Arrigo Cervetto – Kruscev: un cane morto – Azione Comunista n.92 ottobre 1964

“Non buttatemi sempre questo cane morto tra i piedi” rispose una volta Kruscev ad alcuni giornalisti che gli chiedevano di Trotsky. Oggi il cane morto è lui e nessuno lo avrà tra i piedi.

Questo rozzo e sincero esponente dell’imperialismo russo una verità l’aveva detta: per lui il rivoluzionario Trotsky, il creatore dell’Armata Rossa, il militante morto sulla trincea della lotta contro lo stalinismo, era un cane morto. Aveva contribuito ad ucciderlo e non ne voleva sentire nemmeno il nome.

Ma vi sono leggi storiche più forti delle vigliaccheria, delle paure, dei desideri degli uomini.

Una di queste leggi ha travolto Kruscev e lo ha ributtato tra i rifiuti della controrivoluzione da dove era emerso nella sua folgorante e pur breve carriera. Eppure qualche servizio lo ha reso all’imperialismo e a noi. Per la prima volta questo pagliaccesco villano ha proclamato forte quello che i suoi compassati compari pensavano tacendo, ha tirato giù la maschera ad un sistema che si nascondeva dietro il “socialismo”, ha mostrato al mondo quale era la classe dirigente che rappresentava.

In fondo Kruscev non aveva fatto altro che portare alle sue massime conseguenze i principi dello stalinismo, le pratiche della controrivoluzione, gli interessi del capitalismo russo. Quello che Stalin e lo stalinismo facevano mascherandolo di roboanti ed ipocrite frasi sul marxismo-leninismo, come oggi fanno i maoisti, Kruscev lo fece chiamando le cose con il loro nome.

A coloro che da quarant’anni massacrano fisicamente e teoricamente rivoluzionari e rivoluzioni, ebbe il coraggio di dire “Viva il gulasch, abbasso la rivoluzione!” A coloro che da quarant’anni trescano con i gruppi imperialisti, fanno accordi segreti, si dividono a Potsdam ed a Yalta le “sfere di influenza”, barattano rivoluzioni coloniali con alleanze borghesi, ebbe la franchezza di indicare chiaramente quali erano i fini della potenza russa, gli scopi della “coesistenza pacifica”, le prospettive del mondo. A coloro che per quarant’anni avevano eretto il mito del “paradiso sovietico” ebbe la brutale sincerità di dire che quel “paradiso” era una menzogna basata su crisi ed insuccessi economici e che la patria del “socialismo in un paese solo” doveva lavorare duramente per imitare gli Stati Uniti, per raggiungerli, per eguagliarli, per essere ancor più capitalista.

Solo degli ipocriti o degli abbrutiti da tanti anni di propaganda staliniana potevano tapparsi le orecchie agli strilli di Kruscev. Le sue “confessioni” venivano da lontano, venivano dagli anni in cui la controrivoluzione staliniana aveva distrutto la prospettiva leninista della rivoluzione internazionale ed aveva bruciato anima e corpo del proletariato sull’altare dell’edificazione del capitalismo privato e di Stato in Russia. Noi marxisti le avevamo previste e da decenni dicevamo, con Marx e Lenin, con dati e cifre, quelle cose che dopo tanti anni Kruscev confessava. Noi le dicevamo e le diciamo per aprire una prospettiva alla rivoluzione proletaria internazionale, lui per affossarla, per elevare l’URSS al rango della massima potenza economica imperialista.

Ma, lo ripetiamo, solo gli ipocriti o le ingenue vittime della propaganda dei vari PC possono far mostra che queste cose non siano state dette, possono mettere la testa sotto la sabbia.

Indietro non si torna, e non perché lo abbia detto Kruscev e lo diciamo noi. Indietro non si torna perché la “voce” di Kruscev registrava i fatti, le tendenze, i fenomeni della società sovietica. Kruscev non ha fatto che registrare ciò che lo stalinismo ha compiuto. I rapporti segreti, le denuncie dei crimini, la destalinizzazione era il minimo che gli epigoni di Stalin potessero fare per tentare di arginare la protesta operaia che saliva dalle fabbriche e che doveva esplodere in Ungheria, era il minimo che potessero fare per tentare di ammorbidire questa protesta in una operazione riformistica che prometteva maggiori salari, più case, più beni di consumo.

Rigettando rumorosamente il passato, gli epigoni di Stalin scelsero un metodo ed un uomo adatto per una operazione che avrebbe loro permesso di uscirne nel miglior modo possibile.

La destalinizzazione rappresentò e rappresenta il tentativo di fare imboccare una via “americana” al capitalismo russo. In questo Kruscev vide giusto, agì giustamente negli interessi generali della classe dirigente russa.

Poco contava la forma, fondamentale era la sostanza. E nella sostanza Kruscev ha rappresentato perfettamente questi interessi. Che poi, nella classe dirigente russa, come in tutte le classi dirigenti, vi siano interessi settoriali divergenti, vi siano interessi discordanti tra i vari settori aziendali ed apparati amministrativi, vi siano problemi di scelta sul rapporto più o meno riformistico da instaurare verso il proletariato, vi siano esigenze non risolte di coordinare gli interessi particolari di singoli gruppi capitalisti e burocratici con gli interessi generali dello Stato imperialista, è un problema che nessun Kruscev o nessun Roosevelt, nessun De Gaulle o nessun Suslov riuscirà mai a risolvere. È una delle contraddizioni del sistema capitalistico che né il rafforzamento dello Stato né la concentrazione industriale e finanziaria in grosse unità produttive riesce a far sparire. Figurarsi in URSS, dove il rafforzamento dello Stato e la concentrazione capitalistica è lungi, anche in questo campo, dall’aver raggiunto l’America!

Kruscev è stato vittima delle contraddizioni interne della sua classe e del suo sistema capitalistico, ma soprattutto della arretratezza, relativa agli Stati Uniti s’intende, e delle contraddizioni del suo sistema. Tale arretratezza ha impedito, ad esempio, una mediazione tra gli interessi della grande industria collegata al militarismo e l’industria leggera rivolta verso i consumi, tra l’industria petrolchimica interessata allo sviluppo capitalistico dell’agricoltura e la media e piccola borghesia colcosiana, e tra tutti i vari gruppi burocratici che in un modo o nell’altro riflettono questi interessi.

Nell’organismo, il Comitato Centrale, che attualmente riflette tutte queste tendenze e dove il linguaggio “ideologico” maschera i reali interessi economici e sociali sia nella politica interna come nella politica internazionale (esportazioni di capitali, scambi commerciali, alleanze, rapporti con la Cina, ecc.), esattamente come nel Congresso americano “democrazia” e “libertà” hanno questa funzione, l’alchimia del compromesso ha elaborato una soluzione contingente. Non sarà di certo l’ultima. E ciò non ci scandalizza.

I compromessi, le alchimie, le mediazioni e le decisioni delle cento più potenti, più potenti del Comitato Centrale russo, Corporation americane sono più segrete, più perfette, più efficienti.

Ma che negli Stati Uniti comandi la classe operaia nessuno lo dice. A quelli che lo dicono, invece, per l’URSS una sola risposta è valida: impostori, falsari, buffoni!

(” Azione Comunista ” n. 92, ottobre 1964)

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