Arrigo Cervetto – Internazionalismo nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza Europea “L’Impulso” 15 agosto 1954

La Resistenza europea attendeva che fosse pubblicata la sua testimonianza morale, il suo alto testamento ai vivi. Oggi, dopo le “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”, Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli hanno curato una raccolta di “Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea” presso l’editore Einaudi. Sono circa trecento lettere di “resistenti” di quasi tutti i paesi europei che stanno a dimostrare l’ampiezza del fenomeno storico della Resistenza ed il suo carattere universale.
Non si può leggere questa raccolta senza commuoversi, senza rivivere quel grande travaglio umano che accompagnò le vicende politico-militari della seconda guerra mondiale imperialista. E non si può chiudere il libro senza aver appreso una grande lezione. Sì, perché queste lettere prima di tutto sono un alezione di vita, di quella vita integrale che appartiene all’uomo nuovo, di quella vita che da tempo attende di entrare nella storia a guidare l’umanità nel suo cammino, di quella vita che va lentamente e dolorosamente sorgendo e che incita noi a lottare per essa. Scritte a volte con il sangue sui muri delle celle della morte o sulla carta vistata e censurata dai boia, nel buio della notte o all’alba dell’ultimo giorno, recapitate a volte per solidarietà di qualche passante che le aveva raccolte sulla strada ove era passato un triste furgone, queste lettere, vergate in lingue diverse ma con un unico sentimento, sono un documento che serve più alla storia dell’emancipazione dell’umanità che alla storia della Resistenza.
Poiché solo inserendo il valore morale di questi scritti nella lotta millenaria della società divisa in classi si può comprendere l’intimo significato della Resistenza, cioè il suo valore umano.Porre questa premessa è doveroso quando ci si accinge a considerare i pensieri, le volontà, i desideri, i sentimenti manifestati da centinaia di uomini prima di morire. Altrimenti il discorso diverrebbe immediatamente politico, cioè punterebbe subito sul significato politico della Resistenza come un prodotto determinato da particolari condizioni dell’imperialismo. Questa discussione è sempre aperta e troverà una soluzione quando il proletariato tirerà un bilancio della esperienza storica. Oggi, invece, abbiamo di fronte un’esperienza più immediata e più drammatica, un’esperienza che non ha zone circoscritte e limitate: la morte di milioni di resistenti, di combattenti di una dura battaglia. E sulla morte non si può tacere. Su questa morte neppure si può dare un giudizio sommario dicendo che, siccome la seconda guerra mondiale fu una guerra imperialista, tutte le sue vittime sono vittime dell’imperialismo. O dire che i morti della Resistenza morirono lottando contro il fascismo e quindi sono vittime del fascismo.
Lo abbiamo già detto: la morte dei militanti della Resistenza ha un significato morale che trascende ogni politica contingente dell’imperialismo, ha un significato storico che supera ogni fase particolare dell’imperialismo e che investe l’imperialismo in tutto il suo complesso come massima alienazione dell’uomo, della vita dell’uomo. La mano del boia fascista era una mano dell’imperialismo di cui il fascismo non era che una espressione. Chi reggeva la mano al boia era tutta la società imperialista, questa società che ancora regge ai boia di Grecia, di Spagna, degli Stati Uniti, del Sud America, di Berlino-Est, dell’Asia, del Kenia, del Nord Africa, di tutte quelle parti del mondo in cui le masse popolari continuano la Resistenza, lottano per la loro emancipazione e per la loro libertà.
Avremmo voluto vederle, in questa raccolta, le lettere dei condannati a morte della Resistenza che continua; poiché continua il fascismo nei suoi metodi, anche se ha cambiato nome. Ci avrebbero detto cose nuove, ci avrebbero portato una nuova esperienza del martirologio umano, ma sarebbero state ispirate alla stessa morale alla quale si ispirano quelle che leggiamo oggi. Questo lo diciamo non per fare un appunto metodologico ai curatori della raccolta (anzi la loro opera di ricerca è meritevole, come ben curate sono le note cronistoriche ed integrative che aiutano la conoscenza di certi aspetti nazionali della Resistenza nei vai paesi), ma per far risaltare il carattere unitario di un fenomeno storico moderno.
In sostanza si tratta del fondamentale problema della interpretazione storica della Resistenza. Forse frequentemente questa interpretazione non la troveremo nelle lettere dei condannati a morte, e ci ricorderemo della frase di Marx per cui gli uomini non hanno coscienza di quello che sono nella realtà. Ma, appunto, vi troveremo sempre questa loro realtà anche se le parole formalmente non la rappresentano, anche se non conterranno dei termini che non sono realtà. Vi troveremo la condizione dell’uomo imprigionato dalla società classista e la realtà della sua lotta per liberarsi e la realtà obiettiva della nuova morale che questa lotta significa la realtà della coscienza che l’uomo va conquistando in sè e nella sua lotta. Vi troveremo, insomma, la realtà della rivoluzione proletaria ed internazionalista.
