Arrigo Cervetto – Lotta di classe e partito rivoluzionario (1966)

CAPITOLO I

FORMAZIONE ECONOMICO-SOCIALE E PARTITO RIVOLUZIONARIO

Senza teoria rivoluzionaria non c’è movimento rivoluzionario, ha affermato Lenin. La sua affermazione sembra tanto semplice, ma in realtà non lo è perché la teoria rivoluzionaria è una concezione più complessa di quanto possa apparire ad una lettura «formale» dei testi politici leninisti. La teoria leninista è, appunto, il risultato di una profonda analisi scientifica della realtà sociale e, contemporaneamente, lo strumento di classe per operare nelle strutture economiche e nelle sovrastrutture politiche di una società storicamente determinata. Se noi studiamo la concezione leninista del Partito, ci troveremo subito di fronte alla teoria rivoluzionaria come scienza marxista, cioè ci troveremo di fronte al problema dei fondamenti scientifici dell’azione politica. In altre parole non si può comprendere la concezione leninista del Partito se non si comprende tutta l’analisi scientifica della struttura economica che, in Marx e in Lenin, ne è la base. Tolta dalla sua piattaforma scientifica, la concezione leninista del Partito apparirebbe come un monumento — magari gigantesco — di «volontà politica», un monumento di «teoria del potere», un monumento di «teoria dell’organizzazione», ma un monumento senza piedistallo.

Ciò spiega perché l’accettazione formale di alcune tesi leniniste non sia ancora l’assimilazione della teoria rivoluzionaria, ossia l’assimilazione della concezione generale scientifica che è alla base del leninismo. Ne risulta, inoltre, che la concezione leninista del Partito è il risultato dell’analisi economica marxista e che senza un’applicazione conseguente di questa non possiamo pervenire — neppure nella forma organizzativa — a quella. Anche nella biografia marxista di Lenin troviamo questo percorso dialettico. Sorge, quindi, il problema di porre nella sua integrale essenza l’assimilazione della teoria rivoluzionaria.

Affrontare questo problema significa, d’altra parte, avere la piena consapevolezza delle particolari forme in cui la classe operaia italiana nella sua storia si è trovata in rapporto con la teoria marxista.

Come indice del grado di assimilazione della teoria marxista — e, conseguentemente se è esatto il rapporto scienza-strategia-Partito, del grado di maturità del Partito rivoluzionario — potremmo ricavare un dato significativo: non esiste alcun studio sulla storia e sullo sviluppo del capitalismo italiano che sia un’applicazione scientifica del «Capitale» all’economia italiana e che possa avvicinarsi allo «Sviluppo del capitalismo in Russia» di Lenin.

La metodologia scientifica del «Capitale»

 

È estremamente importante notare come nel marxismo italiano manchi pure una ricerca teorica corrispondente a quella intrapresa da Lenin già nel 1894 nel «Che cosa sono gli amici del popolo?», cioè una ricerca che abbia avuto lo scopo di indicare nel materialismo «l’unico metodo scientifico» di spiegare la storia. Possiamo dire che non sono mai mancati i tentativi di volgarizzazione del «Capitale», tentativi per molte ragioni utili, ma ciò che è sempre mancato è il tentativo di definire «l’idea fondamentale del ‘Capitale’» (Lenin), cioè «In che cosa consiste, propriamente, il concetto di formazione economica sociale? E in che modo lo sviluppo di questa formazione si può e si deve considerare come un processo storico naturale?» (Lenin)

L’essersi posto, con Lenin, questi problemi, ha rappresentato per il marxismo russo un formidabile vantaggio nella costruzione del partito rivoluzionario. Semplificando molto, possiamo dire che la soluzione di questi problemi doveva portare Lenin alla definizione del concetto di «formazione economica sociale» come definizione del concetto generale di scienza.

Da questa base di partenza, la soluzione del problema del partito come problema del rapporto tra analisi economica ed azione politica veniva definitivamente posta nelle condizioni di essere risolta con l’unico metodo «scientifico» marxista. Forse questa nostra interpretazione sembrerà troppo forzata ma lo sarà certamente meno se seguiremo l’esposizione stessa di Lenin. Per Lenin «l’idea fondamentale di Marx» è «l’idea di un processo storico naturale di sviluppo delle formazioni economico-sociali». In che modo Marx ha elaborato questa idea fondamentale? In primo luogo:

«Egli ha fatto questo, discriminando dai vari campi della vita sociale il campo economico, discriminando da tutti i rapporti sociali i rapporti di produzione, come rapporti fondamentali, primordiali, che determinano tutti gli altri». In secondo luogo: «Il materialismo ha dato un criterio completamente oggettivo, discriminando i rapporti di produzione come struttura della società e dando la possibilità di applicare a questi rapporti quel criterio scientifico generale della reiterabilità, la cui applicazione alla sociologia era negata dai soggettivisti … L’analisi dei rapporti sociali materiali (vale a dire dei rapporti che si formano senza passare attraverso la coscienza degli uomini: scambiando dei prodotti, gli uomini entrano in rapporti di produzione, anche senza essere consci che qui si tratta di rapporti sociali di produzione), ha subìto dato la possibilità di rilevare la reiterabilità e la regolarità, e di generalizzare i sistemi di diversi paesi in un unico concetto fondamentale di formazione sociale. Soltanto questa generalizzazione ha permesso di passare dalla descrizione (e dall’apprezzamento dal punto di vista dell’ideale) dei fenomeni, sociali all’analisi rigorosamente scientifica di tali fenomeni, discriminando, per spiegare con un esempio, ciò che distingue un paese capitalistico dall’altro e analizzando ciò che è comune a tutti».

Infine in terzo luogo: «Quest’ipotesi creò per la prima volta la possibilità di una sociologia scientifica, perché soltanto riducendo i rapporti sociali a rapporti di produzione e questi ultimi al livello delle forze produttive, si è ottenuta una base salda per rappresentare l’evoluzione delle formazioni sociali come un processo storico naturale. Ed è ovvio che senza una tale concezione non vi può neanche essere una scienza sociale».

In questa magistrale esposizione Lenin ha individuato tutta la metodologia scientifica di Marx: invece di tentare una delle tante volgarizzazioni del «Capitale», fedeli nella forma ma incapaci di coglierne la sostanza, egli ne ricava i principi scientifici dell’astrazione determinata e della reiterabilità.

Con questa metodologia scientifica Lenin sarà in grado di intraprendere lo studio dello «Sviluppo del capitalismo in Russia», opera nella quale il concetto di formazione economica sociale troverà una elaborazione feconda nel senso che l’affermazione della possibilità di rilevare ciò che è comune a tutti i paesi capitalisti («la possibilità di rilevare la reiterabilità e la regolarità, e di generalizzare i sistemi di diversi paesi in un unico concetto fondamentale di formazione sociale») trova pieno riscontro e lo trova perché il suo autore «rivestì lo scheletro del ‘Capitale’ di sangue e di carne», sulla realtà russa.

 

Lo scheletro ed il corpo dell’analisi marxista

 

Sempre nel «Che cosa sono gli amici del popolo?» Lenin aveva scritto:

«Questo è lo scheletro del ‘Capitale’. Tutto sta però nel fatto che Marx non si accontentò di questo scheletro, che egli non si limitò alla sola ‘teoria economica’ nel senso abituale della parola, che egli — pur spiegando la struttura e l’evoluzione di una data formazione sociale esclusivamente con i rapporti di produzione — investigò ciò nondimeno sempre e dappertutto le soprastrutture corrispondenti a questi rapporti di produzione, rivestì lo scheletro di carne e di sangue. Se il ‘Capitale’ ebbe un successo così gigantesco, è perché questo libro di un ‘economista tedesco’ mostrò al lettore tutta la formazione sociale capitalistica come una cosa viva, con i suoi aspetti della vita quotidiana, con le manifestazioni sociali concrete dell’antagonismo delle classi inerenti ai rapporti di produzione, con la soprastruttura politica borghese che protegge il dominio di classe dei capitalisti, con le idee borghesi di libertà, eguaglianza, ecc., con i rapporti familiari borghesi. Si comprende ora che il confronto con Darwin è del tutto esatto: il ‘Capitale’ altro non è se non “alcune idee generalizzatrici, strettamente legate tra loro, che fanno corona a un intero Monte Bianco di fatti concreti”».

C’è bisogno di aggiungere che anche Lenin non si limitò a spiegare la struttura del capitalismo russo esclusivamente con i rapporti di produzione, che investigò sempre e dappertutto le soprastrutture corrispondenti a questi rapporti, che studiò e descrisse la società capitalistica russa con tutti i suoi aspetti e con tutte le sue manifestazioni sociali concrete dell’antagonismo delle classi, che seppe aggiungere al Monte Bianco del marxismo altre montagne di fatti concreti? Ce lo dice lo stesso Lenin citando Plekanov, che scriveva: «Ripeto che tra i marxisti più conseguenti sono possibili dei dissensi a proposito del giudizio della realtà russa attuale; la nostra dottrina è il primo tentativo di applicare questa teoria scientifica all’analisi di rapporti sociali molto complicati e aggrovigliati». E commentando: «Sembrerebbe che sia difficile parlare più chiaramente: i marxisti prendono senza riserve dalla teoria di Marx soltanto i metodi preziosi, senza i quali non è possibile mettere in chiaro i rapporti sociali, e, per conseguenza, essi hanno come criterio per l’apprezzamento di questi rapporti, non degli schemi astratti ed altre assurdità, ma la giustezza della teoria e la sua corrispondenza con la realtà».

Per noi, sembrerebbe che sia difficile definire più chiaramente la fedeltà scientifica al marxismo, cioè non la fedeltà ad uno schema astratto ma a dei metodi che sono giusti teoricamente in quanto permettono di conoscere la realtà nei suoi rapporti sociali «molto complicati e aggrovigliati».

In fondo, spiega Lenin, l’astrazione «rapporti di produzione» (discriminati da tutti i rapporti sociali) permette la conoscenza di tutte le manifestazioni sociali concrete dell’antagonismo delle classi inerenti ai rapporti di produzione stessi, permette la ricostruzione della società capitalistica «come una cosa viva», permette insomma la ricostruzione di tutti i rapporti sociali in tutte le loro forme e in tutto il loro movimento. Affrontare in altro modo il Monte Bianco dei fatti concreti della vita quotidiana dei rapporti sociali significa restarne seppelliti; e affrontarli significa affrontarli nell’azione, nell’azione delle classi, nell’azione della classe operaia, del Partito.

Infatti, che senso scientifico avrebbero i «metodi preziosi» con cui è possibile, per la prima volta nella storia «mettere in chiaro i rapporti sociali» se oltre alla chiarificazione, l’analisi, la ricostruzione sociologica non permettessero l’intervento, anzi non fossero essi stessi lo strumento dell’intervento in tutta la vita sociale? Diremo di più: i «metodi preziosi» in quanto strumento dell’analisi di rapporti sociali sono azione, sono Partito. La sola forma storica d’essere della scienza del «Capitale» è il Partito. E lo è non tanto in quanto il Partito è il propagandista delle sue «idee generalizzatrici» quanto perché il Partito ne riveste il suo «scheletro» di «sangue e di carne» con i fatti concreti della realtà in cui opera. Coll’astrazione del «Che cosa sono gli amici del popolo?» arriviamo alla concretezza del «Che fare?», dal concetto di «formazione economico-sociale», in cui è individuato il metodo scientifico per rischiarare i rapporti sociali e in cui è descritta la legge del movimento che regola il nesso generale tra rapporti di produzione e rapporti sociali, arriviamo all’applicazione di questo concetto alla vita di tutti i rapporti sociali e quindi anche alle forme politiche di questi rapporti.

Dal «Capitale» al Partito leninista

 

La concezione leninista del Partito, alla luce di tutta la precedente elaborazione di Lenin, ci appare finalmente come la soluzione dei problemi di fondo posti dal «Capitale», da una parte, e come l’espressione più coerente della scienza del «Capitale», dall’altra. Di estrema importanza sarebbe il vedere quanto lo studio e la soluzione ad esso inerente di problemi tipici e di problemi specifici (il problema del mercato ecc. ecc.), dello «Sviluppo del capitalismo in Russia» abbia permesso a Lenin di ricostruire nel «Che fare?» «tutta la formazione sociale capitalistica» nelle «manifestazioni sociali concrete dell’antagonismo delle classi» e nella «soprastruttura politica». Quello che, invece, si può subito rilevare è che la conclusione a cui perviene Lenin è la perfetta dimostrazione che per il marxismo, in quanto scienza, economia e politica non si possono separare né come oggetto di analisi, né, tantomeno, come ricostruzione, in sede di conoscenza scientifica e quindi di azione, della concreta realtà sociale. Da un lato, perciò, Lenin perverrà alle conclusioni a cui era pervenuto Marx con lo studio delle lotte di classe in Francia e in Germania e, dall’altro, apporterà a questo studio un importantissimo contributo che tiene conto di tutto il materiale accumulato dal corso delle lotte di classe nello sviluppo del capitalismo che investe nuove zone (Russia). Con Lenin avremo un’analisi a tutti i livelli economici e politici che sarà contemporaneamente riconferma e sviluppo delle conclusioni a cui era pervenuto Marx: riconferma perché dimostrerà che solo assimilando e utilizzando il metodo scientifico di Marx (astrazione dei rapporti di produzione) si può giungere all’analisi rigorosamente scientifica dei fenomeni sociali, e sviluppo perché, applicando tale metodo, convaliderà «la giustezza della teoria e la sua corrispondenza con la realtà» russa. Lenin ripercorre tutto il cammino della «logica» del «Capitale» sino a giungere al Partito, cioè a quella conclusione che a molti appare «volontaristica» e che invece è quanto di più «determinato» racchiude tutta la scienza del marxismo.

Solo chi non comprende tutto il processo di elaborazione e di azione del marxismo non riesce a vedere che il Partito è già in Marx, è ciò che potremmo definire «tipico» del marxismo, è ciò che, al grado di sviluppo dell’intera formazione economico-sociale nella sua struttura e nelle sue soprastrutture corrispondenti ad un determinato periodo storico, potremmo definire «astrazione», mentre la concezione leninista del Partito non è che la riconferma, il rilevamento della sua «reiterabilità» sul banco di prova della lotta delle classi, la continuità scientifica. Ma altrettanto errata è la posizione di chi vede solo la continuità e la tipicità della concezione marxista del Partito, di chi vede solo una formale «invarianza», di chi non vede, invece, che la continuità, l’invarianza, la tipicità della concezione marxista del Partito sussistono in Lenin, perché sono un criterio per apprezzare la giustezza teorica e la corrispondenza con la realtà. In questa continuità scientifica, che non ha niente dell’empirica e sostanzialmente metafisica prassi tradizione-innovazione, la concezione leninista del Partito assume tutti i suoi caratteri «peculiari», perché, appunto, ha in sé tutti i caratteri «tipici» della concezione marxista del Partito e li ha non perché proclamati come atto di fede in una tradizione invariata ma perché assunti come metodo o «ipotesi scientifica», termine molto correttamente usato da Lenin, da utilizzare per conoscere la realtà e per conoscerla «discriminando ciò che distingue un paese capitalistico dall’altro e analizzando ciò che è comune a tutti».

