Venezuela: la falsa alternativa fra riformismo e guerriglia

Nel Venezuela esiste da anni una situazione di acuta crisi politica. Si sono raggiunte forme di lotta molto radicalizzate dalla guerriglia nelle campagne alle lotte di strada a Caracas, dal boicottaggio delle elezioni al terrorismo rivoluzionario.
Ma nel VI Plenum del CC del Partito Comunista Venezuelano nell’aprile del 1965, è stato deciso un cambiamento di tattica: l’abbandono della lotta armata ed un ritorno alla legalità per la «conquista di un governo di pace democratica e contro la fame».
Tale riunione da parte del PCV di una via rivoluzionaria per una via democratica e parlamentare è motivata, secondo quanto scrive un dirigente del partito, Hector Mujica, su «Rinascita» del 16 aprile 1966: dall’esistenza di «molte forze non comuniste, sia all’opposizione sia al governo (che) vogliono modificare questa situazione opprimente, che rischia dì far precipitare il paese nell’abisso della guerra civile» inoltre «la maggioranza parlamentare del governo si è ridotta a due voti» (è quindi possibile una «nuova maggioranza» direbbero Longo e Amendola). Si auspica naturalmente la formazione di un partito unico, e si critica la tattica del boicottaggio delle elezioni del 1963 che ha permesso al presidente Leoni di mantenere il potere.
Ed infine «lo spartiacque non è dato dal fucile, ma dall’atteggiamento verso l’imperialismo»  in quanto tra la borghesia esistono contraddizioni e si può perciò costituire una «volontà nazionale» unitaria e antimperialista; per fare ciò il PCV «deve tener conto di tutte le esitazioni e i dubbi di un movimento democratico che persegua gli stessi obiettivi per vie diverse».
Insomma è la vecchia tattica dei fronti popolari, che noi in Italia conosciamo benissimo, la tattica delle alleanze con «i borghesi democratici» contro «i borghesi fascisti» che si traduce in una serie interminabile di sconfitte per il proletariato nel travisamento di ogni più elementare principio marxista, nella resa incondizionata al sistema borghese e nella rinuncia totale ad ogni aspirazione alla rivoluzione sociale.
Questa decisione presa dai dirigenti del PCV e del MIR (l’altro partito dell’opposizione illegale) ha suscitato dei contrasti profondi e delle scissioni in seno ai due partiti. Le trattative tra alcuni rappresentanti delle sinistre e il governo, che, secondo «Le Monde» del 13-14 marzo 1966, duravano da due anni, hanno portato a concordare la liberazione dei detenuti politici e il ritorno alla legalità in cambio della cessazione delle azioni di guerriglia.
Gli scissionisti accusano di questo quei dirigenti del PCV come Jesus Farias e Gustavo Machado, segretario generale del partito, e del MIR conte Alberto Rangel, che sarebbero i primi beneficiari dell’amnistia essendo detenuti nelle carceri governative.
L’abbandono della guerriglia la rinuncia alla lotta avviene mentre Che Guevara (questo populista, teorico del maoismo nella sua versione sudamericana) annuncia la vittoria della «guerriglia rivoluzionaria» in tutto il continente entro cinque anni.
Noi marxisti dobbiamo vedere il perché di questa tragedia: il perché partiti come il PCV e il MIR, i cui militanti hanno pur pagato duramente di persona si trovano ora davanti a scelte contrastanti, ma ugualmente opportuniste che irretiscono e soffocano, coscientemente od incoscientemente, la spinta rivoluzionaria del proletariato venezuelano.
Da una parte la tattica «democratica» di collaborazione di classe dei filo-sovietici, dall’altra l’opportunismo populista e anti-marxista di chi vuole la rivolta dei contadini contro le città, come i maoisti, o la guerra per bande, come i castristi.
Il Venezuela è un paese capitalistico, con un proletariato industriale, in esso si pone all’ordine del giorno per dei rivoluzionari la tattica e la parola d’ordine della dittatura del proletariato urbano ed agricolo, guidato da un partito veramente comunista, che riesca a trascinare dietro di sé e sotto la sua egemonia i contadini poveri ed il sottoproletariato della città.
Questa lotta si dovrebbe saldare in una strategia continentale che si colleghi alle situazioni agrarie esplosive in Bolivia, Perù, Cile, Guatemala e Santo Domingo e fondamentalmente nell’immensa fornace rivoluzionaria che è il Brasile dove secondo gli ultimi dati circa 80.000 contadini proletarizzati stanno morendo di fame nel Nord-Est e presto altri milioni li seguiranno dando un quadro impressionante dello sviluppo del capitalismo e delle sue contraddizioni: un altro esempio di fame capitalistica come quella dell’India.
Questa dovrebbe essere la strategia di un movimento comunista internazionale, che tenga presente le situazioni nazionali ma in un disegno generale unitario, che organizzi la rivoluzione mondiale non in modo astratto e meccanico, ma in un lungo processo a catena tra i diversi paesi e nel corso anche di diversi anni, non abbandonando però l’obiettivo finale del socialismo e la strategia storica che fa perno sulla rivoluzione proletaria nel cuore del capitalismo: nel Nord-America, in Europa e in Russia.
Sono false, sono opportuniste e sono controrivoluzionarie e come abbiamo visto portano alla sconfitta del proletariato venezuelano, quelle tattiche di coesistenza pacifica tra le classi e tra gli stati o di guerriglia contadina, che rappresentano interessi e rivoluzioni borghesi sotto l’etichetta di «socialismo».
L’America Latina potrebbe, invece, diventare uno dei centri della rivoluzione socialista e proletaria, ma a condizione che vi operi un partito veramente comunista con una strategia veramente internazionalista. Non si tratta oggi, per il Venezuela di scegliere tra una tattica di guerriglia contadina od un riformismo socialdemocratico nelle città. La scelta è invece tra una strategia proletaria ed una politica piccolo-borghese, sia questa riformista o «guerrigliera». Solo una precisa linea rivoluzionaria che sposti il proletariato delle città e delle campagne può costituire il presupposto per affrontare e risolvere in senso radicale la questione agraria. Solo una politica proletaria conseguente può utilizzare la rivolta contadina nel quadro di una più ampia rivoluzione socialista nel continente.
Ancora una volta, come ci ha insegnato l’esperienza bolscevica, la lotta a fondo deve essere combattuta nelle città e non nelle campagne, deve essere tesa a spostare su posizioni rivoluzionarie i proletari. Se nel Venezuela, e nell’America Latina, non vi sono le forze politiche che abbiano la chiarezza necessaria per impostare questa battaglia, le tendenze che prevarranno saranno quelle contro le quali combatterono i bolscevichi e che oggi si presentano con nomi diversi: menscevismo-riformismo, da un lato, populismo-terrorismo, dall’altro.
Il risultato, nell’uno o nell’altro caso, sarà che il proletariato non riuscirà a prendere la direzione della rivolta contadina

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