“Mi hanno messo in catene ma il mio cuore è libero come è libero di sperare di credere in un avvenire radioso di sole. Là, se domani muoio slegatemi i piedi” lascia scritto sui muri della cella di rigore 23 nelle carceri di Fresnes un’anonima donna francese. Non vi è in queste frasi, che hanno il sapore di poesia, il simbolo della coscienza che intravvede il mondo nuovo e si sente legata a quello vecchio? Sì, donna martire ti slegheranno i piedi quel giorno radioso di sole perché allora nessuno dovrà più legare ed essere legato!
“Volevo che tutta l’umanità fosse felice: guardate l’avvenire in faccia, radioso, sicuro: voi sarete felici, e io sarò l’artefice della vostra felicità. Muoio giovane, molto giovane; vi è qualcosa che non muore, è il mio sogno!… Presto il duro inverno, presto anche la bella estate: io riderò della morte perché non morirò, non mi uccideranno, mi faranno vivere eternamente: il mio nome risuonerà dopo la morte non come un rintocco funebre ma come un volo di speranza” tre ore prima di essere fucilato scrive lo studente Félinen Joly di anni 21.
E’ ancora poesia, sogno che è realtà in divenire, volo di speranza che è coscienza dei limiti della morte. “La vita sarà bella. Noi partiamo cantando. Coraggio.” Sono cinque giovani liceali di Parigi in una lettera collettiva: 90 anni fra tutti. “Ho vissuto soltanto vent’anni. Poco, ma tuttavia ho vissuto e credo di aver fatto qualcosa per la società umana” dice il comunista cecoslovacco Bohus Strnadel. Se si scorrono tutte queste lettere di morte si trova un fatto grandioso, spiegabile solo con una morale superiore, una morale nuova che ha sovvertito i principi dell’egoismo, dell’individualismo borghese: la morte stessa acquista un nuovo significato, diventa vita ed è il riflesso della dialettica naturale e dell’intima realtà che si manifesta in chi col suo gesto ha rotto i ponti col passato ed ha creato il futuro.
Meriterebbe d’esssere trascritta tutta la lettera che il comunista tedesco Hermann Dauz scrive alla sua donna, tanto è una pagina di amore nuovo, di uomo nuovo. “Quando i pampini accanto alla finestra del carcere cominciano a colorarsi, prima delicatamente, in maniera appena percettibile, poi sempre più intensamente, sino a risplendere di un rosso acceso, per poi sbiadire e cadere, mi sembrano un simbolo della mia situazione…Sono morte le foglie dinnanzi alla mia finestra, l’ultima è caduta, e anche l’ora mia estrema è giunta… Le foglie debbono cadere, e decomponendosi diventano concime. E così anche noi moriamo per un avvenire più bello, altro non siamo che (è una parola dura) il concime della civiltà. Senza il nostro morire non c’è vita nuova, non c’è avvenire… E’ una bella sensazione, ragazza mia, l’aver portato il proprio, piccolo contributo a questa evoluzione. La morte è un fenomeno naturale, ogni creatura deve morire. Ma chi sacrifica la propria vita per la sua causa, con la sua stessa morte compie un’azione… E così per finire, ridirò le tue parole “Oltre lo spazio e il tempo” addio, mia piccola Eva”.
Amore, natura, coscienza diventano la stessa cosa, s’intrecciano, si fondono unitariamente nel cammino doloros dell’uomo nuovo, diventano l’umanesimo integrale della concezione rivoluzionaria tesa al futuro. E’ l’ideale di un mondo nuovo, la visione di un avvenire di vita che accompagna serenamente questi uomini alla morte. E non potrebbe essere altrimenti perché solo tale ideale rende capaci di morire.
Alla mamma dice Dimitra Tsantson, una giovane pettinatrice greca militante dell’organizzazione giovanile dell’ELAS: “Con la mia morte diventano figlie tutte le figlie di Grecia,e tu diventi mamma del mondo intero, di tutti i popoli che combattono per la libertà, la giustizia e l’umanità. Sono orgogliosa, mai avrei aspettato simile onore, di morire, io, una povera ragazza del popolo, per ideali così belli e alti”. Pervade questa poema collettivo una concezione nuova dei rapporti uomini, della famiglia, dei figli, della vita. Basterebbe raccogliere i consigli che vengono rivolti ai propri genitori, alle proprie mogli, ai fratelli, agli amici per avere una morale così grande di fronte all’immoralità della nostra società.