Capovolgendo il metodo soggettivo e idealistico dei populisti che analizzando la realtà russa ne vedevano solo tutti quei fenomeni sociali che la distinguevano dagli altri paesi e quindi non ne riuscivano a individuare i fattori determinanti (i rapporti di produzione) che la accomunavano, invece, a tutti gli altri paesi, Lenin non solo ha ristabilito la validità di un metodo che avrebbe permesso, anche in Russia, di conoscere oggettivamente quali erano e sarebbero divenuti i rapporti sociali ed i fenomeni sociali inerenti ai rapporti di produzione predominanti, e quindi di avere una conoscenza oggettiva e non più soggettiva di tutti i fenomeni politici che sono poi il meccanismo sovrastrutturale del movimento di tutti i rapporti sociali, ma ha fatto di più: ha ristabilito la validità di un metodo che permette di conoscere attraverso la tipicità, e solo attraverso di essa, di una determinata realtà sociale tutti i suoi caratteri peculiari, tutta la sua peculiarità. Ecco che «peculiarità», «forme particolari», «varianti nazionali», cioè tutti quei caratteri che solo la stolta superficialità della metafisica opportunista può chiamare «novità», perdono tutta la loro arbitrarietà di nozioni soggettive e diventano nozioni scientifiche che solo il marxismo può sostanziare, elaborare e definire concretamente in una analisi generale.

 

Il Partito, punto d’approdo della scienza

 

La concezione leninista del Partito viene, quindi, a configurarsi non come una semplicistica applicazione del marxismo, non come una semplice traduzione politica della «teoria economica» marxista, ma come un punto fondamentale d’approdo della scienza, che è marxista perché il marxismo ha esteso il suo oggetto dalla natura alla società.

Il Partito come punto d’approdo della scienza, dunque. Perché? Si potrebbe rispondere che il Partito, nella concezione leninista, è il punto massimo della coscienza teorica del processo storico-naturale della società, che esso è la parte consapevole di tutto il processo e che, in quanto tale, è storicamente la prima «coscienza organizzata» del genere umano.

Ma saremmo ancora nel vago. Occorre illustrare maggiormente la dimostrazione riallacciandosi ad un problema che Marx solleva nel «’Capitale’ e che ci permette di vedere come Lenin lo affronterà in sede «politica».

«L’analisi scientifica del modo di produzione capitalistico — scrive Marx — dimostra che le condizioni della distribuzione sono in sostanza identiche alle condizioni della produzione, costituiscono il rovescio di queste ultime, sicché le une e le altre hanno uno stesso carattere storicamente transitorio… Il salario presuppone il lavoro salariato, il profitto presuppone il capitale. Queste forme determinate di distribuzione presuppongono quindi determinati caratteri sociali delle condizioni della produzione e determinati rapporti sociali tra gli agenti della produzione. Un determinato rapporto di distribuzione è, di conseguenza, solo l’espressione di un rapporto di produzione storicamente determinato… ».

Questa, esposta da Marx, è una legge oggettiva che regola tutti i rapporti sociali della società capitalistica per cui i rapporti di distribuzione corrispondono ai rapporti di produzione. Invalidare questa legge significa non comprendere lo stesso processo di produzione capitalistico, la riproduzione allargata, l’accumulazione. Alla base di tutta la elaborazione marxista di Lenin è ben presente questa legge che gli permetterà di ricostruire il processo di riproduzione allargata e di accumulazione capitalistica nell’economia russa, di comprendere come le «forme determinate di distribuzione» di quella economia erano l’espressione di un «rapporto di produzione storicamente determinato» in quella fase storica della Russia.

Ovviamente nell’esposizione di Marx, la legge enunciata a quel grado di astrazione concerneva una identità rapporto di produzione (lavoro salariato-capitale) e rapporto di distribuzione (salario-profitto), ma, come ci ha spiegato Lenin, Marx ci mostra tutte le «manifestazioni sociali concrete dell’antagonismo delle classi inerente ai rapporti di produzione», cioè tutte le manifestazioni sociali dei rapporti di distribuzione.

Marx, e Lenin sulla sua strada maestra, ci mostreranno tutte le manifestazioni sociali della accumulazione capitalistica, della appropriazione di valore, della produzione del plusvalore e della suddivisione del plusvalore stesso in profitto industriale, profitto commerciale, interesse e rendita.

L’identità rapporti di produzione-rapporti di distribuzione ci mostrerà tutta la vita della formazione sociale capitalistica nelle sue lotte di classi, negli aspetti politici e ideologici che queste lotte assumono come riflesso di rapporti di produzione storicamente determinati e di rapporti di distribuzione ad essi inerenti, ci mostrerà un unico e complesso processo di movimento di tutti questi rapporti che fonde «economia» e «politica» in una realtà contraddittoria la cui conoscenza scientifica è il presupposto oggettivo della concezione marxista-leninista del partito.

 

La descrizione politica dei rapporti sociali

 

Nel «Che fare?» Lenin affronta il problema della identità rapporti di produzione – rapporti di distribuzione e lo affronta come descrizione «politica» e «sociale» di tale identità. Come nell’astrazione del «Capitale» i rapporti di produzione sembravano spiegare solo l’economia, così nel «Che fare?» l’astrazione rapporti sociali e politici sembrano spiegare solo la politica. In realtà, dovrebbe essere ormai chiaro, i primi spiegavano anche la politica e i secondi spiegano anche l’economia in quanto e gli uni e gli altri spiegano e ricostruiscono tutto il movimento della realtà sociale.

Vediamo come Lenin traduce in linguaggio «politico» il discorso «economico» di Marx e non solo per dimostrare la traducibilità del linguaggio scientifico marxista ma, soprattutto, per risolvere alcuni problemi che la scienza di Marx aveva posto.

«La coscienza delle masse operaie — scrive Lenin in polemica con gli spontaneisti — non può essere una vera coscienza di classe se gli operai non imparano a osservare sulla base dei fatti e avvenimenti politici concreti e brucianti (attuali) ognuna delle altre classi sociali in tutte le manifestazioni della vita intellettuale, morale e politica: se non imparano ad applicare in pratica l’analisi e il criterio materialista a tutte le forme dell’attività della vita di tutte le classi, strati e gruppi della popolazione.

Chi rivolge l’attenzione, lo spirito di osservazione e di coscienza della classe operaia esclusivamente o anche principalmente su se stessa, non è socialdemocratico [rivoluzionario], perché per la classe operaia la conoscenza di se stessa è indissolubilmente legata alla conoscenza esatta de rapporti reciproci di tutte le classi della società contemporanea: conoscenza non solo teorica, anzi, non tanto teorica quanto ottenuta attraverso l’esperienza della vita politica. Ecco perché la predicazione dei nostri economisti, quali sostengono che la lotta economica è il mezzo più largamente applicabile per trascinare le masse nel movimento politico, è così profondamente nociva e così profondamente reazionaria nei risultati pratici. Per diventare socialdemocratico [rivoluzionario], l’operaio deve rappresentarsi chiaramente la caratteristica economica, la figura politica e sociale del proprietario fondiario e del prete, dell’alto funzionario e del contadino, dello studente e del vagabondo, conoscerne i lati forti e quelli deboli, saper discernere il significato delle formule e dei sofismi di ogni genere con i quali ogni classe e ogni strato sociale maschera i propri appetiti egoistici e la propria vera «sostanza», saper distinguere quali interessi le leggi e le istituzioni rappresentano, e come li rappresentano. Ma non si potrà trovare in nessun libro questa «chiara visione»; la potranno dare solo dei quadri viventi, delle denunce…

Queste denunce politiche relative a tutte le questioni della vita sociale sono la condizione necessaria e fondamentale per l’educazione dell’attività rivoluzionaria delle masse».

In questa polemica con gli «economisti» abbiamo un esempio importante di come il principio scientifico dell’astrazione trovi una sua organica espressione nella concezione leninista dell’attività politica e, nello stesso tempo, abbiamo una altrettanto importante applicazione politica di «azione» perfettamente corrispondente al concetto di formazione economico-sociale. Attraverso l’esperienza della vita politica, applicando in pratica l’analisi ed il criterio materialista a tutte le forme di attività e di vita di tutte le classi, la classe operaia deve giungere ad una «chiara visione» di tutta la società, che nessun libro può dare perché l’attività (la materia) e non il libro (l’astrazione della materia, il concetto) forma il «quadro vivente».

 

La formazione materialistica della coscienza politica

 

La classe operaia può giungere alla conoscenza di se stessa soprattutto attraverso la conoscenza pratica-politica dei rapporti reciproci di tutte le classi della società e deve avere una rappresentazione chiara delle caratteristiche economiche e delle figure politiche e sociali dei componenti di queste classi e strati sociali. Solo in questa chiara conoscenza la classe operaia conosce la propria caratteristica economica, politica e sociale nei suoi rapporti con tutte le altre classi, e strati sociali; e in questa conoscenza essa riesce a ricostruire chiaramente, scientificamente il «quadro vivente» dell’intera società in tutte le sue manifestazioni economiche, sociali e politiche, cioè riesce ad essere la componente cosciente-scientifica di un movimento reale di un processo storico-naturale. La coscienza è consapevolezza dell’azione, della realtà in cui si agisce, del modo stesso di agire. Il complesso di questo tipo di coscienza-azione è il partito e la sua strategia. Pervenuta alla conoscenza dei rapporti reciproci di tutte le classi, in tutte le loro caratteristiche e in tutte le loro manifestazioni, pervenuta alla possibilità oggettiva di discernere o demistificare in queste manifestazioni la «forma ideologica» dalla «sostanza economica», la classe operaia può stabilire scientificamente il proprio comportamento, la propria strategia che non è altro che lo stabilire un «rapporto cosciente» nell’insieme dei «rapporti reciproci» non coscienti e determinati che intercorrono tra tutte le classi e tra queste singole classi e la classe stessa e stabilirlo in tutta la prospettiva di movimento con tutti i prevedibili mutamenti che modificheranno tali rapporti. E’ fin troppo chiaro che la classe operaia non può conoscere se stessa, e tanto meno la sua strategia o il movimento coordinato di tutte le sue azioni e lotte, se vede solo il suo rapporto con il capitale industriale: anzi, ci dice Lenin, non riesce a conoscere esattamente neppure questo suo rapporto «immediato». Cioè, siccome il rapporto di produzione lavoro salariato-capitale è l’astrazione che permette di conoscere tutti i rapporti sociali e quindi anche quello intercorrente tra capitalisti industriali e operai, la classe operaia, non perviene neppure alla esatta conoscenza di questo suo rapporto sociale. Rimane alla pura spontaneità personalizzata di merce forza-lavoro, e non arriva neppure alla conoscenza esatta di essere merce in quanto se non conosce tutto il processo di formazione del mercato della merce forza-lavoro, conoscenza di un processo che comporterebbe la conoscenza dei rapporti sociali di tutte le classi che concorrono alla formazione di quel mercato, non può neppure conoscere esattamente questo mercato né nella sua forma «astratta» (mercato, merce forza-lavoro ecc.), né nel suo «quadro vivente». Giungiamo, perciò, attraverso il problema della «coscienza» di classe ad una delle «astrazioni» del «Capitale» e dello «Sviluppo del capitalismo in Russia» e, quello che è importante, vi giungiamo attraverso la «politica». Ci dice Lenin che la classe operaia non può trovare la rappresentazione di «una chiara visione» di tutto il processo sociale e politico «in nessun libro». La può trovare solo nella sua cosciente attività politica, cioè nella sua esperienza. Ciò sembrerebbe in contraddizione con la tesi centrale di tutta la sua concezione del Partito, ma non lo è perché la coscienza la classe operaia la acquisisce nella sua esperienza sociale e politica, ma l’esatta consapevolezza di questa le è permessa solo dalla scienza che il Partito le può trasmettere. Il Partito è lo «scheletro» scientifico che la classe, assumendolo, può rivestire della «carne e del sangue» dell’esperienza-conoscenza della sua attività politica. Vediamo riproposta nel «Che fare?» tutta la logica scientifica che Lenin aveva individuato nel «Capitale». A che servirebbe lo «scheletro» se non a rivestirlo con il corpo dei fatti concreti della vita sociale? Se la classe operaia operasse nei fatti concreti della vita sociale senza la possibilità scientifica di ricostruirli in una connessione organica non riuscirebbe neppure a dare alla sua esperienza una collocazione esatta. D’altra parte, la scienza (il Partito, la «coscienza portata dall’esterno») non sarebbe più tale, ma una pseudoscienza, una metafisica, se non contenesse in sé la possibilità di verificare le sue ipotesi, la possibilità di rilevare la reiterabilità, la regolarità, la generalizzazione dei fatti e dei fenomeni.

 

La coscienza politica portata dall’esterno

 

II rapporto coscienza esterna – conoscenza – esperienza, il rapporto partito-classe, nella concezione di Lenin è un importantissimo aspetto di quel principio scientifico.

Che, ad esempio, nella montagna di fatti concreti (particolarmente nell’esperienza inglese), Marx avesse potuto rilevare la reiterabilità di fenomeni derivati dalla ipotesi scientifica della riproduzione allargata del capitale, e trovare conferma sulla regolarità di un insieme di fatti tanto da potere elaborare una serie di generalizzazioni scientifiche e da stabilire una serie di leggi oggettive che potremmo compendiare nel termine di «accumulazione», è cosa risaputa e indiscutibile. In tutto questo processo di accumulazione capitalistica le classi e strati sociali vissero economicamente, socialmente, politicamente, ebbero tutta una serie di rapporti reciproci, svilupparono lotte che modificarono questi rapporti, ebbero una esperienza pratica la cui consapevolezza si espresse in una varietà di «ideologie» che, in una forma o nell’altra, mistificavano la realtà e la reale esperienza.

Tutto ciò non impedì di certo l’accumulazione capitalistica come non impedì, al suo grande critico di analizzarla, investigarla, comprovarla. La mancata coscienza della classe impedì lo sviluppo del Partito, certo, ma non occorse a Marx esperienza cosciente della classe per verificare la reiterabilità dei fenomeni sociali che descrisse.

Ma se un processo oggettivo può essere conosciuto e descritto scientificamente, e in questo risiede il principio cardine della concezione marxista del Partito, la diffusione di una conoscenza scientifica ad una parte di questo processo alla classe operaia, è nello sviluppo della scienza stessa, è nello sviluppo del Partito, e in ciò consiste lo sviluppo leninista della concezione marxista. Ma se è nella sua diffusione lo stesso sviluppo della scienza, sarà il tipo di diffusione che ne caratterizzerà la sua essenza e dovrà essere un tipo «materialistico» di diffusione e non un tipo «illuministico» o «idealistico»: ed il tipo «materialistico» è ciò che contraddistingue la scienza applicata dal marxismo alla società.

Di qui la diffusione della scienza come rilevamento, nella attività di una classe, della reiterabilità delle leggi oggettive che la scienza enuncia. In una lettera a Sorge, Engels fissa chiaramente come la formazione della coscienza nella classe operaia sia un processo di tipo «materialistico» quando scrive che il Partito (la scienza, il diffusore «materialistico» e non «illuministico» della scienza) deve muoversi «in ogni movimento generale della classe operaia reale, accettarne il punto di partenza come tale e condurlo gradualmente al livello teorico, facendo risultare come ogni sbaglio fatto, ogni sconfitta subita, sia una conseguenza necessaria di errori d’ordine teorico nel programma originale».

La diffusione della scienza, il portare la «coscienza dall’esterno» alla classe operaia non può quindi essere ridotta a «predicazione ideologica» e neppure a «predicazione di astrazioni scientifiche» perché queste hanno valore conoscitivo solo in quanto riproducono la intera realtà.

