuove condizioni oggettive sono intervenute per rendere necessaria questa nuova prospettiva? Chiederlo ai dirigenti del PCI e fatica sprecata: essi infatti non hanno condotto nessuna analisi–nessuna indagine che possa pretendere alla definizione di analisi marxista e leninista delle condizioni internazionali e nazionali della lotta di classe–da cui abbiano fatto discendere la loro nuova impostazione politica su una questione così fondamentale qual’è quella della struttura e della funzione del partito.

Tanto è vero che si è visto gli intellettuali del partito ( tipo Romano Ledda), quelli che vivono nelle nuvole del cosiddetto marxismo creativo italiano c ai margini della quotidiana prassi riformista del PCI e certi quadri di base ai quali la direzione in tanti anni non ha saputo dare altro che una mistica patriottica del partito (che ora si ritorce contro i suoi disegni), non essendo stati preparati a ricevere un discorso del genere, hanno protestato contro l’audacia revisionista di Amendola e hanno chiesto un approfondimento teorico come condizione della riunificazione.

Sappiamo già a che cosa porterà questo approfondimento teorico nelle mani dei Gruppi, dei Gerratana, dei Cerroni e dei Ledda. Non a una analisi marxista e leninista di cui ormai il PCI si è dimostrato assolutamente incapace Porterà ai soliti stantii discorsi sulla democrazia, sulla Costituzione, sulla eredità dell’antifascismo, delle grandi lotte democratiche », sul blocco storico, sull’alleanza con i ceti medi e la borghesia non monopolistica, sulla « pianificazione democratica », tutte cose, si dirà, che per essere attuate richiedono la riunificazione con i « partiti della sinistra democratica ».

Per Amendola invece che sente più degli altri la forza frenante dell’ideologia che il PCI si porta dietro dall’epoca della III Internazionale, che si è sempre più rivelata, a causa dei fantasmi comunisti, bolscevichi, ancora presenti, un impedimento ad intraprendere la via italiana al socialismo, cioè un più schietto riformismo adattato alle particolarità culturali e politiche italiane, è sufficiente la constatazione che « nessuna delle due soluzioni prospettate alla classe operaia dei paesi capitalistici dell’Europa occidentale negli ultimi cinquant’anni, la soluzione socialdemocratica e la soluzione comunista, si è rivelata fino a ora valida al fine di realizzare una trasformazione socialista della società, un mutamento del sistema » e basta l’argomento che « una organizzazione politica che non raggiunga i suoi obbiettivi in un cinquantennio con almeno tre generazioni di militanti, deve ricercare le ragioni di questo insuccesso, e sapersi trasformare ».

Le ragioni di questo insuccesso sono chiare al « pratico »Amendola: sono date dalla disunione del movimento operaio italiano dalla lotta fra socialdemocrazia e stalinismo, dalla unilateralità della loro azione politica che li opponeva come i due poli di una contraddizione. Data questa diagnosi il rimedio è presto trovato: unifichiamo il movimento operaio in un partito unico dei lavoratori che deve essere la sintesi superatrice delle insufficienze e unilateralità del PCI e della socialdemocrazia; con tale partito potremo utilizzare tutta la forza politica dei partiti della sinistra democratica che alle ultime elezioni hanno raccolto il 48 % dei voti.

Non ci voleva il genio di uno stratega per arrivarci, ma solo il buon senso dell’uomo della strada a cui la vita ha insegnato che per mettere in pratica il detto antico « con l’unione si fa la forza » o anche « uniti si vince » occorre un po’ di « diplomazia ” per conciliare le diverse esigenze degli alleati e bisogna dare a tutti un contentino.

Quello che Amendola e nessun altro ci ha spiegato è perché tale strategia dell’uomo della strada o meglio del democratico della strada sia giusta oggi e non 5 o 10 anni fa.

Forse che il PCI solo all’età di 50 anni raggiunge la maturità necessaria per esercitare l’autocritica e saper interpretare fuori dalle illusioni della giovinezza il suo passato, la sua esperienza? Questa è l’unica spiegazione che il lettore comune può trarre dall’articolo di Amendola. Basta infatti confrontare tale articolo con gli articoli e i resoconti congressuali di 3 o 5 o 8 anni fa per accorgersi che nessuna condizione nuova è sorta: siamo Sempre nell’epoca del XX Congresso, della coesistenza pacifica, delle vie nazionali al socialismo e in particolare della « creativa » elaborazione della via italiana, la Costituzione è sempre lì a ripetere che l’Italia deve essere una repubblica fondata sul lavoro, è sempre li che grida vendetta, ecc. ecc. L’unico tratto nuovo è la progressione elettorale del PCI e la nuova partecipazione al governo del PSI. Ed infatti è su questi fatti politici che si basa la nuova strategia che, mettendo al posto dei rapporti di forza fra le classi la buona volontà degli uomini, chiama tutti i democratici italiani a collaborare in un partito unico per meglio resistere alle seduzioni del « sistema » che ha già traviato il compagno Nenni.

