Aldo Vinazza – Risposta dei Gruppi Anarchici d’Azione Proletaria sull’indirizzo del Partito Comunista Internazionalista (1953)

Cari Compagni,

Il documento, sufficiente come apertura di un dibattito, in quanto sollecita una discussione dei suoi enunciati ed una critica, ci sembra insufficiente come piattaforma per una organizzazione unitaria del proletariato rivoluzionario, ed anche come progetto di piattaforma. A questo scopo due difetti, a nostro avviso, li limitano: manca nel linguaggio e nella formulazione delle tesi una ispirazione unitaria, una impostazione che tenga conto in modo unitario di tutte le esperienze della classe e che tenda a riassumerle; le tesi sono lontane dal compendiare tutta la problematica del proletariato rivoluzionario, i problemi la cui soluzione è appunto un presupposto dell’unità ideologica. Anzi le tesi indugiano parecchio su questioni che appartengono alla querelle interna al vecchio partito comunista internazionalista: querelle che rappresenta senza dubbio un momento necessario e positivo dell’unità, ma che ormai si trova alle nostre spalle, è soltanto patrimonio storico, come è patrimonio storico la controversia dei GAAP con le deviazioni liberali dell’anarchismo tradizionale.

Alcuni rilievi

Ci fermeremo su alcune enunciazioni dell’«indirizzo» che hanno fermato la nostra attenzione e provocato il nostro dissenso.

1. Tutto il paragrafo che porta come titolo «Dittatura del proletariato» ci trova largamente dissenzienti.

La formula della «dittatura del proletariato» è il bagaglio ideologico che scompagnò la rivoluzione d’Ottobre e il suo protagonista: il partito bolscevico. Nella nostra critica degli elementi sovrastrutturali che hanno operato nella controrivoluzione russa, noi giudichiamo inevitabile, dopo aver processato lo stalinismo, procedere ad un riesame del bolscevismo e delle sue responsabilità, per venire alla critica della formula stessa della «dittatura del proletariato». Su questo piano noi sappiamo di continuare la fondamentale obiezione anarchica sul problema dello stato, la cui importanza fu già notata da Lenin (Stato e rivoluzione). Oggi noi non abbiamo da ripudiare niente della nostra polemica già viva contro: i luoghi comuni della socialdemocrazia (conquista dei pubblici poteri, stato socialista etc), contro lo statalismo socialdemocratico. Noi abbiamo solo da confermare l’estensione di questa polemica alla formula della «dittatura del proletariato», dopo il suo disastroso fallimento in Russia. Abbiamo solo da rafforzare questa polemica, sia pure in sede autocritica di certe -sue ingenuità, di; certi suoi probabilismi.

Perciò se per voi si tratta di un riesame retrospettivo della formula, per noi si tratta dalla riaffermazione di una critica preventiva, il cui svolgimento in fondo costituì nel passato una delle giustificazioni della autonomia e della presenza stessa del movimento, anarchico.

Passiamo al testo del citato paragrafo.

Primo capoverso: tutta l’impostazione del problema è identica a quella anteriore alla rivoluzione russa (provvisorietà della dittatura etc). L’esperienza bolscevica sembra non costituisca per voi una lezione da tenere nel debito conto.

Secondo capoverso: non comprendiamo il ma avversativo, quando non si tratta che di ribadire i concetti espressi nel capoverso precedente. Ritorneremo sull’argomento a proposito di un’altra questione.

Terzo capoverso: se si dice che la «dittatura sarà operante (dal testo sembra che sia operante l’inevitabilità ma questo non ha senso) ai fini del socialismo alla condizione che… etc» si può ben dire che «la rivoluzione sarà operante ai fini del socialismo alla condizione che…» Ed allora il problema non è più della dittatura o meno, non è legato più ad una questione istituzionale o giuridica, ma al materiale rivoluzionario pur che si realizzi e nella misura in cui si realizzi.

Quarto capoverso: La vostra interpretazione della formula della dittatura del proletariato in senso estensivo e mediato (dittatura di tutto il proletariato, non già del partito) viene incontro alle nostre posizioni. Ed a questo punto la divergenza sembra essere più terminologica che sostanziale, ma appunto sul piano della terminologia, e della propaganda la posizione della formula ,diventa insostenibile.

Perché essa si trova schiacciata sotto il peso della interpretazione non politica ma storica, non dottrinale ma effettuale dell’esperimento russo e della massiva, pubblicistica che lo accompagna.