Lenin precisa molto bene questo processo materiale di formazione della coscienza nella fase storica in cui lo sviluppo stesso della coscienza diventa un tipico sviluppo della sua diffusione, tale da potere materialmente essere operante o, come convenzionalmente diremo operante politicamente: «La coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni. Il campo dal quale soltanto è possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi».

La formula di Lenin è importantissima perché esclude implicitamente sia la concezione idealista che la concezione empirista della prassi. La coscienza della classe non è qualcosa di sovrapposto ma non è neppure un farsi come, in fondo, sostengono tutte quelle concezioni empiristiche che non sono altro che manifestazioni volontaristiche ed opportunistiche del rifiuto della scienza della credenza, consapevole od inconsapevole, che non è possibile una conoscenza dell’oggetto, della realtà, e della ammissione implicita che non è possibile conoscere in quanto solo agendo si conosce. Il processo di formazione della coscienza della classe riproduce, invece, al livello politico, i processo di astrazione-concretezza che abbiamo visto nella teoria, nel «Capitale». Dove la classe può «attingere» la sua coscienza? Soltanto nel campo dei rapporti reciproci di tutte le classi, nel campo dei rapporti di tutte le classi con lo Stato, nel campo dei rapporti politici. Soltanto nella sua coscienza politica, quindi, avrà la coscienza teorica, la coscienza scientifica che le permetterà la conoscenza della astrazione «rapporti di produzione» perché soltanto nella loro vita complessa questi rapporti vivono nella loro forma semplice.

Non può essere altrimenti perché all’interno della lotta economica la classe operaia conosce solo il rapporto sociale «operai e padroni», conosce solo un aspetto di tutta la vita economica e lo conosce deformato e mistificato. E’ indicativo che in un passo Lenin, che abbiamo citato, dica che l’operaio deve rappresentarsi chiaramente la caratteristica economica e la figura politica e sociale del proprietario fondiario, del prete, dell’alto funzionario, del contadino, dello studente e del vagabondo e non accenni a quello del capitalista. Ma chi può rappresentare chiaramente all’operaio la caratteristica economica e la figura politica sociale del capitalista se non la conoscenza, che infine è politica, di tutti gli altri personaggi sociali e di tutti i loro rapporti?

 

La scienza diffusa e conosciuta nell’azione

 

I principi scientifici, le «idee generalizzatrici», debbono essere importati «materialisticamente» nella classe (e in ciò sta la prima funzione «propagandista» del Partito) ma non possono essere conosciuti se non nell’azione, nella «carne e nel sangue» della classe in tutto il corpo sociale.

L’astrazione ci spiega la formazione del plusvalore e l’accumulazione capitalistica, ma come avviene storicamente l’accumulazione, è il processo di suddivisione del plusvalore che ce lo spiega e questo avviene in tutta la società «con il prete e il funzionario», «con il proprietario fondiario e il contadino».

Questo processo di sviluppo capitalistico coinvolge «economicamente, socialmente, politicamente» tutte le classi in tutti i loro rapporti e, quindi, tra i tanti esempi, la disgregazione contadina sarà un risultato ed un fattore della formazione del mercato capitalistico e del mercato della forza-lavoro, il suo grado di estensione e di intensità determinerà un certo livello del mercato e della accumulazione capitalistica, la lotta politica che accompagnerà tutto questo inciderà sui vari livelli e sui vari gradi.

La stessa classe operaia è un risultato di tutto questo processo, è un risultato di tutte queste lotte di classe che accompagnano il processo, ne è coinvolta, ne fa tutta quella esperienza politica che può essere trasformata in coscienza quando ha imparato, dal Partito, « ad applicare in pratica l’analisi ed il criterio materialista a tutte le forme dell’attività e della vita di tutte le classi», cioè a tutte quelle forme politiche — e non potrebbe essere altrimenti — in cui si presenta e si manifesta nella vita pratica il processo di accumulazione capitalistica.

La coscienza politica della classe operaia diviene, quindi, la forma di diffusione dello sviluppo della scienza. Nel campo della sua lotta e della lotta di tutte le classi, la classe operaia perviene alla conoscenza delle leggi oggettive, dei rapporti di produzione e dei rapporti di distribuzione ad essi inerenti, che regolano tutte le lotte ed anche la sua.

La lotta cosciente della classe operaia non altera, ovviamente, l’oggettività delle leggi, ma costituisce un fattore di intervento nel processo storico in cui esse agiscono. La sostanza e le forme di questo intervento costituiscono la strategia della classe la cui elaborazione, applicazione e sviluppo richiedono adeguati strumenti organizzativi, come Lenin indica in concreto.

La strategia rivoluzionaria nel processo economico

Sorge, a questo punto, una questione di estrema importanza che è comune ai problemi posti dallo sviluppo economico capitalista ed ai problemi posti dallo sviluppo della strategia, della lotta politica: la coscienza dello sviluppo economico, la coscienza politica, in quanto fattore d’intervento politico nei rapporti sociali può interferire «quantitativamente» sui rapporti di distribuzione, può interferire nella determinazione quantitativa dell’accumulazione capitalistica? Il Partito non diviene un fattore di questa determinazione?

In generale, potremmo rispondere, sono già tutti i rapporti sociali, tutte le lotte di classi, che storicamente determinano l’aspetto quantitativo dei rapporti di produzioni.

II meccanismo delle leggi che regolano la produzione capitalistica è un complesso di interdipendenze oggettive che sono determinate e lo determinano.

Analizzare questo meccanismo non può essere fatto, per molte ragioni, in questa sede; ci basterà ripetere che le lotte delle classi sono la manifestazione sociale di queste leggi oggettive, sono una componente essenziale di questi leggi, sono il movimento stesso della struttura poiché non esistono rapporti di produzione che non siano rapporti sociali. Quindi, i rapporti di produzione non saranno, sotto questa visuale, altro che l’astrazione delle lotte delle classi e i loro aspetti quantitativi saranno determinati da queste. Il marxismo non introduce le lotte delle classi nel processo capitalistico, per il semplice fatto che queste sono già presenti in esso: introduce in questo processo la coscienza politica, la coscienza che questo processo non può essere modificato ma distrutto con la violenza di una classe, cioè con una volontà politica organizzata.

 

L’analisi politica come analisi sociale

Pensiamo sia ormai chiaro come l’analisi politica dei rapporti sociali, l’analisi materialistica di questi rapporti costituisca in concreto l’analisi dei rapporti di produzione, cioè l’analisi politica di questi rapporti o, per meglio dire la scienza di una strategia di intervento violento nei rapporti di produzione stessi. In altre parole, con la concezione leninista del partito in quanto strategia siamo ormai giunti storicamente alla soluzione degli infiniti problemi economici che la formazione economico-sociale capitalistica pone, non risolve e aggrava, e l’unica soluzione di questo problema è la politica appunto perché, come ci ha dimostrato il marxismo, non esistono soluzioni «economiche» per l’economia.

Il Partito risolve «politicamente» gli insoluti problemi economici e li risolve non quando vuole ma quando la loro maturazione si presenta storicamente come politicamente possibile, così come politicamente possibile si presenta la diffusione della coscienza della loro soluzione, cioè il Partito.

Se esiste una corrispondenza tra i problemi posti «politicamente» dalla lotta delle classi, se esiste una corrispondenza di grado, di estensione, di vastità, di acutezza, esiste tuttavia una sempre maggiore esigenza di «applicare in pratica l’analisi ed il criterio materialista a tutte le forme dell’attività e della vita di tutte le classi» e di smascherare la «sostanza» economica del «sofisma ideologico», cioè di conoscere esattamente la «corrispondenza» tra l’economia e la politica. Senza il Partito tale corrispondenza non può essere conosciuta esattamente e politicamente ed il corso delle lotte delle classi è risolto «politicamente» dal capitalismo.

 

La scienza della rivoluzione

 

Scoprire tutte le forme ed i gradi di questa corrispondenza e attraverso l’analisi della più grande mole di fatti concreti che la vita sociale e politica esprime, fenomeni costanti e regolari, che possono essere generalizzati come fenomeni «tipici», è un compito scientifico.

Il principio generale della corrispondenza lo ha già dato Marx. Lenin lo sviluppa, applica la scienza alla politica, descrive le leggi generali nelle forme in cui operano, ad una certa fase di sviluppo della formazione economica-sociale capitalistica, al livello politico delle lotte delle classi. Anche in questa elaborazione troviamo la conferma e lo sviluppo di Marx. Con Lenin giungiamo a quella che potemmo definire, con Lenin stesso, una sociologia oggettiva o scientifica della politica.

Quella che l’ideologia borghese definiva «scienza politica» non era altro che una sociologia positivista e soggettiva che generalizzava i fenomeni politici e che costruiva «soggettivamente» alcune «leggi» della politica senza avere determinato scientificamente, con il criterio materialistico, il loro rapporto con le leggi oggettive della struttura economica.

La scienza «politica» leninista, che ha le sue «idee generalizzatrici» in Marx, nel «Capitale», nel «Diciotto Brumaio», nella «Guerra civile in Francia» ecc., è una «forma» della scienza marxista. Ripetiamo ancora una volta che, anche in questo caso, usiamo i termini «politica» «economia» esclusivamente a scopo illustrativo, poiché non esiste una scienza economica marxista che sia fine se stessa, ma esiste il principio scientifico dell’astrazione rapporti di produzione determinanti la sovrastruttura, ad esempio la politica.

La concezione leninista del Partito è, appunto, la scienza che analizza, descrive, definisce in quali forme, con quali caratteristiche, con quali manifestazioni il «determinato» si comporta, si muove, agisce, reagisce, sopravvive od esplode nella fase imperialistica della formazione economico-sociale capitalistica. E in quanto scienza, il Partito analizza, descrive e definisce il suo comportamento e la sua azione, la sua strategia; e lo può fare perché dalle «idee generalizzatrici» del marxismo ha tratto la sua piattaforma scientifica e l’oggetto della diffusione del marxismo nella classe operaia come principio scientifico da verificare nel processo «materialistico» di formazione della coscienza politica proletaria.

Pervenuto ad essere oggettivamente una vera e propria «coscienza collettiva» il Partito può accumulare la conoscenza di un «Monte Bianco di fatti concreti e politici che le contraddizioni del capitalismo, le lotte sempre più acute delle classi, le manifestazioni sempre più estese a tutte le forme degli antagonismi sociali, la dimostrazione sempre più evidente della subordinazione totale dello Stato al capitalismo, pongono alla esperienza politica della classe operaia. In questo materiale enorme di fatti politici concreti il partito costituisce il laboratorio scientifico in cui trovano la verifica, i principi di astrazione e di reiterabilità dei fenomeni sociali, delle lotte sociali, delle lotte politiche. L’esperienza accumulata diventa grandissima e preziosissima, sul piano nazionale e internazionale, e permette la definizione esatta di fenomeni costanti e regolari che si manifestano in tutte le forme di connessione tra i rapporti di produzione ed i rapporti sociali, in tutte le lotte delle classi, in tutte le lotte politiche.

Ne risulterà la definizione esatta di alcune «leggi», che potremo chiamare «leggi oggettive della sovrastruttura». Tutta l’opera di Lenin è ricchissima del contributo che egli ha dato ad una più approfondita descrizione delle «leggi oggettive», ad una più minuziosa analisi della loro «interna articolazione», ad una più concreta conoscenza della «determinazione».

Tutta la sua opera è miniera inesauribile di descrizioni, di analisi, di conoscenza, di esperienza, di definizione delle lotte delle classi, delle lotte politiche, delle «leggi oggettive» della sovrastruttura politica: una miniera che ha già una sua organica sistemazione in tutto il suo complesso e che in molti suoi filoni è ancora da scoprire.

Con la sua concezione del Partito, Lenin applicava il metodo scientifico per definire tutte le forme che regolano il rapporto struttura-sovrastruttura, tutti gli aspetti «tipici» e tutti gli aspetti «peculiari» che caratterizzano questo rapporto nel suo movimento storico, nella sua fase ascendente e nella sua fase di convulsione e di disgregazione.

La strategia del Partito, la strategia della classe operaia, era ormai maturata politicamente a scienza dell’azione conseguente alla possibilità della rivoluzione socialista. La scienza diventava ormai nella pratica quello che teoricamente era sempre stata, la scienza della rivoluzione.

 

CAPITOLO II

LOTTA OPERAIA E PARTITO RIVOLUZIONARIO

La coalizione operaia

 

Abbiamo già detto che l’identità rapporti di produzione-rapporti di distribuzione, illumina tutta la vita della formazione sociale capitalistica, nelle sue lotte di classi, negli aspetti politici ed ideologici che queste lotte assumono come riflesso di rapporti di produzione storicamente determinati e di rapporti di distribuzione ad essi inerenti. A queste conclusioni il marxismo giunge, come abbiamo visto, applicando i suoi criteri scientifici. Ma il marxismo rimarrebbe una pura enunciazione scientifica, valida finche si vuole se questa scienza che ha elaborato non fosse una scienza della rivoluzione, non fosse cioè una scienza dell’azione. Solo quando la scienza diventa strategia essa si presenta come la soluzione di tutti quei problemi che lo sviluppo della formazione economico-sociale capitalistica ha storicamente posto. Abbiamo già visto come questo processo di sviluppo della scienza in strategia abbia trovato principalmente m Lenin il massimo artefice.

Vediamo adesso come questo processo avviene m un settore specifico, importantissimo, fondamentale dei rapporti sociali -.nel settore del rapporto capitale-salario, nella lotta di classe inerente a questo rapporto. Già Marx ci enuncia tutti gli aspetti peculiari della lotta di classe tra il capitale e il salario. Sarà bene averli presenti perché, poi, li vedremo sviluppati costantemente da Lenin nella sua trentennale elaborazione con una fedeltà scientifica che comprova la continuità del metodo scientifico nell’analisi dei fenomeni sociali tra «maestro» ed «allievo».

«La grande industria — scrive Marx — agglomera in un solo luogo una folla di persone sconosciute le une alle altre. La concorrenza le divide nei loro interessi; ma la difesa del salario, interesse comune ch’esse hanno contro il padrone, le riunisce in un’unica idea di resistenza-coalizione».

«La coalizione operaia ha quindi un duplice scopo: sospendere la concorrenza fra lavoratori per potere fare una concorrenza generale al capitalista. Se il primo scopo di resistenza era solo il mantenimento dei salari, man mano che i capitalisti si riuniscono a loro volta a fini di repressione, le coalizioni operaie, dapprima isolate, si raggruppano e’, di fronte al capitale sempre unito, per i lavoratori la difesa dell’associazione diventa più necessaria che quella dei salari. Arrivata a questo punto, l’associazione prende carattere politico… Non dite che il movimento sociale esclude il movimento politico. Non v’è movimento politico che non sia nello stesso tempo movimento sociale. Solo in un ordine di cose in cui non esisteranno più classi e antagonismi di classe, solo allora le evoluzioni sociali cesseranno d’essere rivoluzioni politiche, fino a quel giorno alla vigilia di ogni sovvertimento generale della società, l’ultima parola della scienza sociale sarà sempre: il combattimento o la morte, la lotta cruenta, o il nulla. È così che la questione è inevitabilmente posta».

In questa sintetica esposizione di Marx è contenuta tutta la concezione che il marxismo ha della lotta per il salario tra capitalisti ed operai e della prima forma associata, sindacale che questa lotta assume ad una certa fase del suo sviluppo. Non sarà male insistere su questo punto perché lo sviluppo stesso del sindacato, con tutti i problemi che comporta anche al Partito rivoluzionario, non deve mai fare dimenticare questa verità elementare e strettamente scientifica.