Questa la logica soggettiva dei dirigenti del PCI. Quale la logica oggettiva che muove oggi il PCI a parlare con tanta insistenza di un partito unico del lavoro? La nostra corrente lo ha da tempo individuato.

Nell’articolo il « XX Congresso e il PCI » nel 1961 abbiamo così analizzato il nuovo ruolo che il PCI veniva assumendo in conseguenza della crisi finale dello stalinismo e della adozione della strategia neoimperialistica krusceviana: « La strategia stalinista era la strategia di un capitalismo di stato isolato che usava il movimento operaio occidentale e le rivoluzioni coloniali come supporto tattico, e nel far ciò tradiva la Rivoluzione d’Ottobre che aveva usato la sua dittatura del proletariato come punto di appoggio per le rivoluzioni proletarie e coloniali. Ma la strategia stalinista aveva un limite ristretto e « nazionale »… La nuova strategia sovietica sta superando tale limite e si delinea con aspetti più vasti, Ormai non può più restringere l’uso strumentale dei PC e del proletariato occidentale alla « difesa dell’URSS ». Dilatando il raggio d’azione della sua strategia sposta ed allarga non solo il terreno di realizzazione ma pure le forme della realizzazione stessa. Sostanzialmente si tratta di un processo lento e contraddittorio di « occidentalizzazione » occidentalizzazione delle intese e dei contrasti, cioè creazione oggettiva di interessi imperialistici comuni tra blocco occidentale e blocco sovietico « occidentalizzato ».

Si diceva ancora nel 1961 che « le nuove esigenze strategiche richiedono un apparato più tecnicizzato e socialdemocratico di tipo nuovo, in cui l’opera propagandista non deve essere tanto contro Nenni quanto contro i cinesi. La concezione strategica della « coesistenza pacifica » non comporta tanto un tipo di alleanza momentanea quanto una profonda integrazione ».

Infatti la logica oggettiva del ruolo controrivoluzionario del PCI ]o spinge sempre di più a integrarsi nella società italiana e con l’internazionalizzazione del capitalismo italiano a integrarsi nel corpo più vasto dell’imperialismo unitario che abbraccia le potenze capitalistiche coesistenti. L’autonomia da Mosca, il policentrismo togliattiano, il memoriale di Yalta sono alcune manifestazioni di questa collocazione sociale del PCI .

L’integrazione sempre più stretta con i valori politici occidentali della democrazia parlamentare e pluripartitica è il frutto che oggi coglie il movimento operaio italiano. Su una tale pianta non poteva non maturare anche l’idea del partito unico dei lavoratori, della unificazione con le forze politiche che fin dalla loro origine hanno ripudiato anche le forme più limitate di internazionalismo proletario, per mettersi al servizio del capitalismo nazionale e dell’imperialismo mondiale contro le forze anti-imperialistiche, che essendo abbandonate dal proletariato occidentale, non possono sviluppare tutta la loro potenzialità rivoluzionaria e sono costrette a venire a patti con l’imperialismo e a esprimersi in ideologie populistiche .

Inoltre una tale integrazione e occidentalizzazione non può non indurre il PCI a liberarsi di tutti i fantasmi comunisti della sua ideologia che erano utili al tempo di Stalin e della guerra fredda, ma non lo sono più ora. Non è stato però sufficiente liberarsi dello spettro della dittatura del proletariato sostituendo a questa espressione quella più innocente di partecipazione dei lavoratori alla direzione dello Stato, liberarsi della concezione leninista della democrazia (per cui la democrazia è quell’ordine sociale e politico che consente alla lotta di classe di liberare tutta la violenza sociale che ha in sé) con la più piatta concezione borghese del diritto, non è stato sufficiente contrapporre il giovane Marx al « russo » Lenin e al leninismo la tradizione nazionale gramsciano-togliattiana. Anche il nome Partito Comunista porta con sé l’impronta del leninismo, del bolscevismo. Anche il nome è diventato un impedimento all’inserirsi sempre meglio nel corpo della nazione italiana e nella psicologia del piccolo borghese pacifista e democratico, sempre alieno dagli « eccessi ” del bolscevismo. Ci vuole un nome che non faccia paura a nessuno, un nome come partito del lavoro che nella sua genericità abbraccia tanto il lavoro salariato come il lavoro dei contadini degli intellettuali delle casalinghe, dei professionisti e degli industriali. un nome che come ogni « laburismo » ha la funzione di confondere il lavoro salariato col lavoro di tutti gli uomini, di cancellare la differenza specifica fra il lavoro salariato e il lavoro in generale sulla quale, come sul conseguente obiettivo specifico della abolizione del salario. si basa il socialismo marxista

TALPA

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