Lorenzo Parodi – Una occasione per la riscossa operaia contro il capitalismo e l’opportunismo

Abbiamo ripreso la nostra critica rivoluzionaria al sindacato in un momento che, nelle intenzioni dei protagonisti delle vicende congiunturali, dovrebbe segnare la ripresa del « boom » sindacale.

Naturalmente una ripresa sindacale non disgiunta dalla ripresa economica; cioè il sindacalismo inteso come un prodotto dell’era neocapitalistica e delle sue alterne fortune. E’ sempre a fuoco il problema degli alti e bassi salari, recentemente stimolato da concreti motivi di confronto, quali l’aumento delle indennità parlamentari la vertenza contrattuale degli elettrici e relative polemiche. Infatti sono scaduti o stanno per scadere i contratti di categorie importanti, in testa alle quali è quella dei metallurgici, e la battaglia propagandistica per « articolare » le rivendicazioni a sempre nuovi livelli di « concretezza » cade nelle più lampanti contraddizioni.

La parola d’ordine del « centrosinistra » è che le rivendicazioni salariali dei sindacati si devono attenere ad una linea di « prudenza » per non rinsecchire « il già debole filone degli investimenti industriali ». Per la ripresa economica, si fa appello agli industriali « di investire di più, di investire con decisione ». Investire per alzare il saggio di profitto, contraendo il più possibile il capitale variabile cioè la parte investita in salari che deve essere sacrificata a favore dell’accumulazione capitalistica. E il sindacato che meglio traduce la linea del centrosinistra, trascinandosi dietro le buone intenzioni « unitarie » della CGIL, la CISL, ha già adeguato alla « prudenza »i programmi rivendicativi; A questa sensibilità non ha fatto riscontro la prudenza dei parlamentari. Infatti il giornale dell’ENI, dopo aver propagandato le tesi della CISL, ha biasimato « l’imprudenza » dei parlamentari. L’ha biasimata sul piano della tempestività senza mettere in discussione, naturalmente, il fatto dell’aumento. Lo ha difeso, anzi, come un adeguamento al reddito del più povero degli industriali.

Grazie alla documentazione statistica del giornale dell’ENI, sappiamo che l’Italia è al terzo posto nella graduatoria degli alti stipendi dei dirigenti industriali (nel 1961 eravamo al secondo posto, subito dopo l’America); per cui non si può rimproverare all’« onorevole » quelle duecentomila lire di adeguamento con le quali ha raggiunto quota 653.000.

I posti in graduatoria si rovesciano quando si tratta di salari operai, lo sanno tutti ! Ma la CISL dice che i metallurgici avanzano una proposta rivoluzionaria: quella di « abolire la divisione tra la tuta e i colletti bianchi ». Questa proposta è ora la base della a unità operativa » dei sindacati. Infatti gli argomenti che la sorreggono si prestano così bene alla demagogia socialdemocratica dell’elevamento dei rapporti sociali da fornire una buona copertura al nullismo rivendicativo dei sindacati in fase di prudenza congiunturale.

Perbacco, in America e negli Stati più « avanzati » si dice, i contratti di lavoro parlano ormai di lavoratori in genere senza riferimenti ad « assurde » distinzioni tra « impiegati ed operai ».

E così, dopo vent’anni di distinzioni rivendicative che hanno prodotto le sperequazioni abissali che conosciamo, ecco che i sindacati tirano in ballo le differenziazioni che costituiscono motivo di scandalo e di recriminazioni, ovvero di divisione della classe operaia dal ceto impiegatizio. Rivoluzionariamente sostengono che bisogna far opera di perequazioni nel trattamento normativo per ferie, malattia, indennità di licenziamento ecc. Giunti però alla sostanza del problema, ecco che l’impalcatura propagandistica rovina malamente.