Il salario è il prezzo di una merce che, come tale, è soggetta al mercato, alla concorrenza; concorrenza che, come ci spiega Marx, «divide nei loro interessi» le persone che ne sono offerenti, così come divide le persone che ne sono acquirenti. Ma, a mano a mano che i capitalisti-acquirenti si riuniscono, i proletari-offerenti debbono coalizzarsi per «sospendere la concorrenza fra lavoratori, per poter fare una concorrenza generale al capitalista».

Che questa verità elementare, che ci descrive il movimento della concorrenza di una merce che è l’unica ad avere la particolarità di aggiungere un plusvalore al suo valore, possa apparire oggi molto semplice è dato dalla lunga esperienza che le lotte per il salario hanno ormai generalizzato in tutto il mondo.

Ma tutto ciò in apparenza. In realtà, come per Marx che la enunciava aveva il valore di una scoperta scientifica, così oggi per noi ha il valore della difesa di una conquista scientifica che solo in apparenza sembra acquisita mentre di fatto non lo è. Basterà infatti passare alla conseguente conclusione di Marx per cui ogni movimento politico è movimento sociale, per accorgersi subito come ciò che appariva assimilato non lo sia affatto e come ciò che viene dato per scontato e semplice celi semplicemente l’incomprensione e la confusione. Vedere solo la legge economica della coalizione operaia e non vederne la conseguenza politica, significa non comprendere Marx, rimanere alle soglie della scienza, rimanere ancorati al più piatto economicismo, alla più volgare economia «pura». Anche gli economisti borghesi hanno scoperto la legge economica della coalizione operaia. Marx, invece, vi aveva scoperto il movimento politico, cioè il processo oggettivo attraverso il quale la lotta della classe diventa coscienza, Partito.

 

La lotta politica della classe operaia

 

Nell’autunno del 1895, Lenin scrive il «Commento alla legge sulle multe inflitte agli operai nelle fabbriche e nelle officine», in cui affronta un aspetto della lotta operaia in Russia. L’opuscolo è importante sotto molti aspetti, ma a noi, ora, interessa sottolineare una delle tesi centrali dell’opera che dimostra chiaramente come Lenin avesse inteso bene la lezione di Marx e come non potesse cadere, analizzando un aspetto della lotta di classe, in quell’oggettivismo che stroncherà nei «marxisti alla Struve».

«Lo scopo delle multa non è quello di indennizzare una perdita — scrive Lenin — bensì quello di creare la disciplina, cioè di sottomettere gli operai al padrone, di costringere gli operai a eseguire gli ordini del padrone, a obbedirgli durante il lavoro».

Nel «Progetto e spiegazione del Programma del Partito Socialdemocratico», scritto in carcere nel 1896, nel periodo in cui comincia a preparare il libro «Lo sviluppo del capitalismo in Russia», Lenin tratta ampiamente l’aspetto politico della lotta operaia. Al punto B del Progetto scrive:

«La lotta della classe operaia russa per la propria emancipazione è una lotta politica, e il suo primo obiettivo è la conquista della libertà politica».

E nella «Spiegazione» commenta:

« Che cosa vuoi dire che la lotta della classe operaia è una lotta politica? Vuoi dire che la classe operaia non può lottare per la propria emancipazione se non riesce a esercitare un’influenza sugli affari dello Stato, sulla direzione dello Stato, sulla promulgazione delle leggi. Già da molto tempo i capitalisti russi hanno compreso la necessità di esercitare questa influenza e noi abbiamo dimostrato come essi, nonostante tutti i divieti imposti dalle leggi poliziesche, abbiano saputo in mille modi esercitare un’influenza sul potere statale, e come questo potere serva gli interessi di classe dei capitalisti».

Si potrebbe citare centinaia di passi in cui Lenin spiega ed elabora il concetto di lotta politica della classe operaia russa ed indica i compiti pratici che essa si prefigge. Per comprendere a fondo questi compiti occorre, però, inquadrarli nella strategia rivoluzionaria che Lenin elabora per la situazione russa. Per ora, a noi interessa soprattutto vedere gli aspetti di questa strategia che hanno un carattere tipico, universale e richiamarci alla illustrazione degli aspetti particolari per quanto possono dimostrare l’estrema coerenza teorica e politica del pensiero marxista di Lenin che collega continuamente gli uni e gli altri e dai primi fa scaturire i secondi come da questi trova la conferma dei primi.

 

Il Partito della lotta operaia

 

Alla fine del 1899, dalla deportazione, Lenin scrive il saggio «Sugli scioperi», che sarà pubblicato per la prima volta nel 1924 sulla rivista «Proletarskaia Revolutsia». Lenin doveva scrivere tre articoli per il giornale «Rabociaia Gazieta» su questo argomento: negli archivi è stato trovato solo il primo e non si è potuto stabilire se gli altri due articoli siano stati effettivamente scritti. È veramente un peccato che non si sappia se Lenin ha proseguito l’elaborazione organica annunciata nel primo articolo, non tanto perché la sua elaborazione possa ritenersi incompiuta (Lenin svilupperà in varie occasioni e in vari articoli le sue tesi), quanto perché «Sugli scioperi» si può considerare la prima trattazione sistematica del marxismo sulle lotte operaie. Anche se il primo articolo ha tutta la sua compiutezza, molto probabilmente gli altri articoli successivi ci avrebbero fornito un materiale interessante ai fini della ricostruzione di tutto il pensiero di Lenin in quel periodo e ai fini di uno stretto collegamento con le tesi sul Partito del «Che fare?».

Sintomatico davvero, quasi a dimostrare la mancata assimilazione del metodo scientifico del marxismo da parte di coloro che da varie sponde pretendono di richiamarvicisi o di confutarlo, è il fatto che la elaborazione di Lenin venga analizzata o declamata a spicchi. Tipico è l’esempio sul «Che fare?», testo che ha già fatto versare fiumi di inchiostro e riempire scaffali di biblioteche. La concezione leninista del Partito viene estratta, attraverso una serie di citazioni, da questo testo e, così isolata, è sottoposta ad un giudizio che non può avere alcunché di scientifico anche per il modo in cui viene posto. Ora, è praticamente puerile studiare in questo modo un problema, una tesi, una concezione organica di tutta una serie di fenomeni sociali. Pensiamo di avere già dimostrato che il «Che fare?» è già nel metodo scientifico del «Capitale», è già nello «Sviluppo del capitalismo in Russia». Possiamo aggiungere che, sempre secondo il nostro criterio scientifico, il «Che fare?» è già nel «Sugli scioperi», esattamente come la lotta politica è nella lotta economica, così come la concezione leninista del partito comprende la concezione leninista delle lotte delle classi e della lotta della classe operaia. La concezione marxista dei rapporti sociali è una concezione che, in nessun caso, può considerare isolatamente quei rapporti, se non nell’astrazione scientifica. Alla stessa stregua, la concezione leninista del Partito non può essere considerata isolatamente, se non, appunto, come astrazione scientifica. Come nella pratica non si comprende la teoria leninista del Partito se non in rapporto alla esperienza della lotta operaia, così nella teoria non si può giungere ad una esatta comprensione della concezione leninista del Partito se non si conosce la concezione leninista della lotta operaia che ne è una inscindibile componente.

Del resto, nel «Che fare?», la concezione del Partito non è verità aprioristica ma il risultato della definizione della «spontaneità» e del «tradeunionismo», cioè di alcuni aspetti (alcuni e non tutti come ci spiegherà Lenin) scaturiti dalla esperienza storica della lotta operaia.

Se poi vogliamo seguire il processo stesso della elaborazione di Lenin, cosa che normalmente non viene mai fatta, vedremo quale importantissima fase rappresenti l’elaborazione della concezione della lotta operaia nella elaborazione della concezione del Partito. Nello stesso processo elaborativo, in questa continua e coerente conferma e sviluppo di Marx, lotta operaia e lotta politica trovano la loro perfetta fusione nella concezione del Partito, così come l’avevano trovata in Marx. Ma se Lenin doveva ristabilire e continuare Marx, una ragione storica ci doveva essere ed era, appunto, nella dissociazione operata dalla 2^ Internazionale tra le forme economiche e le forme politiche della lotta delle classi, in generale, e della lotta della classe operaia in particolare. Dissociazione teorica, in effetti, perché nella pratica l’influenza politica nella lotta economica è una realtà oggettiva, ogni lotta economica è una lotta politica e la stessa lotta operaia, lasciata alla sua spontaneità finisce col subire l’influenza politica delle altre classi.

È sul campo dei rapporti reciproci di tutte le classi, cioè sul campo politico, sul campo dello Stato, che la classe operaia può pervenire alla sua coscienza politica, cioè ad avere la sua politica. Ma è dalla lotta economica che la classe operaia perviene al campo politico e non viceversa, poiché ogni lotta economica ha un contenuto politico, è un movimento nei rapporti sociali, è una dinamica dei rapporti tra le classi ed incide nel campo dei rapporti reciproci di tutte le classi, nel campo dello Stato.

Sostanzialmente la revisione del marxismo veniva ad operarsi proprio sul terreno pratico del rapporto tra lotta economica e lotta politica perché la lotta delle classi influisce sempre su questo rapporto. Ogni classe tende a modificare a suo vantaggio questo rapporto ed è sempre alla base degli interessi di classe che ogni movimento politico deve essere ricondotto.

 

La lotta per il salario

 

Ritornare a Marx, ristabilire la scienza di Marx come coscienza politica della classe operaia tramite il Partito, significa per Lenin soprattutto condurre non una astratta lotta per la difesa dei principi astratti e non una lotta contro una revisione delle idee, ma condurre una lotta concreta, una lotta politica soprattutto all’interno della classe operaia per controbattere tutte le influenze politiche che le altre classi hanno stabilito e stabiliscono continuamente nel corso stesso delle lotte operaie. La lotta per il salario è un fenomeno oggettivo, è essa stessa il modo di esistere del rapporto sociale all’interno del processo di produzione capitalistico e dei rapporti di distribuzione ad esso inerenti. La soluzione, lo sbocco sociale di questa lotta è invece un fenomeno soggettivo, dipende dalla coscienza della lotta stessa, dipende dal grado di diffusione della scienza nelle classi, dipende dall’azione che ogni classe è capace di sviluppare, dipende cioè dall’azione politica di ogni singola classe. È questo il terreno di lotta del Partito rivoluzionario e il fatto che nel «Che fare?» e in «Un passo avanti» e in altri scritti la lotta sia concentrata all’interno del Partito stesso altro non significa che è proprio all’interno del Partito che la lotta deve essere risolta e vinta per essere portata e vinta all’interno della classe.

Ma vediamo come tutti questi concetti siano chiaramente esposti nel saggio «Sugli scioperi». Lenin comincia col porsi una domanda: «Come spiegare l’origine e la diffusione degli scioperi» che «in Russia sono divenuti straordinariamente frequenti? ».

Ecco come Lenin affronta innanzitutto questo problema, da vero materialista e non da spontaneista economicistico:

«Quando in Russia vi erano poche grandi fabbriche e officine, erano pochi anche gli scioperi…», per chiedersi:

«Qual è la ragione per cui la grande produzione di fabbrica da origine sempre agli scioperi? La ragione sta nel fatto che il capitalismo conduce necessariamente alla lotta degli operai contro i padroni: quando poi la produzione diventa una produzione di massa, questa lotta diviene necessariamente una lotta mediante gli scioperi».

Lenin segue fedelmente l’impostazione di Marx e la sviluppa coerentemente: la lotta operaia è determinata dal capitalismo e con la grande produzione questa lotta «diviene necessariamente una lotta mediante gli scioperi».

Occorre sottolineare questa tesi, risultato di una analisi condotta sui «fatti concreti» dell’esperienza che conduce a scoprire una forma «generalizzata», «necessaria» ormai, della lotta operaia al livello della grande produzione nello sciopero, perché vedremo in seguito quale importanza abbia lo sciopero nella concezione leninista della lotta economica e della lotta politica e del loro peculiare intreccio.

 

La lotta mediante gli scioperi

 

Seguiamo ancora Lenin per vedere come egli giunga al concetto di «lotta mediante gli scioperi».

Lenin parte dall’illustrazione della teoria di Marx, già citata.

« II capitalismo – scrive – è quella struttura della società in cui la terra, le fabbriche, gli strumenti ecc.,. appartengono ad un numero di proprietari terrieri e di capitalisti».

Gli operai devono vendere la loro forza-lavoro. I padroni cercano di abbassare il salario, mentre gli operai cercano di ricevere un salario più alto possibile. «Fra i padroni egli operai si svolge quindi una continua lotta per il salario…» II padrone e libero di comperare la forza-lavoro a minor prezzo, così come l’operaio è libero di andare a lavorare dove è pagato meglio. «L’operaio mercanteggia sempre con il padrone, lotta contro di lui per la paga». Ma «può l’operaio isolato condurre questa lotta? l lavoratori diventano sempre più numerosi: i contadini rovinati fuggono dalla campagna nelle città e nelle fabbriche… Nelle città vi sono sempre più disoccupati e nelle campagne sempre più poveri: il popolo affamato fa abbassare sempre i salari. Per l’operaio diviene impossibile lottare da solo contro il padrone …L’operaio isolato diviene assolutamente impotente di fronte al capitalista… Persino nel periodo della schiavitù e in quello del servaggio non vi fu mai un’oppressione così terribile del popolo lavoratore come quella che i capitalisti esercitano, se gli operai non riescono ad opporre loro una resistenza, non riescono a conquistare delle leggi che limitino l’arbitrio dei padroni». Per non giungere ad una condizione estrema, gli operai iniziano una lotta «disperata», insorgono insieme.

«Hanno inizio gli scioperi. Dapprima gli operai spesso non sanno nemmeno che cosa vogliono ottenere, non hanno coscienza della ragione che lì spinge a far ciò; rompono semplicemente le macchine, distruggono le fabbriche… In tutti i paesi la collera degli operai scoppiò dapprima in insurrezioni isolate… (le quali)… generarono, da una parte scioperi più o meno pacifici e, dall’altra, la lotta multiforme della classe operaia per la sua emancipazione. Quale significato hanno dunque gli scioperi (o cessazioni di lavoro) nella lotta della classe operaia?».

Dopo aver illustrato il processo storico attraverso il quale la lotta per il salario diventa lotta mediante gli scioperi, Lenin cerca di definire il significato che questi hanno assunto nella lotta operaia.

Se il salario dell’operaio è dunque il risultato di un contratto di compra-vendita «gli operai dovranno necessariamente organizzare scioperi per impedire al padrone di abbassare i salari o per ottenere un salario più elevato.

E infatti non vi è un solo paese a struttura capitalistica nel quale non vi siano scioperi… E quanto più il capitalismo si sviluppa, quanto più rapidamente aumentano le grandi fabbriche e officine, quanto più energicamente i piccoli capitalisti vengono eliminati dai grandi, tanto più urgente diventa per gli operai la necessità di resistere uniti, perché tanto più grave diviene la disoccupazione, tanto più forte diventa la concorrenza tra i capitalisti che tendono a produrre le merci quanto più possibile a buon mercato (e per farlo bisogna pagare gli operai il meno possibile), tanto più forti sono le oscillazioni nell’industria e le crisi».