Perché dopo gli esperimenti totalitari nazifascisti è divenuto, ancora più evidente che l’istituto della dittatura È lo strumento tipico del potere di una minoranza su una maggioranza e che non può configurarsi tale il potere di una immensa maggioranza su una minoranza senza consistenza sociale ed in progressivo sfacelo, fisico.

Insomma, riprendendo Lenin, a certe svolte storiche bisogna avere il Coraggio di mettere biancheria pulita (e voi nel vostro documento ne siete coscienti quando affermate che lo stalinismo «si è servito e si serve del linguaggio e delle parole d’ordine tolti all’arsenale della tradizione rivoluzionaria e dell’ottobre rosso»).

A noi sembra che la formula corretta per identificare e l’obiettivo del:a rivoluzione e l’organizzazione sociale conseguente sia quello del «potere materiale e diretto della classe operaia», senza riserve di provvisorietà, sulla linea del «tutto il potere ai consigli d’azienda, alle collettività, ai comitati popolari» e non già sulla linea della «conquista del potere» che presuppone una concezione metafisica del potere.

Comunque il problema va approfondito anche nella sostanza: affermare che il partito precede la classe, la guida nella difficile ascesa della rivoluzione, ma con l’atto rivoluzionario — distruzione dell’organizzazione politico-economica del capitalismo e liberatore di immense energie proletarie — esso è sopraffatto e obiettivamente riassimilato, dalla classe in espansione.

Cfr a questo proposito le nostre tesi «sulla liquidazione dello stato come apparato di classe», pubblicate in opuscolo.

2. Nel citato paragrafo si trova un accenno polemico contro il «rispetto della personalità umana, della libertà dello spirito, della non violenza, della democrazia etc».

Noi dei GAAP abbiamo rotto violentemente con le deviazioni liberali dell’anarchismo tradizionale, proprio contrapponendo il dato della lotta di classe alle vuote fantasie umanistiche e aclassiste dei «liberali». Abbiamo detto che l’umanità non esiste, che esistono le classi con il loro inconciliabile contrasto; ma abbiamo anche detto che l’umanità sarà, quando questo contrasto uscirà risolto e dissolto dalla rivoluzione operaia. Abbiamo manifestato tutto il nostro schifo per i luoghi comuni della umanità, personalità, libertà etc. manipolati dalla borghesia per la difesa dei propri interessi (e che cosa di diverso diceva Bakunin contro Mazzini?).

Ma noi riteniamo che sia un errore portare con immutato vigore questa polemica sul piano della propaganda esterna. Sul piano interno essa aveva un senso come reattivo ad una deviazione. Sul piano esterno sarebbe dannosa.

Sul piano esterno noi dobbiamo strappare la maschera al falso umanismo borghese e rivendicare la coerenza e la sincerità dell’umanismo operaio. Noi infatti vogliamo farla finita con la società borghese non per una astratta esigenza di razionalità (sebbene sia nostra convinzione che non vi sia società più razionale di quella comunista) e neppure per una passiva accettazione di una necessità storica (sebbene sia nostra convinzione che la successione del comunismo al capitalismo sia fatto necessario e ineluttabile), ma sopratutto perché questa società è profondamente ingiusta, inumana, nemica dell’uomo e della sua personalità (chi non accetta questa constatazione deve rinunciare — se è conseguente al 99% di tutta la propaganda rivoluzionaria che tende appunto a mostrare l’iniquità del regime capitalista, delle sue guerre, dei suoi sistemi di sfruttamento, etc.).

Se è così noi non possiamo lasciare in mano a sparuti e deboli e inconseguenti gruppi della democrazia radicale la difesa di tutti quei diritti che, oltre a rappresentare una base pratica per la nostra azione, appartengono già alla «civiltà» della classe lavoratrice. Non possiamo noi rinunciare a parlare della libertà, della giustizia, della personalità, della democrazia quando sappiamo che il regime capitalista calpesta e mortifica non i miti (che non ci interessano,) ma le condizioni concrete di vita che si ricollegano a questi diritti.

Ciò non significa che noi dobbiamo rinunciare alla polemica contro il falso umanismo borghese; anzi noi dobbiamo continuarla ponendo in contraddizione la mitologia democratica e liberale con la realtà, svergognando in tutti i campi, su tutti i fronti parziali di lotta, la malafede dei teorici e dei pratici della democrazia borghese.

3. «La teoria del marxismo rivoluzionario» — se ne fa cenno al 5o punto di orientamento.