Rovina perché: 1) i sindacati accettano la politica del centrosinistra « comprensiva »delle difficoltà congiunturali aziendali e di settori, per cui nella piattaforma unitaria rivendicativa non è stata precisata alcuna richiesta di miglioramenti salariali. E’ certo invece che non vi può essere perequazione normativa se non è sostenuta da una richiesta di perequazione salariale: gli operai metallurgici ricordano amaramente le condizioni della precedente vertenza contrattuale quando un operaio qualificato si ebbe tremila lire di aumento mensile mentre un impiegato di prima categoria ne ottenne oltre quindicimila senza aver dato alcun apporto alla lotta. In sostanza o la perequazione normativa si traduce in miglioramenti salariali per l’operaio a breve scadenza (ad esempio l’ora di straordinario` dell’impiegato è retribuita con una maggiorazione molto superiore di quella dell’operaio, e questa è anche una delle ragioni della diffusione del fenomeno dello straordinario), o non è una perequazione.

2) La demagogia rivendicativa, è rivelata dagli stessi primi approcci vertenziali. Le partecipazioni statali assumono il ruolo di realizzatori della politica sindacale del centrosinistra proprio come nella precedente vertenza contrattuale quando l’impostarono col famoso protocollo d’intesa con i sindacati. Nel primo incontro dei sindacati con l’Intersind questa fa un’esposizione delle differenti condizioni dei settori e delle aziende: in alcuni settori aziendali si potranno accogliere le rivendicazioni dei sindacati, nei settori e nelle aziende in crisi non si potranno concedere miglioramenti. I sindacati (FIOM in testa) magnificano il metodo vertenziale dell’Intersind che riconosce il sindacato a tutti i livelli.

Non si capisce come si possa fare opera di perequazione per colmare l’abisso che separa la tuta dai colletti bianchi, quando poi si accetta un’ulteriore sperequazione salariale e normativa tra settori e aziende.

A meno ché, specialmente agli operai dei settori cosiddetti in crisi non si voglia far indossare il colletto bianco sopra la tuta.

Sostanzialmente, la demagogia sulla perequazione tra operai ed impiegati nasconde la linea politica sindacale di adeguamento alle esigenze produttivistiche dei singoli settori e delle singole aziende nel quadro del sistema capitalistico complessivo. La questione fondamentale per le aziende siderurgiche e metalmeccaniche, ad esempio, non è stato tanto stabilire una perequazione normativa tra impiegati ed operai quanto determinare una contrattazione della forza-lavoro che permetta un investimento di capitale variabile (salari) strettamente proporzionale alle esigenze aziendali della produzione. La riorganizzazione tecnico – amministrativa interna alle aziende prevede tra l’altro, sull’esempio delle più sviluppate aziende americane, una nuova distribuzione tra le categorie impiegatizie ed operaie, una nuova « qualificazione » che giunge ad una ripartizione e retribuzione per « mansioni » e non più per categorie.

Sotto questo aspetto si arriverà come in America ad una generale qualifica di a lavoratori » con « mansioni » specifiche.

Quindi non è la perequazione la questione di fondo. Questa rimane sempre il tipo di contrattazione del prezzo della forza-lavoro. Per un gruppo di aziende, capeggiate dalla FIAT, dall’IRI e dall’ENI, la contrattazione deve essere « articolata », cioè deve adeguarsi alle esigenze dell’azienda. I sindacati, in teoria e in pratica, accettano questa « politica » aziendale nel quadro della quale vogliono impostare la lotta contrattuale.

La questione fondamentale per la classe operaia, invece, rimane la sua capacità contrattuale complessiva perché proprio in questa capacità sta la forza e l’unità dei salariati. La lotta per un contratto unico e nazionale che si basi, sulla spinta delle conquiste ottenute, sui livelli più alti raggiunti dalla classe operaia nelle aziende di punta, ha una enorme funzione politica di educazione di solidarietà di unità per il proletariato.

Esso permette di superare quella divisione che la stessa produzione capitalistica nella sua organizzazione aziendale, aiutata dai sindacati, produce nei lavoratori salariati tra regione e regione, tra fabbrica e fabbrica, tra settore e settore.

La lotta per i contratti; e soprattutto per quello metallurgico, può essere una occasione di riscossa e di superamento delle divisioni aziendali.

Il compito è duro e difficile. Il prossimo avvenire ci dirà se la classe operaia saprà imboccare la via dura e difficile della lotta generale e unitaria o quella dell’adeguamento aziendale impostata dai sindacati. Ad ogni modo noi leninisti saremo sempre al suo fianco, dentro alle sue file, consapevoli partecipi dei suoi successi o delle sue sconfitte.

LORENZO PARODI

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