Prima di proseguire nella lettura di Lenin, sarà bene soffermarsi un poco sulle tesi che egli ha esposto e che possono essere definite le basi fondamentali della teoria marxista e leninista sul sindacato, cioè della teoria che affronta un determinato aspetto dei rapporti sociali.

Anche in questo settore il rapporto scienza-realtà sociale sostanzia tutta la concezione della lotta operaia, lotta che è vista con criterio materialistico, nell’oggettività, nella «necessità» della lotta per il salario. Importante ai fini della conoscenza scientifica di questa legge economica, è tutto il complesso sociale in cui Lenin inquadra questa lotta. Il salario come prezzo di una merce, non è visto solo nella fase terminale del mercato ma è visto in tutto il processo economico-sociale che determina il mercato stesso.

«Il popolo affamato fa abbassare sempre più i salari» dice Lenin e nel popolo affamato è racchiuso il duplice fenomeno della crescente disoccupazione delle città e della crescente povertà delle campagne che, a sua volta, è un aspetto della rovina dei piccoli produttori agricoli e della loro fuga nelle città ad incrementare il mercato della forza-lavoro.

Questo processo storico rende impossibile la lotta isolata per il salario e rende necessaria la coalizione operaia, non solo per «una concorrenza generale al capitalista», ma soprattutto per resistere al capitalista, per limitare l’arbitrio. Vediamo quindi, come in Lenin già la stessa lotta per il salario sia, da un lato, il prodotto dei rapporti fra tutte le classi e, dall’altro, anche per questa caratteristica, una lotta politica. Indubbiamente la stessa lotta per il salario non può essere un rapporto sociale isolato ma è un rapporto che opera strettamente collegato agli altri rapporti sociali (sviluppo del capitalismo nelle campagne, rovina dei contadini, crescente povertà di alcuni strati contadini, ecc.).

Ciò è tanto più vero quanto più questa interdipendenza opera nello sviluppo del capitalismo. Lenin ci indica una serie di rapporti che la definiscono chiaramente:

1) – quanto più il capitalismo si sviluppa tanto più aumentano le grandi fabbriche;

2) — quanto più aumentano i grandi capitalisti tanto più energicamente vengono eliminati i piccoli capitalisti e tanto più aumenta la concorrenza tra capitalisti, la tendenza a pagare più bassi salari, la disoccupazione dei lavoratori, le oscillazioni nell’industria e le crisi;

3) — perciò quanto più si sviluppa il capitalismo, tanto più urgente diventa per gli operai la necessità di resistere uniti.

Che questa necessità sia il risultato dello sviluppo capitalistico e non già della coscienza ce lo conferma l’esperienza storica di tutti i paesi capitalistici in cui l’inizio degli scioperi, cioè l’inizio, da un lato, di una forma nuova della lotta per il salario, e, dall’altro, della lotta multiforme della classe operaia, è l’inizio di una lotta disperata in cui gli operai «non hanno coscienza della ragione che li spinge a far ciò».

Questo è l’aspetto «tipico», comune a tutti i paesi capitalistici, dell’inizio della lotta operaia mediante gli scioperi e, nella concezione di Lenin, possiamo definirlo un aspetto politico. Tale mancanza di coscienza, quella spontaneità, per così dire «pura», quella «necessarietà» alla rivolta provocata dalla esperienza concreta, è in fondo la base oggettiva, l’embrione della coscienza politica operaia. Se il Partito rivoluzionario, la forma superiore di organizzazione della coscienza politica, non riuscisse a combattere ed eliminare l’influenza politica delle altre classi sulla classe operaia, se non riuscisse a riportare la classe alla coscienza primordiale della sua condizione sociale, se non riuscisse a ricondurre, nelle condizioni di crisi del capitalismo la classe a questa condizione di rivolta politica per elevarla ad una condizione di rivoluzione sociale, il Partito non avrebbe ragione storica di esistere. Se la classe operaia è l’unica classe rivoluzionaria nella società capitalista non è solo perché potenzialmente può giungere alla scienza ma, soprattutto, perché la potenzialità rivoluzionaria è nella sua stessa condizione sociale. Se il marxismo, e Lenin nel «Che fare?», dice che la spontaneità del proletariato è tradeunionista è perché il proletariato subisce l’influenza politica delle altre classi (soprattutto borghese e piccolo-borghese) e non perché il proletariato in sé è tradeunionista. Se leggiamo attentamente il «Che fare?» possiamo vedere come la concezione leninista del Partito risulti da tutta l’esperienza storica del proletariato internazionale sulla spontaneità-tradeunionismo.

 

I due aspetti della spontaneità operaia

 

«Ma vi è spontaneità e spontaneità» scrive Lenin nel capitolo II del «Che fare?». Anche nel periodo che va dal 1860 al 1880 (ed anche nella prima metà del secolo), vi furono in Russia degli scioperi accompagnati da distruzioni «spontanee» di macchine e simili. In confronto con queste «rivolte», gli scioperi avvenuti dopo il 1890 potrebbero perfino essere chiamati «coscienti», tanto è importante il passo in avanti fatto nel frattempo dal movimento operaio. Ciò prova che, in fondo, «l’elemento spontaneo» non è che la «forma embrionale della coscienza».

E più avanti:

«Si dice spesso: la classe operaia va spontaneamente al socialismo. Ciò è perfettamente giusto nel senso che, più profondamente e più esattamente di tutte le altre, la teoria socialista determina le cause dei mali della classe operaia. Perciò gli operai l’assimilano così. facilmente, purché questa dottrina non ceda davanti alla spontaneità, purché essa sottoponga questa ultima a se stessa.

… La classe operaia va spontaneamente al socialismo, ma l’ideologia borghese, che è la più diffusa (e che risuscita costantemente nelle più svariate forme) resta pur sempre l’ideologia che, spontaneamente, soprattutto s’impone all’operaio… Ma perché — domanderà il lettore — il movimento spontaneo, il movimento che segue la linea del minimo sforzo, conduce al predominio dell’ideologia borghese? Per questa semplice ragione, che per le sue origini la ideologia borghese è più antica di quella socialista, che essa è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti e possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione ».

Potremmo citare altri passi sull’argomento, ma a noi pare sia sufficiente soffermarci su quest’ultimo passo centrale, su questa «semplice ragione» così limpidamente esposta da Lenin, dopo aver, peraltro, accennato al fatto che per Lenin il predominio ideologico può essere, in paesi non ancora altamente capitalisti, anche di altre classi: «… ma lo sviluppo spontaneo del movimento operaio — dice — porta a subordinarlo alla ideologia borghese… [non combattere la spontaneità]… equivale assolutamente ad una rinunzia al socialismo… lasciare campo libero agli Struve ed ai Prokopovic, che orientano il movimento operaio «secondo la linea del minimo sforzo», cioè secondo la linea del tradeunionismo borghese, od agli Zubatov che lo orientano secondo la linea dell’Ideologia clerico-poliziesca».

 

La forma embrionale della coscienza

 

Perché, allora, in Russia, lo sviluppo spontaneo del movimento operaio non porta necessariamente al tradeunionismo borghese ma può anche essere orientato secondo l’ideologia clerico-poliziesca?

Appunto per la «semplice ragione» che l’ideologia borghese, in Russia, non ha ancora quella storia, quella elaborazione particolareggiata, quel predominio di mezzi di diffusione che ha in paesi più sviluppati capitalisticamente, più borghesi. Naturalmente lo sviluppo del capitalismo ed il legame internazionale daranno all’ideologia borghese anche in Russia i vantaggi che caratterizzano il suo predominio in generale. Ma il Partito non può assistere inerte a questo processo. Il Partito deve avere la consapevolezza scientifica del rapporto spontaneità operaia-ideologia borghese, deve avere la coscienza dei fattori storici che determinano il processo per cui l’ideologia borghese «resta pur sempre l’ideologia che, spontaneamente, soprattutto s’impone all’operaio».

Il Partito ha il compito di opporsi al predominio della ideologia borghese e può opporsi a questo predominio solo sul terreno della sua classe, dentro alla classe operaia, cioè sull’unico terreno sociale in cui esiste una contraddizione tra la sovrastruttura (ideologia borghese) e la struttura (forza-lavoro), sull’unico terreno sociale in cui esiste la contraddizione tra il venditore della forza-lavoro e l’ideologia che non gli è propria perché è l’ideologia dell’acquirente della forza-lavoro. Il Partito combatte l’ideologia borghese nella forma che questa assume come ideologia di una classe che predomina sulla classe da essa sfruttata, cioè nella forma della spontaneità operaia. La combatte e la può combattere perché «in fondo, l’elemento spontaneo non è che la forma embrionale della coscienza», cioè della coscienza scientifica: elemento spontaneo che lasciato alla sua spontaneità, lasciato al suo meccanico sviluppo, non può che cadere sotto l’influenza dell’ideologia più diffusa, più antica, più elaborata in tutti i suoi aspetti, cioè l’ideologia borghese.

E quando si dice ideologia è evidente, in Lenin, che non si dice scienza. La teoria socialista «più profondamente e più esattamente di tutte le altre determina le cause», cioè è scienza; l’ideologia borghese «è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti», cioè è ideologia, strumento elaborato e perfezionato di dominio, di direzione, di egemonia di una classe sulle altre classi, strumento di dominio sulla realtà ma non strumento di conoscenza esatta della realtà. Se sul terreno della conoscenza esatta della realtà il marxismo ha vinto e ha permesso l’avvento del Partito rivoluzionario, sul terreno sociale della classe operaia il marxismo non solo non ha vinto ma deve combattere intera la sua battaglia contro la spontaneità, contro la forma attraverso la quale l’ideologia borghese influenza la classe operaia.

 

L’influenza della ideologia borghese

 

In altre parole, il marxismo, il Partito, ha già sconfitto l’ideologia borghese sul terreno sociale stesso di questa classe, sul terreno della cultura (Lenin cita, approvando, il famoso passo di Kautsky: «La coscienza socialista contemporanea non può sorgere che sulla base di una profonda conoscenza scientifica. Infatti, la scienza economica contemporanea è, al pari della tecnica moderna una condizione della produzione socialista, e il proletariato, per quanto lo desideri, non può creare ne l’una ne l’altra; la scienza e la tecnica sorgono entrambe dal processo sociale contemporaneo. Il detentore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali borghesi; anche il socialismo contemporaneo è nato nel cervello di alcuni membri di questo ceto, ed è stato da essi comunicato ai proletari più elevati per il loro sviluppo intellettuale, i quali in seguito lo introducono nella lotta di classe del proletariato, dove le condizioni lo permettono. Or dunque, la coscienza socialista è un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno, e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente»), dimostrandone il suo carattere di classe dominante, dimostrandone, perciò, il suo carattere mistificatorio della realtà, dimostrando infine che è una «ideologia» e non una scienza.

II marxismo deve, però, ancora sconfiggere l’ideologia borghese in seno alla classe operaia. Questo è il compito storico del Partito.

Ma come può il Partito combattere una ideologia che è più antica, più diffusa, più elaborata in tutti i suoi aspetti, più raffinata e multiforme, che risuscita costantemente, più mistificata insomma, e che ha appunto per queste sue caratteristiche, enormi vantaggi nei confronti della scienza, del marxismo, in quanto è strumento di influenza, di creazione di un senso comune, di radicamento di tutti quei pregiudizi e di tutte quelle abitudini di cui è impregnata la classe operaia e di cui si occuperà Lenin in «Stato e Rivoluzione»?

Il meccanicista, il riduttore del principio marxista della derivazione delle sovrastrutture da rapporti di produzione storicamente determinati ad una formula positivistica, colui che non vede quanta parte dell’opera di Marx e di Lenin sia dedicata allo studio e alla soluzione di questo problema, neppure il problema si pone.

Come, d’altra parte, tanto meno se lo pone nei termini esatti colui che crede di averlo risolto con l’enunciazione di un «rovesciamento della prassi» in cui la «volontà» è una pura categoria concettuale, un qualcosa scientificamente di indefinibile, che non ha un rapporto organico, e quindi scientificamente suscettibile d’essere analizzato e verificato con criterio materialistico, con la struttura che «vuole rovesciare», che rimane una volontà «pura», una mistificata ed eclettica definizione di una prassi opportunistica perché diretta non da una coscienza del proprio ruolo ma da una pseudo-coscienza.

Se poi guardiamo bene ci troviamo di fronte a due delle svariate forme della ideologia borghese, a due forme classiche della spontaneità; poiché nella prima o nella seconda forma, ciò che vi è di essenziale è la mancanza di una effettiva lotta contro l’ideologia borghese sul terreno sociale su cui storicamente va condotta, in seno alla classe operaia, è «un lasciare campo libero agli Struve e ai Prokopovic».

Nella prima e nella seconda forma diciamo, perché non basta sapere che bisogna lottare contro l’ideologia borghese in seno alla classe operaia ma occorre sapere come, in che modo e perché bisogna lottare.

 

Come il Partito lotta contro la spontaneità

 

Ad illustrare come, in che modo e perché deve essere condotta la lotta contro l’ideologia borghese, Lenin giungerà in tutta la sua elaborazione sulla lotta operaia «mediante gli scioperi» e in tutta la sua azione politica rivoluzionaria «mediante il Partito».

Proseguiamo la lettura del suo articolo «Sugli scioperi»:

«Ma avendo origine dall’essenza stessa della società capitalistica, gli scioperi segnano l’inizio della lotta della classe operaia contro questa struttura della società».

Isolati gli operai «rimangono degli autentici schiavi»; lottando uniti «essi diventano degli uomini». Perché?

Perché: «Ogni sciopero ricorda agli operai che la loro situazione non e disperata, che essi non sono soli…

Nei periodi normali, pacifici, l’operaio porta muto il suo basto, non contraddice il padrone, non ragiona sulla propria condizione.

Durante lo sciopero egli dichiara ad alta voce quali sono le sue rivendicazioni… non pensa solo a sé stesso e non soltanto alla sua paga, pensa a tutti i compagni … Ogni sciopero suggerisce con grande forza agli operai l’idea del socialismo. È spesso accaduto che prima di uno sciopero gli operai di una qualunque fabbrica… quasi non conoscessero il socialismo e non vi pensassero; ma dopo lo sciopero… un numero sempre più grande di operai diventa socialista».

Appare chiaramente come Lenin ci presenti «materialisticamente» il processo «mediante gli scioperi» che conduce la lotta operaia al di sopra della lotta per il salario, che la origina deterministicamente e da cui non può mai essere staccata (come ci dimostrerà Lenin stesso nell’analisi dell’intreccio sciopero economico-sciopero politico), e come questo processo si rifletta sul terreno specifico dell’influenza dell’ideologia borghese e della lotta contro di essa, cioè sul terreno specifico della formazione della coscienza politica come forma storica della diffusione della scienza, del marxismo.

Appunto questo processo segna «l’inizio della lotta della classe operaia» contro la struttura capitalistica ed esso si manifesta in una forma che porta il singolo operaio che non conosceva e non pensava al socialismo, cioè conosceva e pensava ad idee che fanno parte dell’ideologia borghese, a ragionare sulla propria condizione, a pensare sulla condizione degli altri operai, a non pensare solo a se stesso e non soltanto alla sua paga.