In una organizzazione unitaria del proletariato rivoluzionario vi potranno essere taluni che in sede culturale preferiscano definirsi formalmente marxisti, ma crediamo che una ufficiale e programmatica professione di marxismo sia causa piuttosto di confusione che di chiarezza. Non già che noi pensiamo ad un agnosticismo su problemi di teoria generale del movimento di classe o ad un eclettismo di cattiva lega. Noi non solo siamo per un impegno ideologico e per una omogeneità ideologica ma sostanzialmente non vediamo come una organizzazione operaia rivoluzionaria possa sorgere su una base teorica diversa da quella del materialismo storico, sulla base di una «concentrazione delle cose del mondo», di una Weltatichaung che non sia quella della filosofia della prassi, sulla base di un metodo d’interpretazione e d’impostazione che non sia quello teorizzato da Marx e da Engels, appreso da Bakunin, da Cafiero, da Covelli e da tutti gli internazionalisti italiani del secolo scorso.

Ma, diceva bene il Labriola, ricordando il «moi, je ne suis pas marxiste» di Marx, che il marxismo è una dottrina, non è un partito.

Oggi il «marxismo» come corpo di dottrina che è storicamente inscindibile da tutte le sue incrostazioni, da tutti i suoi sottoprodotti, da tutte le sue stesse contraffazioni, ha dato luogo ad una estenuante produzione di interpretazioni e di dispute dottrinarie, che in alcuni casi hanno rappresentato un contributo positivo alla formazione del pensiero rivoluzionario, ma molte altre volte hanno rappresentato una causa di sterilità, di dispersione, qualche volta di pieno e provato tradimento. Il «marxismo» nella sua più larga e armai irrestringibile accezione, si perde in illazioni di ordine politico, che i gruppi superstiti del proletariato rivoluzionario non possono accettare singolarmente prese e respingono nel loro stesso contraddittorio sviluppo, come un fenomeno di crisi.

Che fare?

Bisogna isolare in questo mare magnum il sodo nucleo di pensiero che elaborato da Marx e da Engels, ma scaturito dalla esperienza stessa dalla classe, ne costituisce la vitale ideologia. Come chiamare, come identificare questo nucleo di pensiero?

A noi sembra giusta e corretta la labrioliana nozione di «comunismo critico», non compromessa n’è appesantita da derivazioni di carattere politico o tattico.

Punti di coincidenza

Fra la nostra organizzazione e il Partito Comunista Internazionalista esistono anche divergenze di fondo (su temi tattici, sopratutto), ma dato che il documento non affronta tutte le questioni della politica di una organizzazione operaia rivoluzionaria, crediamo che dette divergenze restino per ora estranee alla discussione impostata dal documento;

Conviene invece indicare i punti di coincidenza;

I Gruppi Anarchici d’Azione Proletaria concordano:

  • sull’unità dell’imperialismo e sul carattere imperialista tanto della seconda guerra mondiale quanto delle opposte politiche sviluppate dei blocchi dell’URSS e degli USA; sulla opposizione senza limiti, senza condizioni e senza riserve ai due blocchi imperialisti, alla guerra e alla pace imperialista.
  • sul ruolo, controrivoluzionario dello stalinismo (che ha tuttavia radici profonde in tutta l’esperienza bolscevica), pari al ruolo controrivoluzionario della sociaidemocrazia, di cui è in certo senso una continuazione, derivando la sua esistenza da comuni dati obiettivi e da una comune corruzione opportunista del pensiero socialista.
  • sulla inevitabilità di una vittoriosa ripresa del moto di classe, già segnalata dai recenti fatti di Berlino, dal progrediente lavoro di chiarificazione in seno alle avanguardie rivoluzionarie, dalla tendenza del movimento operaio a rendersi indipendente dalle centrali di Mosca e di Washington.
  • sulla constatazione che non vi può essere azione rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria e senza una organizzazione che della teoria sia la fucina e l’alfiere.
  • sull’attualità dei processo di decomposizione dei gruppi e sottogruppi usciti dalla catastrofe stalinista e sulla corrispondente attualità del problema della rinascita di un movimento di classe rivoluzionario, sulla base delle esperienze di questi gruppi, ma anche sulla linea dello sviluppo del movimento reale delle masse lavoratrici.
  • sulla necessità di risolvere alcuni fondamentali problemi teorici, come condizione pregiudiziale dell’unità, senza alcuna fretta di unificazione formale e meccanica sul piano organizzativo e senza alcuna mania di sintesi sul piano ideologico.
  • sulla opportunità di una azione politica comune. perdurando l’autonomia organizzativa e la differenziazione teorica, animata da quella simpatia e solidarietà di classe, che è la coscienza riflessa dell’unità obiettiva del movimento operaio.

