Una risposta operaia alla Fiat

Il ruolo dei sindacati nella società capitalista ha assunto sempre maggiore importanza via via che il capitalismo ha raggiunto la sua maturità imperialistica. Come si accentua l’esigenza di un controllo borghese delle organizzazioni di massa del proletariato, maggiore diventa l’«articolazione» del controllo sui sindacati attraverso il loro riconoscimento giuridico a tutti i livelli. La stampa borghese ha appunto salutato l’ingresso del sindacato nelle fabbriche, aperto dai recenti accordi contrattuali, come una conquista della democrazia industriale».
Il processo avviene dialetticamente, e quindi non senza contrasti. Se ci sono state e ci sono delle resistenze nel concedere questo riconoscimento ai sindacati – soprattutto per i modi e i tempi dell’articolazione al livello di fabbrica – esse non riguardano le garanzie che il padronato ha già ottenuto dall’istituzione sindacale, ma riguardano la condizione della massa sindacale e non sindacale, la cui «integrazione» nel sistema è soltanto nella fantasia della sociologia piccolo-borghese.
Specificatamente: 1) Perché la corsa tra salari e costo della vita spinge gli operai dell’industria manifatturiera, a basso livello salariale, a considerare il potere sindacale fuori dagli schemi burocratici del sindacato: cioè, soltanto in termini di miglioramenti economici immediati. 2) Perché la corsa alla concentrazione e la concorrenza sfrenata su piano internazionale, costringe il capitalismo a ridimensionare il fenomeno dell’aziendalismo man mano che si fa più difficile la possibilità di far partecipare masse consistenti di aristocrazia operaia ai benefici del sovrapprofitto imperialistico.
La debolezza delle tesi sulla cosiddetta integrazione della classe operaia e la loro derivazione appunto sociologica, priva di ogni analisi scientifica, è ora possibile dimostrarla con esempi abbastanza significativi.
Già alla conclusione dei primi accordi che sancivano l’ingresso del sindacato nella fabbrica a scapito della concessione di miglioramenti economici sostanziali, la classe operaia ha dato segni evidenti di non facile «integrazione»: assemblee sindacali trasformate nello sfogatoio del risentimento per le istanze tradite; tessere stracciate in certe sedi sindacali; rifiuto di sottoscrivere la mezza giornata per la alluvione come risentimento verso gli accordi sindacali e ripudio dell’«unità nazionale» praticata dai sindacati che avevano firmato gli appelli di solidarietà insieme alle direzioni padronali.
Il test più importante è però venuto dalle elezioni sindacali alla FIAT. Tanto importante che il giornale del capitalismo di Stato ha rilevato in esse la conferma e lo sviluppo di «un fenomeno  allarmante»: quello del «partito delle schede bianche».
E’ noto che l’organizzazione padronale delle Partecipazioni statali, l’INTERSIND, è stata la prima ad accogliere l’istanza del sindacato nella fabbrica. Per cui la sconfitta del SIDA, il sindacatino aziendale logorato dal suo effimero potere, è stata accolta dal giornale dell’ENI, che il capitalismo di Stato rappresenta, con malcelato compiacimento. Il «moderatismo» del lavoratore FIAT che prima si esprimeva col SIDA, adesso è preso a balia dalla UIL e perfino dalla FIOM, se è vero che quest’ultima, diversamente dalla CISL le cui ingenuità massimalistiche hanno nuociuto (attivisti colpiti, ecc.) avrebbe agito con cautela, sapendo coprirsi con manovre tattiche efficaci.
La sconfitta del SIDA  si è detto -coincide con la sua dissociazione dalla agitazione nazionale per il contratto, e cioè può essere anche vero. Tuttavia il desiderio del lavoratore FIAT di fissare con chiarezza «la difesa di una forza contrattuale impostata su scala nazionale» non poteva essere appagato da un’agitazione la cui istanza-base, «il sindacato nella fabbrica», non può che riportarlo, in definitiva, all’esperienza deludente del sindacato «di fabbrica».
Intanto lo stesso fenomeno che allarma i controllori della classe operaia è già una risposta e un distinguo importante, non solo per le scelte del lavoratore FIAT, ma per capirne la sua posizione che non è certo quella del lavoratore «completamente integrato» L’anomalia nel sistema che tutto dovrebbe integrare è costituita da circa 20.000 voti non validi (per la maggioranza schede bianche), pari al 17,5% dei votanti, l’entità di un sindacato. Il «Giorno» ha ricordato che il fenomeno si era già manifestato a Trieste per le elezioni amministrative; e Trieste era appena uscita da una situazione che se aveva soddisfatto le istanze municipalistiche della borghesia cittadina, non aveva certo soddisfatto quelle della classe operaia. Ma è più importante la spiegazione che si è cercato di dare al fenomeno di Torino: quel «70 per cento degli operai della FIAT che sono di terza categoria», cioè operai non qualificati e manovali.
Che, questi operai non abbiano capito i contrasti e i tatticismi dei sindacati «perché hanno fatto soltanto la quinta elementare» è la spiegazione che si danno i cronisti dell’integrazione. Nella realtà, i tatticismi dei sindacati li hanno capiti al punto da rifiutarne la fiducia: perché non solo questi operai non hanno beneficiato delle briciole del sovrapprofitto imperialista che il paternalismo FIAT elargiva all’aristocrazia operaia attraverso il sindacato di fabbrica, ma essi sono la massa cui non è lecito sperare nemmeno dalle agitazioni contrattuali nazionali impostate dai sindacati. Sono coloro che si devono accontentare del solito cinque per cento secco sui minimi tabellari, perché la progressione geometrica stabilita dai parametri per formulare le paghe-basi li inchioda eternamente nella palude del sottosalario.

Quando in sede nazionale si formulano i nuovi parametri, si parte sempre dalla paga del manovale comune che è congelata; essa è sempre 100 col valore dei contratti precedenti, e per i primi scalini della scala parametrale le «distanze» non fanno scandalo. Lo scandalo si avverte quando si riscontrano le distanze delle categorie superiori fino al limite vicino al trecento della categoria impiegatizia più alta. Infine dal primo all’ultimo gradino della scala suddetta vi è una differenza ancora superiore da 100 a 300 Per il giuoco percentuale delle altre voci salariali, tipo contingenza, ecc.
Insomma, il fenomeno di Torino è una prima risposta alla demagogia dei sindacati che all’inizio dell’agitazione contrattuale avevano promesso di colmare l’abisso tra le tute e i colletti bianchi, tra gli operai e gli impiegati, attraverso le rivendicazioni normative, mentre le rivendicazioni più conseguenti dovevano essere di carattere salariale. Questo Primo rifiuto di fiducia, sia nel sindacato di fabbrica che in quelli dell’unità nazionale, darà i suoi frutti per l’avvenire, quando la lotta di classe sarà in grado di liquidare tutte le mistificazioni dell’opportunismo per la presenza del Partito di classe.

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