Lo sciopero è una forma oggettiva di vita sociale che si riflette necessariamente nella vita soggettiva del singolo. Lo sciopero è un fatto, una realtà, una nuova forma di vita dei rapporti sociali, un «Monte Bianco di fatti concreti». Soltanto dopo essere stato un fatto concreto «suggerisce con grande forza» e solo perché il fatto concreto è originato «dall’essenza stessa della società capitalistica» può suggerire questa idea e può permettere all’operaio di diventare uomo, di ragionare sulla propria condizione e su quella degli altri, cioè di sviluppare in sé «la forma embrionale della coscienza», o in altre parole, di sviluppare in sé l’embrione della scienza, del criterio scientifico della conoscenza del reale.

È in questo processo materialistico della formazione della coscienza che risiede la possibilità oggettiva della diffusione della scienza marxista che, in questo senso, è introdotta dall’esterno della classe operaia e, in questo senso, trova un’organica fusione con la spontanea formazione dell’embrione di coscienza generato nella lotta operaia spontaneamente dai rapporti sociali, dalla costante ed inevitabile lotta per il salario che è diventata «necessariamente una lotta mediante gli scioperi».

La lotta contro l’ideologia borghese trova, quindi, un processo materiale su cui operare e su cui verificarsi e non è più una lotta tra idee, una lotta di volontà, una lotta di persuasione, ma la volontà di portare avanti questa lotta, la volontà di non «cadere davanti alla spontaneità», la volontà di sottomettere l’idea esatta e scientifica che il Partito ha della spontaneità del processo sociale in cui deve operare, al processo stesso, alla realtà stessa.

L’idea scientifica, la volontà di applicarla correttamente, lo strumento organizzativo adatto a questo scopo: ecco ciò che il Partito deve «meglio elaborare in tutti i suoi aspetti», ecco ciò che è il compito permanente e necessario perché in ogni momento il Partito deve conoscere come e in che modo deve e può condurre la lotta contro l’ideologia borghese dentro la classe operaia, come e in che modo deve e può liberare la spontanea assimilazione della coscienza socialista dall’ostacolo costituito dall’ideologia borghese.

Conosciuta scientificamente la legge oggettiva che regola il processo della formazione materialistica della coscienza politica operaia, il Partito deve costantemente e necessariamente conoscere le forme peculiari che permettono o impediscono tale processo in una determinata e contingente situazione. Deve conoscere tutte le svariate forme in cui si manifestano gli Struve e gli Zubatov e conoscerle non tanto nella loro espressione teorica ed esterna quanto nella loro espressione pratica ed interna alla classe operaia: deve conoscere ciò che l’operaio pensa e in che modo ciò che pensa è determinato da ciò che fa in ogni determinata situazione.

Deve conoscere come e quando l’operaio può pensare alla propria condizione sociale e alla condizione della sua classe e delle altre classi, come e quando il movimento dei rapporti sociali può suggerirgli con grande forza l’idea del socialismo, come e quando il Partito deve inserirsi e portare avanti questo processo nel modo più elaborato possibile. In ciò consiste il ruolo della propaganda e il ruolo dell’agitazione che il Partito assolve, ma affinché la propaganda e l’agitazione siano «meglio elaborate in tutti i loro aspetti» e non siano una propaganda e una agitazione di «idee» ma un cosciente fattore in un processo di formazione materialistica, occorre che il Partito analizzi e conosca tutti gli elementi del processo, le forme in cui si manifestano, le forme nuove in cui possono manifestarsi.

Ecco perché la lotta del Partito è una lotta aspra, difficile, piena di ostacoli, una lotta in cui non basta la volontà ma occorre una volontà scientifica, una lotta in cui non basta l’idea del «rovesciamento della prassi» ma occorre la conoscenza esatta di tutto il processo dialettico della prassi, una lotta in cui non basta la propaganda di un’idea ma occorre la determinazione dell’azione che dalla realtà giunga all’idea e dall’idea giunga alla realtà.

Lenin ha fornito al Partito gli strumenti scientifici per questa azione. La lotta per il salario «mediante gli scioperi» non è più un’«idea» che il Partito ha di questa lotta ma un processo materiale da analizzare come un «processo storico naturale», con tutti i criteri scientifici del marxismo, da cui sorgono delle idee e su cui il Partito opera e verifica.

Vedremo in seguito come Lenin abbia elaborato lo strumento di analisi degli scioperi e come abbia applicato i criteri scientifici di analisi per la definizione della «statistica degli scioperi».

Per ora limitiamoci a proseguire nella lettura dell’articolo «Sugli scioperi» per trovarvi un’altra importante enunciazione.

 

Lo sciopero, scuola di guerra

 

«Ma lo sciopero apre gli occhi agli operai perché fa loro comprendere non soltanto che cosa sono i capitalisti, ma anche il governo e le leggi».

I funzionari statali dicono agli operai che si preoccupano della loro sorte e gli operai che direttamente «non hanno a che fare con i funzionari» spesso ci credono. Ma nella lotta:

«…L’operaio incomincia a comprendere che le leggi vengono emanate nell’interesse dei soli ricchi e che anche i funzionari difendono gli stessi interessi…

È per questo appunto che… gli scioperi (sono) una «scuola di guerra»… Ma la «scuola di guerra» non è ancora la guerra stessa. Quando fra gli operai si diffondono largamente gli scioperi, alcuni operai (e alcuni socialisti) incominciano a pensare che la classe operaia può limitarsi agli scioperi… Qualcuno pensa sia sufficiente scatenare lo sciopero generale… Ma è un’opinione errata. Gli scioperi sono uno dei mezzi di lotta della classe operaia per la sua emancipazione, ma non sono l’unico mezzo; e se gli operai trascureranno gli altri ritarderanno lo sviluppo e il successo della classe operaia». Per scioperi vittoriosi «occorrono casse» che sostengano gli operai. «… Ma basta un ristagno nell’industria… perché gli industriali provochino deliberatamente gli scioperi, essendo loro talvolta vantaggioso cessare temporaneamente il lavoro e rovinare le casse operaie. Gli operai quindi non possono assolutamente limitarsi agli scioperi e alle società di resistenza.

In secondo luogo, gli scioperi sono vittoriosi soltanto dove gli operai sono abbastanza coscienti, dove sanno scegliere il momento per scatenarli… Di questi operai ve ne sono pochi in Russia. Bisogna aumentarne il numero. Questo compito è dei socialisti e degli operai coscienti che debbono costituire il partito socialista operaio».

In terzo luogo, gli scioperi «mostrano all’operaio che il governo è il suo nemico…». Ma «… soltanto il partito socialista operaio può condurre una tale lotta, diffondendo fra gli operai giuste nozioni sulla natura del governo e sulla causa operaia…».

«… Quando tutti gli operai coscienti diverranno dei socialisti…» la classe operaia «aderirà completamente» al movimento socialista. La lotta per il salario mediante gli scioperi è divenuta, nell’analisi di Lenin, una scuola di guerra che non è ancora, però, «la guerra stessa» della classe operaia ma che lo diventa nella misura in cui il Partito, organizzazione composta dai marxisti e dagli operai coscienti, diffonde fra gli operai «giuste nozioni» sulla natura sociale e politica del sistema capitalistico e porta lo sciopero ad avere una sua strategia.

Nella «scuola di guerra» la classe operaia comprende non soltanto cosa è il suo rapporto con i capitalisti ma anche cosa è il rapporto con lo Stato; comprende, cioè cosa sono i rapporti tra tutte le classi e cosa è il campo dei rapporti reciproci tra tutte le classi, il campo della politica, il campo dello Stato. Ma soltanto il Partito può insegnare alla classe operaia che lo sciopero è uno dei mezzi di lotta ma non l’unico mezzo e che la sua strategia è una parte della strategia rivoluzionaria e non tutta la strategia della rivoluzione, come «alcuni operai (e alcuni socialisti) incominciano a pensare», non accorgendosi «che gli scioperi sono soltanto un mezzo di lotta, soltanto una forma del movimento operaio».

 

Lo sciopero, fenomeno economico naturale

 

Anzi, Lenin, tre anni dopo, nell’articolo «II progetto di una legge sugli scioperi», pubblicato sull’Iskra del 1° settembre 1902, dirà di più, dirà che:

«II movimento operaio ha assunto una così vasta portata che gli scioperi sono davvero diventati “un fenomeno economico naturale “».

E’ il momento in cui Lenin da un carattere sistematico alla elaborazione sul Partito ed è sintomatico che questa trattazione specifica sia parallela alla analisi e alla trattazione dei problemi della lotta operaia e della questione agraria nel quadro della ricerca e della definizione di tutti gli elementi della strategia rivoluzionaria.

Nel maggio del 1901 appare sull’Iskra l’articolo «Da che cosa bisogna incominciare?» che pone già i problemi che saranno sviluppati nel «Che fare?» pubblicato nel marzo del 1902, ma iniziato nel maggio del 1901, contemporaneamente ai primi nove capitoli de «La questione agraria e i critici di Marx», stesi fra il giugno e il settembre del 1901, mentre i capitoli X, XI; XII saranno scritti nell’autunno del 1907.

L’analisi della lotta operaia del 1902 riveste, alla luce di una tale interdipendenza di temi di studio, un carattere particolare.

Lenin, studiando il progetto di una nuova legge sugli scioperi, dice subito che:

«II fatto di considerare lo sciopero come delitto provoca un’intromissione troppo zelante della polizia, intromissione che è più dannosa che utile e che reca agli industriali più difficoltà e noie che sollievo…

(Perciò nel progetto) … si sente in esso… la voce di un intero strato di industriali che sono a contatto col lavoro produttivo… Il liberalismo da due soldi del commerciante è molto più importante del liberalismo da quattro soldi del funzionario… La polizia non indaga sui motivi dello sciopero, ma si preoccupa soltanto di stroncarlo, ricorrendo a uno dei due metodi: o costringere gli operai… a riprendere il lavoro, o ingiungere ai padroni di fare delle concessioni… La lotta degli operai ha assunto forme talmente tenaci, che l’intervento dello Stato di polizia ha veramente cominciato ad essere dannoso non solo per gli operai (a questi non ha mai arrecato che danno), ma anche per gli stessi industriali, a favore dei quali l’intervento veniva effettuato … persino fra gli industriali qualcuno ha cominciato a capire che le forme europee della lotta di classe sono preferibili all’arbitrio asiatico della polizia».

Individuata la causa (lo sciopero diventato fenomeno economico naturale) Lenin ne descrive gli effetti sulle altre classi (gli industriali che propongono una nuova regolamentazione degli scioperi, l’intervento della burocrazia zarista che comincia ad essere dannoso) e tutto ciò che, in queste classi, si comincia a pensare e a capire.

Ma quale deve essere l’atteggiamento del Partito di fronte alle reazioni che il nuovo «fenomeno economico naturale» degli scioperi ha determinato? Lenin è chiarissimo anche su questo problema:

«Nel numero e nella compattezza sta proprio la forza del proletariato, che aumenta col processo stesso dello sviluppo economico, mentre fra la grande e piccola borghesia non fa che aumentare la disparità e il frazionamento degli interessi. Per poter valutare questa superiorità “naturale” del proletariato, la socialdemocrazia deve seguire attentamente tutti gli urti di interesse fra le classi dominanti, servendosene non solo per trarne un vantaggio a favore di questo o quello strato della classe operaia, ma anche per illuminare tutta la classe operaia, per trarre un utile insegnamento da ogni nuovo episodio politico sociale.

Il vantaggio pratico che avrebbero gli operai con la modifica della legge proposta dagli industriali liberali è troppo evidente perché valga la pena di soffermarvisi a lungo. È una indubbia concessione a una forza crescente… Il nuovo passo del ministero degli industriali ci offre anche un altro utile insegnamento. Quello della necessità di saper utilizzare in pratica qualsiasi liberalismo, anche quello da due soldi, ma di stare al tempo stesso all’erta perché questo liberalismo non corrompa le masse del popolo con la sua falsa impostazione dei problemi».

Il Partito, per Lenin, deve quindi saper utilizzare qualsiasi liberalismo da due soldi che si manifesta nel contrasto con il liberalismo quattro soldi della burocrazia zarista, ma deve impedire che la concessione fatta dagli industriali alla forza crescente degli operai divenga un’arma di corruzione. La lezione che ci impartisce Lenin è, in definitiva, questa: il vantaggio pratico che hanno gli operai da una concessione fatta dai capitalisti alla forza crescente della lotta operaia è evidente e non su questo vantaggio deve soffermarsi l’attenzione del Partito ma, piuttosto, sul vantaggio che pensano di ricavare i capitalisti. Il vantaggio pratico per il proletariato è il frutto della sua superiorità naturale, determinata dal numero e dalla compattezza che aumenta col processo stesso dello sviluppo economico, ma il vantaggio politico per il Partito è dato dalla analisi degli urti di interesse fra le classi dominanti e, quindi, alla luce di questi, della valutazione del peso che la superiorità naturale del proletariato può avere nella strategia rivoluzionaria delle lotte delle classi.

 

La superiorità naturale del proletariato

 

La valutazione della «superiorità naturale» del proletariato è un giudizio scientifico che non ha niente a che fare con la visione evoluzionistica-gradualistica dello sviluppo delle classi. Questa valutazione impegna a fondo il Partito, ne mette alla prova il grado di assimilazione della scienza e la capacità di elaborare una strategia corrispondente allo sviluppo e alla contraddizione di tutte le forze sociali.

«Nel numero e nella compattezza sta proprio la forza del proletariato», dice Lenin.

La «quantità» proletaria «aumenta col processo stesso dello sviluppo economico»: questo fenomeno è riscontrabile nell’analisi stessa dello sviluppo economico. Abbiamo, quindi, un primo dato oggettivo-statistico che ci fornisce la forza quantitativa del proletariato la quale costituisce il primo fattore materiale della sua superiorità naturale nei confronti delle altre classi, nei confronti particolarmente della grande e della piccola borghesia che, con il proletariato, sono le forze sociali prodotte dallo sviluppo capitalistico.

È nella natura stessa dello sviluppo capitalistico la eliminazione delle forze sociali precapitalistiche, e, quindi, il risultato sociale quantitativo di questo processo deve essere basato sulle classi fondamentali della società capitalistica, sulla borghesia e sul proletariato.

Il secondo fattore della superiorità naturale del proletariato è costituito dalla sua compattezza. Anche questo fattore è un fattore materiale determinato dallo sviluppo economico capitalistico che, come ci ha già spiegato Lenin, porta necessariamente alla grande produzione, al raggruppamento di grandi masse proletarie nella grandi fabbriche, al necessario sviluppo della lotta per il salario in lotta mediante gli scioperi. Abbiamo, quindi, un secondo dato oggettivo-statistico ricavabile dall’analisi della concentrazione e della centralizzazione della produzione capitalistica.

Numero e compattezza del proletariato sono, perciò, due aspetti dei rapporti sociali che possiamo definire statisticamente. Avremo un proletariato composto da un determinato numero di unità e avremo un determinato numero di aziende capitalistiche con un determinato numero di addetti salariati: queste aziende, infine, dovranno essere suddivise per numero di addetti. Ma la valutazione della forza del proletariato richiede una seconda serie di giudizi; essa va valutata nel rapporto con le altre classi, rapporto che deve essere affrontato inizialmente in sede statistica-economica.

Ne dovrà risultare il grado di proletarizzazione in una determinata società capitalistica ed il grado di concentrazione-compattezza del proletariato in rapporto al grado di disparità e di frazionamento della grande e della piccola borghesia urbana e rurale. Questa valutazione ci fornirà non solo indici percentuali della classe operaia nei confronti delle altre classi e strati sociali, ma ci fornirà soprattutto indici di concentrazione del proletariato nel processo produttivo dell’economia in un determinato paese. E siccome la «superiorità naturale» del proletariato non è un dato assoluto ma il risultato di una serie di rapporti con tutte le altre forze sociali, potremo valutare questa società tenendo conto del grado di proletarizzazione e del grado di concentrazione proletaria, cioè dei due fenomeni e non solo del primo.