Per un confronto

Con questo primo scambio d’idee si è iniziato un confronto fra le nostre due organizzazioni, provenienti da esperienze diverse ma espresse da un unico processo e da una unica crisi.

I nostri Gruppi Anarchici d’Azione Proletaria portano in questo confronto le istanze valide del movimento anarchico, come movimento della classe lavoratrice. Non portano quanto di caduco e di negativo è passato attraverso lo stesso movimento anarchico e che i nostri gruppi hanno individuato e respinto.

Quali sono le istanze valide, che meritano e non temono un confronto ed una verifica?

Queste:

  • una corretta applicazione della concezione materialistica della storia, come metodo di interpretazione dei fatti e di impostazione dei problemi, contro ogni deformazione meccanicistica o idealistica, contro ogni svalutazione o supervalutazione dell’attività subbiettiva dell’individuo e del gruppo politico;
  • il principio che le masse realizzano la propria liberazione solo nella misura in cui partecipano effettivamente, largamente, da protagoniste alle lotte e alle conquiste di classe (contro le rivoluzioni importate e octroyèes): principio in cui si fondono le parole d’ordine dell’«azione diretta», del «movimento dal basso», dell’«emancipazione dei lavoratori, opera dei lavoratori stessi»;
  • il principio della scissione insanabile fra proletariato e borghesia contro ogni insidia collaborazionista, riformista, paternalistica;
  • la pregiudiziale antiparlamentare come indicazione sempre valida sia sul piano della tattica anti-elettorale sia sul piano della denuncia dei pericoli e dell’inanità del parlamentarismo: come sfiducia nella democrazia borghese;
  • una forma libertaria, democratica, federativa dell’organizzazione rivoluzionaria tale da garantirne piena efficienza autocritica (con la Luxemburg contro Lenin nella nota polemica del 1904);
  • il principio dell’unità della classe operaia e quindi della preminenza degli interessi unitari della classe sulle tendenze, eventualmente centrifughe ed esclusive dei gruppi politici, contro il settarismo, il monopolismo, il patriottismo di partito;
  • l’ottimismo rivoluzionario, cioè la persuasione che tutte le lotte della classe lavoratrice, anche nella loro fase di spontaneità, anche se parziali e traviate, costituiscono un interesse diretto per l’organizzazione rivoluzionaria, che deve sentirle come proprie, siano esse vittoriose o vinte; contro il pessimismo e il disfattismo;
  • la critica della posizione idealistica che concepisce la classe operaia, in quanto classe rivoluzionaria, come strumento al servizio di ideali umani-etici o egalitari; affermazione del contrario, che le ideologie «progressive» o «rivoluzionarie» sano al servizio della classe lavoratrice. in quanto suo storico prodotto, sua arma, di attacco e di difesa;
  • la critica malatestiana contro il sindacalismo rivoluzionario, negatone del «partito politico», banditore dell’autosufficienza del sindacato, assertore di una «ideologia» sindacalista che in effetti finisce per limitare il sindacato nelle sue stesse funzioni di organizzazione di massa;
  • la critica malatestiana, merliniana e fabbriana contro l’individualismo, come sintomo di infiltrazioni culturali e politiche borghesi nel movimento operaio e nell’anarchismo (amorfismo in ideologia; atomismo in organizzazione; azione individuale in tattica);
  • la concezione anti-burocratica ed arti-gerarchica dei rapporti fra organizzazione politica e organizzazioni di massa (cfr. nostre tesi «sui rapporti fra organizzazione rivoluzionaria e masse popolari»);
  • l’unità della prospettiva rivoluzionaria, non sanzionabile in lotte parziali (antimilitariste, laiciste, educazioniste), ma l’importanza di ogni singola lotta politica, economica, culturale nel quadro di questa prospettiva;
  • l’internazionalismo anarchico, resistente da decenni ad ogni seduzione nazionale, diAsista, unionsacrista;
  • il principio della alleanza fra operai e contadini (elaborato per la prima volta da Bakunin nelle sue lettere agli internazionalisti italiani), applicato in particolar modo alla questione meridionale italiana.

Questi i temi che noi portiamo al confronto e al dibattito.

Con fraterni saluti

Per il Comitato Nazionale dei Gruppi Anarchici d’Azione Proletaria, Genova-Sestri 15 ottobre 1953, Aldo Vinazza
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