“Io cadrò coraggiosamente, mio piccolo Minobe caro, per la tua felicità e quella di tutti i bambini e di tutte le mamme. Conservami un angolo piccolo piccolo nel cuore. Un angolo piccolo piccolo, ma tutto per me” lascia detto il polacco Joseph Epstein al suo bambino.
“Credimi: chi vive solo per sé, chi solo per sé ama la felicità. non vive bene nemmeno felice. L’uomo ha bisogno di qualcosa che sia superiore alla cornice del proprio io, dico di più, che sia sopra la suo stesso io.”Noi” è di più che non “io”. Quando ti accorgi di aver fatto un torto a qualcuno, non ti vergognare di fare di tutto per porvi rimedio. Vedi, ecco cosa ne viene: essere sempre pronti ad imparare, a riconoscere i propri errori e, ciò che è ancor più importante,a combatterli” insegna Rudolf Fischer, membro del Partito Comunista austriaco, alla figlia Erika.
Jaroslav Dolàk lascia la moglie rordandole dei versi: “Sii felice nella tua vita e calma nei tuoi sogni, dimentica tutto, fanciulla mia, perché il cielo non esiste e l’inferno non esiste e sulla terra non ci incontreremo più. Non posso trovare parole migliori di quelle del poeta”.
L’operaio ungherese Imre Békés-Glass alla moglie:” Scusami se non sono un uomo che piange al limite della sua vita, ma coraggioso e pronto a morire”. E il tornitore diciottenne Roger Rouxel alla fidanzata: “Ti chiedo di dimenticare questo incubo e ti auguro di essere felice, perché lo meriti. Scegli un uomo buono, onesto e che saprà renderti felice. Conserva il mio ricordo sin tanto che lo vorrai, ma bisogna che ti dica una cosa: nessuno vive con i morti”. Ed il socialista tedesco Alfred Schmidt-Sas: “Ho in me una grande, una grande leggerezza. Ogni gravame è caduto! E mai ho avuto più puro, immacolato, intimo, l’amore tuo e degli altri. Sono inspiegabilmente felice. Ricordami così.” Un insieme di sentimenti collaudati di fronte alla rinuncia estrema e che ci offrono il consolante spettacolo di una grande serenità di fronte alla morte.
Il giornalista Missak Manouchian, capo di un gruppo FTP, dice alla moglie: “Al momento di morire proclamo che non porto alcun odio verso il popolo tedesco…Avrei ben voluto avere un bambino da te, come tu sempre volevi. Ti prego dunque senz’altro di sposarti, dopo la guerra, e di avere un bambino per adempiere alla mia volontà”. “Sono stato per te un buon amico e compagno, volevo essere per te un buon marito… Cercati un altro Franka” scrive con lo stesso sentimento un calderaio di Praga, Frantisek Stibr. Non si finirebbe più di citare di fronte a queste pagine di un libro ove in ogni pagina vi è almeno una frase che illustra ogni particolare della vita, della lotta, della morte, ove ogni frase è un rigo di testamento comune, un verso di una “Antologia di Spoon River” di questa vecchia Europa.
Ma un aspetto importantissimo va segnalato, un aspetto che ci conferma il reale moto che la Resistenza aveva iniziato ed una meta verso cui tendeva, deviati dalle mene e dalla spartizione brigantesca dei due blocchi imperialisti: la solidarietà internazionalista, il sentimento internazionalista, la fede nell’internazionalismo. “Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono vostri fratelli” ci lascia detto il comunista italiano Pietro Benedetti. “A guerra terminata, vi esprimo il mio ultimo desiderio: dovete prendere un orfano tedesco al mio posto” chiede ai genitori lo studente danese di teologia Christian ubri Hansen, ed è il miglio omaggio a quella grande e silenziosa Resistenza del popolo tedesco al nazismo che dal 1933 costò 32 mila fucilati, 500 mila internati che non fecero ritorno, 195 mila ebrei uccisi.
Un omaggio che noi associamo all’impegno di raccogliere questa valida testimonianza, di iscriverla sulla bandiera rivoluzionaria che affosserà l’imperialismo, di averla presente quando finalmente il desiderio espresso nel diario della berlinese Kaete “vi pregherei di cantare “Cantami una canzone che debbo paritire” “ sarà un canto al viaggio della vita; quando finalmente la semplice aspirazione della ventiduenne Cato Bontjes: “non sono una creatura politica, una cosa volgio essere, una creatura umana” sarà una semplice realtà.

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