È ciò che fanno i marxisti russi quando analizzano le caratteristiche dello sviluppo industriale in Russia e della proletarizzazione da questo determinata; e nel loro giudizio, , il fatto che il giovane e ristretto proletariato russo, che nel 1905 contava appena 1.691.000 unità nelle fabbriche e nelle officine, sia concentrato in grandi aziende rappresenta un fattore che rafforza quella «superiorità naturale» contrastata dal debole grado di proletarizzazione assoluta della società russa.

Ma è nella valutazione scientifica della «superiorità naturale» del proletariato che il Partito di Lenin può assegnare un ruolo importantissimo al proletariato russo nella strategia della rivoluzione internazionale, e lo può perché, in questa valutazione, il giudizio sulla compattezza proletaria è strettamente determinato dal giudizio sulla disparità ed il frazionamento degli interessi fra le altre classi e, soprattutto, fra la grande e la piccola borghesia.

Solo a questo punto la valutazione della «superiorità naturale» del proletariato, che parte dall’analisi dei dati oggettivi-statistici per tradurre in termini quantitativi le tensioni e la forza di tensione e di rottura tra le classi, diventa una valutazione scientificamente esatta e dirigente l’azione.

Solo a questo punto la valutazione sociologica delle classi diviene una valutazione politica delle classi, cioè una valutazione della loro forza nei rispettivi rapporti e dei fattori che ne frenano, o rallentano, o incrementano le potenziali forze.

Ciò, ovviamente, vale per il proletariato come per la borghesia, grande e piccola, e vale a qualsiasi livello di sviluppo del capitalismo e specie a quello attuale, imperialistico, dove il numero e le concentrazioni del proletariato hanno raggiunto proporzioni gigantesche.

Ebbene, è proprio in ragione di queste proporzioni, che conferiscono alla «superiorità naturale» del proletariato una base oggettiva mai vista nella storia dell’umanità, che anche in questo campo la pressione dell’ideologia borghese sulla classe operaia assume proporzioni gigantesche, cioè proporzioni adeguate a ciò che essa deve contenere. L’opportunismo esalta come non mai il concetto di «unità proletaria» e nelle forme più raffinate ed elaborate l’ha elevato addirittura a mito.

Decenni di pressioni ideologica sulla classe operaia hanno fatto sì che ogni singolo operaio sia prigioniero di questo mito, cioè del mito più controrivoluzionario che l’ideologia borghese abbia elaborato nel corso dei secoli.

Innanzitutto, è da rilevare che il concetto stesso di «unità» è un concetto opportunistico, non scientifico, ideologico, cioè è un concetto elaborato dall’ideologia borghese che mistifica la realtà in una astratta visione «unitaria» che meglio si adatta a conservare i concreti interessi dell’economia capitalistica.

Mentre il processo stesso dello sviluppo economico — ci spiega Lenin — aumenta il numero e la compattezza del proletariato, aumenta, nello stesso tempo, la disparità ed il frazionamento degli interessi fra la grande e piccola borghesia. Il proletariato potrà approfittare di questa sua superiorità naturale solo se saprà servirsi della «disparità naturale» delle altre classi per portare avanti «autonomamente» la sua strategia rivoluzionaria contro tutte le classi sino alla fase della dittatura del proletariato, sbocco naturale della sua superiore, autonoma, scientifica lotta di classe.

Solo a questa condizione, che si concreta nella funzione dirigente del Partito rivoluzionario, il proletariato è forte, superiore, compatto perché la borghesia, grande e piccola, è divisa e frazionata.

Come è evidente, tutta questa visione leninista, che si basa su concetti precisi quali quantità, compattezza, forza, disparità e frazionamento non ha niente a che fare con il mito borghese dell’unità operaia.

Nella mistificazione dell’unità operaia in realtà si nasconde il tentativo di unificare la disparità ed il frazionamento degli interessi della classe borghese nel suo complesso ed anche se l’unificazione operaia, che avviene nell’ideologia borghese mediante l’opportunismo, non impedisce l’inutilità di questo tentativo, essa tuttavia rappresenta una temporanea soluzione.

Di volta in volta l’unificazione operaia nella politica opportunistica rientrerà nella strategia delle tendenze riformistiche borghesi o piccolo borghesi, sarà strumento di operazioni tradeunionistiche del grande capitale per attenuare le conseguenze sociali e politiche derivanti dal processo di sviluppo capitalistico che provoca urti di interessi tra la grande e piccola borghesia, o sarà strumento di operazioni democratiche in cui la piccola borghesia si serve del proletariato unificato per difendere i suoi interessi contro il grande capitale, o infine sarà strumento del tentativo fascista di mediare gli interessi contrastanti delle varie classi mediante lo Stato.

In tutti questi casi, ciò che vi è di essenziale è che la unità politica del proletariato, cioè una uniformità della classe nei rapporti con lo Stato capitalista, è indispensabile ai fini di non aggravare il frazionamento degli interessi tra gli strati borghesi. Non bisogna mai dimenticare che questi interessi possono diventare inconciliabili solo quando il proletariato con la sua strategia autonoma li aggrava: altrimenti trovano sempre contingenti mediazioni e proprio a spese del proletariato.

Ciò avviene innanzitutto nella lotta per il salario, cioè alla fonte economica degli urti di interessi tra i suddivisori del plusvalore operaio. Con la sua superiorità naturale, con la forza e la compattezza, il proletariato nella lotta per il salario può aggravare ed esasperare la disparità degli interessi tra grande e piccola produzione capitalistica, può accelerare al massimo il processo di concentrazione capitalistica e provocare una crisi gigantesca in tutti quei settori di piccola produzione capitalistica la cui composizione organica del capitale non può reggere ad un prezzo unitario della forza-lavoro determinato sul mercato di quest’ultima da una quantitativa e compatta lotta per il salario, può, infine, tramite il Partito, approfittare della crisi permanente degli interessi in seno allo schieramento borghese per portare avanti la sua lotta rivoluzionaria per la conquista del potere.

Gli urti di interesse in seno alla grande e piccola borghesia, quando il proletariato è strategicamente compatto, tenderanno al massimo di esasperazione politica, cioè al massimo di lotta per imprimere all’organo statale che deve mediare questi contrasti l’indirizzo più confacente ad ogni strato borghese in lotta e ciò, inevitabilmente come ci dimostra la storia, mette in crisi l’apparato statale stesso, il che vuoi dire, dal punto di vista proletario, che la trincea avanzata contro il proletariato si indebolisce, entra in uno stato di disorganizzazione e di inefficienza.

Che poi i termini dell’esasperazione politica dei contrasti degli interessi borghesi si presentino nelle forme di fascismo o antifascismo, totalitarismo o democrazia, Zubatov o Struve, è un problema che riguarda la definizione delle peculiarità del momento storico in cui il contrasto si manifesta. Il Partito indubbiamente deve definire queste peculiarità, ma soprattutto deve valutare le forze che sono in contrasto, il grado a cui si elidono, il momento in cui possono trovare una momentanea mediazione, e rapportare continuamente questa valutazione delle forze borghesi alla valutazione della forza proletaria. Il confronto delle forze è il problema cardine della strategia del Partito rivoluzionario ed è su questa base che il Partito affronta il mito dell’unità operaia e la realtà della unificazione proletaria quale strumento di mediazione e di lotta degli interessi divergenti degli strati borghesi. Attaccare questo strumento, scomporre le forze proletarie che utilizza, tendere a ricomporre queste forze sul terreno dell’autonomia strategica del proletariato: ecco il compito permanente del partito. Solo quando avrà indebolito le forze borghesi dell’apporto delle forze operaie ch’esse utilizzano, il Partito rivoluzionario potrà contare sulla superiorità naturale del proletariato di fronte alle forze borghesi che, sguarnite dai contingenti proletari, inevitabilmente si scontrano ed aprono la strada a quella crisi di disgregazione in cui il proletariato rimane la unica forza compatta.

 

Lo sciopero, mezzo proletario

 

II 22 gennaio del 1917, Lenin tiene a Zurigo, ad una riunione di giovani operai, un «Rapporto sulla rivoluzione del 1905» in cui illustra la funzione dello sciopero in quella rivoluzione. Nel 1905, dice, un colossale paese di 130 milioni di abitanti, «la Russia sonnecchiante» si trasformò in una Russia con un proletariato rivoluzionario e un popolo rivoluzionario. Con quali metodi e per quali vie fu possibile questo passaggio?

«L’arma principale di questo passaggio fu lo sciopero generale. L’originalità della rivoluzione russa consiste precisamente nel fatto che essa fu democratica borghese perché tendeva immediatamente… ad una repubblica democratica…

La rivoluzione russa fu nello stesso tempo una rivoluzione proletaria; non soltanto perché il proletariato ne fu la forza dirigente e fu all’avanguardia del movimento, ma anche perché l’arma specifica del proletariato, e precisamente lo sciopero, costituiva il mezzo principale per scuotere le masse e il fenomeno più caratteristico nell’ondata più travolgente di avvenimenti decisivi. Nella storia mondiale, la rivoluzione russa è la prima — ma non sarà certamente l’ultima — grande rivoluzione in cui lo sciopero politico di massa abbia compiuto una funzione straordinariamente grande. Si può persino affermare che non è possibile comprendere gli avvenimenti della rivoluzione russa e il succedersi delle sue forme politiche se non se ne cercano le basi nella statistica degli scioperi».

Lenin fornisce quindi alcuni dati statistici che permettono di valutare «la base reale obiettiva di tutto il movimento»; utilizza, a tal fine, le conclusioni generali statistiche a cui era giunto nel saggio «Statistica degli scioperi in Russia» del 1910 di cui parleremo in un altro paragrafo.

«In tutto il decennio che precedette la rivoluzione il numero complessivo degli scioperanti fu dunque di 430.000. Nel gennaio del 1905, nel primo mese della rivoluzione, il numero degli scioperanti fu di 440.000. Dunque, più in un solo mese che in tutto il precedente decennio. In nessun paese del mondo, neppure nei paesi più avanzati come l’Inghilterra, gli Stati Uniti d’America, la Germania, si è ancora visto un movimento di scioperi così grandioso come in Russia nel 1905. Il numero generale degli scioperanti fu, in quell’anno, di 2 milioni e 800.000; vale a dire due volte più del totale degli operai di fabbrica. Certamente ciò non significa che gli operai di fabbrica delle città fossero, in Russia, più colti, più forti o più preparati alla lotta dei loro fratelli dell’Europa occidentale. È anzi, vero il contrario».

E qui Lenin ripete il concetto che — come vedremo — aveva già espresso sette anni prima: ma questa volta ampliandolo.

«Ma ciò dimostra quanto grande può essere la energia che sonnecchia nel proletariato. Ciò dimostra che, in un periodo rivoluzionario, lo dico senza alcuna esagerazione, sulla base dei dati più precisi della storia russa, il proletariato può sviluppare una energia cento volte maggiore che in un normale periodo di calma. Ciò dimostra che, fino al 1905, l’umanità non sapeva ancora come la tensione delle forze del proletariato può essere, ed è, grande, enorme allorché si tratta di una lotta per scopi effettivamente grandi, allorché si tratta di lottare in modo veramente rivoluzionario!»

 

L’intreccio degli scioperi

 

Adesso cominciamo a comprendere, seguendo Lenin, come lo sciopero «arma specifica del proletariato» abbia costituito «il mezzo principale per scuotere le masse», per svegliare la sonnecchiante Russia e come una rivoluzione socialmente democratico-borghese sia stata proletaria per i suoi mezzi di lotta. La tensione delle forze proletarie, cioè il massimo di impiego nella società delle energie della classe operaia dispiegate nel modo più autonomo, nel modo «veramente rivoluzionario», la tensione di classe portata al massimo di rottura: ecco il meccanismo che ha scosso la società russa, ecco il meccanismo che può scuotere ogni società capitalistica nelle proporzioni derivate dal peso specifico delle energie delle classi.

« La storia della rivoluzione russa — scrive Lenin — ci dimostra che precisamente l’avanguardia, la parte migliore degli operai salariati ha condotto la lotta con la maggior tenacia e la maggior abnegazione.

Quanto più grandi erano le officine, tanto più gli scioperi si facevano con tenacia e tanto più frequentemente si ripetevano nello stesso anno.

Quanto più grande era la città, tanto più importante era la funzione del proletariato nella lotta.

Tre grandi città, Pietroburgo, Riga, Varsavia, dove gli operai sono più coscienti e più numerosi, danno un numero di scioperanti molto maggiore di tutte le altre città, senza parlare poi della campagna».

La funzione di avanguardia del proletariato delle grandi fabbriche delle città più importanti viene qui ad assumere un carattere fondamentale come forza motrice della rivoluzione, un carattere specifico nella concezione marxista della lotta di classe ed antitetico alla concezione borghese dell’unità operaia.

«Gli elementi migliori della classe operaia — continua Lenin — marciavano in testa trascinando dietro a sé gli esitanti, risvegliando i dormienti, incoraggiando i deboli. Durante la rivoluzione l’intreccio degli scioperi politici con quelli economici fu assolutamente originale. Non c’è dubbio che solo lo strettissimo legame fra queste due forme di sciopero garantì il grande vigore del movimento. Non si sarebbe potuto far partecipare al movimento rivoluzionario la grande massa degli sfruttati se questa non avesse avuto quotidianamente di fronte a sé l’esempio di operai salariati di diversi rami dell’industria che strappavano ai capitalisti miglioramenti diretti ed immediati delle loro condizioni. Grazie a questa lotta un nuovo spirito animò tutta la massa del popolo russo.

Per la prima volta, la Russia serva, pigra, patriarcale, devota, obbediente si è liberata dell’antico Adamo; per la prima volta il popolo russo ha ricevuto l’educazione veramente democratica, veramente rivoluzionaria».

L’intreccio degli scioperi politici con gli scioperi economici, ci spiega Lenin, fu assolutamente originale perché fu il risultato della lotta dell’avanguardia proletaria che trascinò la classe e le stesse masse sfruttate in una lotta generale. Esso fu il risultato dell’energia autonoma del proletariato e non del cedimento proletario di fronte alle masse sfruttate semiproletarie e non proletarie.

«La vera educazione delle masse non può mai essere separata dalla lotta politica indipendente e soprattutto dalla lotta rivoluzionaria delle masse stesse. Soltanto la lotta educa la classe sfruttata, soltanto la lotta le fa scoprire l’entità della sua forza; allarga il suo orizzonte, eleva le sue capacità, illumina la sua intelligenza e tempra la sua volontà».

Questa funzione «pedagogica» della lotta, che agisce tanto all’interno della classe quanto nei confronti delle masse sfruttate, che insegna alla classe il socialismo e alle masse sfruttate la democrazia, che, appunto perché espressione della predominante energia proletaria, ha la possibilità di utilizzare la «democrazia» che ha insegnato alle masse non proletarie come forza motrice di una strategia rivoluzionaria che conduce alla abolizione della democrazia e alla dittatura del proletariato, è l’essenza dell’intreccio dello sciopero economico con lo sciopero politico.

Questa peculiare forma di lotta segna un passo in avanti della forza proletaria, indica che questa forza è stata impiegata esclusivamente dal punto di vista della classe, mette in evidenza che la pressione del proletariato ha inciso profondamente sulla lotta politica delle masse sfruttate non proletarie sino a costringerle ad adottare le «armi» proletarie degli scioperi.

È questa l’alleanza del proletariato con gli strati intermedi che gli opportunisti inventano – nel pensiero di Lenin? Solo dei falsificatori possono affermarlo. Nella penna e nella pratica di costoro i termini di «alleanza» ed «egemonia» hanno trovato una tale versione mistificata e sono stati riempiti di un tale contenuto controrivoluzionario, da rendere necessaria una serie di precisazioni addirittura di ordine filologico.

«Alleanza» è per gli opportunisti un concetto mutuato dalla diplomazia borghese. «Egemonia» è, sempre per costoro, un concetto tratto dalla filosofia idealista borghese. Alleanza ed egemonia sono, quindi, due concetti che esprimono l’esigenza capitalistica di organizzare in estensione e in profondità, internazionalmente e nazionalmente, una realtà sociale e politica contraddittoria, caotica, squilibrata, e di organizzarla per la difesa e per l’attacco, come difesa e attacco conoscono tutti i cicli di contrasti di interessi.

Quindi, in questo senso, alleanza ed egemonia sono concetti che non rientrano nella rigorosità scientifica del marxismo. Il marxismo storicamente li ha utilizzati, come tanti altri, soprattutto nel linguaggio dell’agitazione politica in quanto termini convenzionali che potevano avere una funzione di approssimazione nella traduzione dell’analisi politicamente alcune fasi della lotta rivoluzionaria antecedente alla dittatura del proletariato.

Solo dei falsificatori possono nascondere il contenuto di classe, dittatoriale, che sostanzia il concetto leninista «alleanza operai e contadini» o «alleanza proletariato e popoli coloniali». Solo degli opportunisti incalliti possono ignorare il valore concreto, materiale, statisticamente rilevabile che ha la forza del proletariato nello stabilire una «pedagogia egemonica» verso strati semiproletari, sottoproletari, piccolo borghesi, cioè verso strati che lo stesso sviluppo capitalistico genera come pulviscolo sociale disgregato e frazionato: il ruolo egemonico della forza prima che delle idee.

Il marxismo affronta questo magma sociale da cui deriva lo sviluppo quantitativo del proletariato stesso, perché il marxismo agisce sulla prospettiva. In questo senso, il marxismo utilizza il concetto di alleanza e di egemonia in quanto strumenti politici di un processo completo di proletarizzazione in cui la forza del proletariato si sviluppa per moltiplicarsi.

Il fatto è che gli opportunisti o i meccanicisti, per i quali il proletariato finisce col diventare una categoria concettuale che serve agli uni per creare giochi diplomatici di alleanze e agli altri per confinare la classe nel limbo deterministico, non concepiscono neppure che il proletariato è sempre il risultato del processo di proletarizzazione e che verso di esso il Partito deve affrontare parecchi di quei problemi che affronta nei riguardi delle masse sfruttate. Di grande insegnamento è il modo in cui Lenin affronta il rapporto fra metallurgici e tessili nel 1905:

« Gli operai tessili, due volte e mezzo più numerosi dei metallurgici, nel 1905 formavano la massa più arretrata e peggio pagata… È dunque perfettamente chiaro che soltanto la lotta economica, soltanto la lotta per miglioramenti economici immediati riesce a scuotere gli strati più arretrati della massa sfruttata, a dar loro una reale educazione e, — in quel periodo rivoluzionario — a trasformarli in qualche mese in un esercito di combattenti politici ».

 

La statistica degli scioperi

 

Gli scioperi, aveva detto Lenin già nel 1902, sono diventati un «fenomeno economico naturale». In questa sua affermazione vi è qualcosa di più che la generica affermazione di una tendenza delle forme che assume la lotta operaia nella grande produzione capitalistica. In questa affermazione vi è qualcosa di più importante e cioè vi è la scoperta di una legge oggettiva che regola le lotte per il salario ad un determinato livello dello sviluppo delle forze produttive.

Come ogni legge oggettiva, anche questa viene definita dopo aver analizzato tutta una’ serie di fatti economico-sociali. Il criterio materialistico trova una concreta applicazione in questa analisi ed il movimento dei rapporti sociali, la lotta, il «fenomeno economico» che rischierebbe di essere descritto e definito con criteri puramente idealistici se non fosse possibile ridurlo alla sua essenza materiale, trova invece la possibilità di essere studiato e definito come un «fenomeno naturale».

Anche in questo caso la leggenda di un Lenin «volontarista» viene sfatata. Lenin non solo non crea categorie «soggettive» quali tendenze e lotte subordinate ad una volontà politica ma inesistenti o irrilevanti nella realtà, non solo non inventa «soggettivamente» caratteri delle lotte operaie che meglio possono adattarsi alla sua concezione del Partito, ma fa molto di più: non si limita alla registrazione delle lotte operaie e alla esaltazione degli scioperi.

Egli analizza scientificamente questi scioperi, in definitiva esce dalla visione «soggettiva» degli scioperi.

Lo sciopero è un «fenomeno economico naturale» e quindi va studiato come una parte della natura, come una parte della natura della società capitalistica.

Nessun marxista, di destra o di sinistra, lo aveva ancora fatto. Basta richiamarci alla discussione internazionale, provocata dal 1905, sullo sciopero generale e sullo sciopero di massa.

L’esperienza del 1905 è invece per Lenin una accumulazione formidabile di fatti concreti a cui è possibile, finalmente, applicare quei principi scientifici che aveva proficuamente enunciato e applicato nell’analisi dello sviluppo del capitalismo in Russia in polemica con i populisti e che gli avevano permesso di definire il concetto di legge oggettiva anche nell’analisi degli scioperi del 1902. Alla fine del 1910, Lenin scrive per la rivista «Mysl» il lungo saggio «Statistica sugli scioperi in Russia».

Lenin inizia il saggio con un giudizio sulla pubblicazione del Ministero del Commercio e dell’Industria riguardante la statistica degli scioperi degli operai nelle fabbriche per il decennio 1895-1904 e per gli anni 1905-1908.

«II materiale raccolto in queste pubblicazioni — dice — è talmente ricco e prezioso che per studiarlo a fondo ed elaborarlo completamente ci vorrà ancora moltissimo tempo».

Come già aveva fatto per la statistica agraria degli Zemstvo Lenin studia questo materiale «ricco e prezioso» e procede ad una elaborazione marxista dei dati che la statistica borghese fornisce, applicando e perfezionando strumenti metodologici che ricava dai principi scientifici stessi.

Nel saggio in questione egli vuoi far conoscere «i risultati preliminari di un tentativo di elaborazione più particolareggiata».

«È pienamente accertato, anzitutto, — scrive — il fatto che gli scioperi in Russia negli anni 1905-1907 sono un fenomeno mai visto al mondo».

A dimostrazione di questa affermazione elabora una tabella sul numero degli scioperi in migliaia, per anni e per paesi. Gli anni considerati vanno dal 1895 al 1909 e i paesi sono, in ordine, Russia, USA, Germania e Francia.

Di fronte ad un massimo di 2 milioni e 863 mila scioperanti in Russia raggiunto nel 1905 abbiamo un massimo di 660 mila scioperanti negli USA.

«Il triennio 1905-1907 è eccezionale. Il minimo del numero degli scioperanti in Russia per questo triennio supera il massimo raggiunto dai paesi più capitalistici del mondo».

Infatti il minimo del triennio è di 740 mila scioperanti nel 1907. Deve, quindi, Lenin gridare alla «superiorità naturale» degli scioperi russi, deve proclamare una «particolarità» russa che legittimi una via «nazionale», come oggi si sentono in diritto di farne tutti quegli opportunisti che vanno a caccia di particolarità persino nelle Costituzioni?

Ecco la risposta «universale» di Lenin:

«Certamente ciò non significa che gli operai russi siano più progrediti e più forti che in occidente. Ciò significa, però, che l’umanità non sapeva fino allora quale energia sia capace di sviluppare in questo campo il proletariato industriale. La peculiarità del corso storico degli avvenimenti è che la misura approssimativa di questa capacità si è rivelata prima che altrove in un paese arretrato, il quale sta ancora attraversando una rivoluzione borghese».

D’altra parte, nella stessa elaborazione statistica di Lenin, la media degli scioperanti russi per gli anni 1895-1904 è di 43.000 e, dopo il triennio eccezionale, gli scioperanti sono 176 mila nel 1908 e 64.000 nel 1909.

Lenin, nella statistica sugli scioperi, cerca soprattutto il «tipico» della lotta proletaria cioè la «energia» della classe. La peculiarità non è nell’energia sprigionata dagli operai russi ma è nel corso storico che ha permesso agli operai di un paese arretrato di dimostrare in «misura approssimativa» quanta sia l’energia potenziale del proletariato industriale.

La ricerca delle cause storiche che hanno determinato il fatto che sia il proletariato russo a dimostrare la capacità di energia del proletariato internazionale è la ricerca dei caratteri peculiari della situazione russa.

Ma non è tanto questo aspetto che Lenin mette in rilievo quanto l’aspetto tipico della capacità energetica del proletariato industriale nella lotta mediante gli scioperi. Peculiare è che questa capacità si dimostri in Russia prima che altrove e se in Russia con una determinata forza proletaria è stata sviluppata una data energia, abbiamo finalmente un dato materiale, rilevabile statisticamente, che ci permette di ottenere un coefficiente quantitativo di energia in rapporto alla forza proletaria quantitativa impiegata.

Ovviamente, abbiamo solo dati quantitativi che ci permettono solo giudizi quantitativi, ma è questo il primo elemento oggettivo di giudizio indispensabile a porre fenomeni sociali quali le lotte operaie mediante gli scioperi su di un banco materiale di analisi scientifica.

Lenin elabora altri dati statistici che permettono di porre gli adoperi russi su di un banco materiale di analisi e che ci indicano un metodo ulteriore per giungere ad un giudizio quantitativo di una fase di tensione del rapporto capitale-salario.

Egli analizza i danni (la merce non prodotta) subiti dalla industria russa a causa degli scioperi. L’analisi è fatta sulla industria complessiva e sulla suddivisione degli scioperanti in quattro gruppi fondamentali di industrie: A) metallurgici, B) tessili, C) tipografi, carpentieri, operai addetti alla lavorazione del cuoio, chimici, D) operai addetti alla lavorazione di minerali e alimentaristi.

I danni subiti ammontarono nel decennio 1895-1904 complessivamente a 10 milioni e 400 mila rubli; nel 1905 a 127 milioni e 300 mila; nel 1906 a 31 milioni e 200 mila; nel 1907 a 15 milioni e nel 1908 a 5 milioni e 800 mila. Nei tre anni 1905-1907 il valore della merce non prodotta aumenta a 173 milioni e 500 mila rubli. I danni subiti dagli operai per la paga non ricevuta nei giorni di sciopero (stabiliti in base alla paga media giornaliera delle varie industrie), furono nel decennio 1895-1904 complessivamente di 1.597.000 rubli, nel 1905 di 17.541 000 nel 1906 di 3.820.000, nel 1907 di 1.815.000 e nel 1908 di 451.000.

Nel triennio 1905-1907 i danni subiti dagli operai ammontarono a 23.200.000 rubli, ossia a più di 14 volte di tutto il decennio precedente.

Lenin fornisce una seconda tabella sulla «Entità media dei danni (in rubli) subiti in seguito a sciopero da ogni operaio occupato nell’industria», sempre per il decennio 1895-1904 e per gli anni 1905, 1906, 1907 e 1908 e confuta il calcolo del compilatore della statistica ufficiale.

Tenendo conto delle enormi differenze di paga tra gli operai delle varie industrie, il calcolo più particolareggiato distingue gli operai per gruppi industriali A-B-C-D e permette di stabilire che:

«Per un operaio metallurgico (gruppo A) l’entità dei danni subiti per causa degli scioperi ammontava nel 1905 a 30 rubli, cioè al triplo della media, e a oltre 10 volte la media dei danni subiti da un operaio addetto alla lavorazione dei metalli e a un alimentarista (gruppo D).

La conclusione che abbiamo tratto più sopra, e cioè che verso la fine del 1905 i metallurgici esaurirono le proprie forze in questa forma di lotta, viene confermata con forza ancora maggiore dalla tabella in questione: nel gruppo A la entità dei danni dal 1905 al 1906 è diminuita di oltre 8 volte, e negli altri gruppi 3-4 volte».

Ecco come sotto la lente marxista di Lenin il dato generico del compilatore della statistica ufficiale che aveva calcolato i danni subiti per ogni operaio occupato nell’industria in una media indifferenziata di 10 copechi all’anno nel primo decennio, di 10 rubli nel 1905, di 2 rubli nel 1906, di 1 rublo nel 1907, trova una precisa scomposizione ed una vera aderenza alla realtà della classe, ai suoi problemi interni, ai suoi interni dislivelli, alla sua interna articolazione in avanguardie e retroguardie. La statistica sui danni subiti dagli operai è servita anche alla rassegna delle forze della classe operaia. A noi interessa qui rilevarne i dati non tanto per quello che potrebbe interessare in sede storica quanto per quello che può essere utile a ricostruire questa metodologia statistica leninista e a fornirci tutte quelle indicazioni generali che ci permettano di utilizzarla per i compiti attuali del Partito rivoluzionario.

Ogni lotta operaia, ogni movimento di scioperi dovrebbe trovare il Partito capace di analizzarlo con la metodologia statistica leninista.

Lenin ci indica i danni subiti dall’industria per merce non prodotta (173.500.000 rubli) e i danni subiti dagli operai per salari non percepiti (23.200.000 rubli): abbiamo un rapporto di circa 7,5 a 1, il che ci permette una valutazione approssimativa e quantitativa dello scontro di classe. Ricavando il saggio di plusvalore e il saggio del profitto e riuscendo a valutare in termini monetari il totale del profitto non realizzato, potremo avere un rapporto, indubbiamente inferiore di quello 7,5 a 1 e forse vicino all’1 a 1, ma un rapporto che ci indicherebbe con esattezza il capitale che è stato distrutto dalla lotta.

Quanta energia ha impiegato il proletariato in questa lotta? Di quanta energia il proletariato è capace? Per rispondere a queste domande è necessario ritornare, dopo l’analisi dei danni subiti, all’analisi fatta da Lenin sulle giornate di sciopero:

«Per capire in che modo, in Russia, con un numero non molto grande di operai di fabbrica e di officina in confronto all’Europa Occidentale, il numero degli scioperanti abbia potuto essere tanto elevato, occorre tenere conto degli scioperi ripetuti».

Di seguito, Lenin fornisce una tabella con la solita suddivisione per anni e (a) percentuale degli scioperanti in rapporto al numero complessivo degli operai, (b) percentuale dei casi di scioperi ripetuti in rapporto al numero complessivo degli scioperi.

«Vediamo da queste cifre — dice — che il triennio 1905-1907, eccezionale per il numero complessivo degli scioperanti, si distingue anche per la frequenza degli scioperi ripetuti e per l’alta percentuale degli scioperanti in rapporto al numero complessivo degli operai».

Infatti la percentuale (a) raggiunge nel 1905 la punta del 163,8 e la percentuale (b) la punta dell’85,5. Ma Lenin non si ferma a queste due percentuali ed elabora, con la solita suddivisione per anni, una terza percentuale che potremmo definire (e) e cioè «percentuale degli scioperanti negli stabilimenti in cui sono scoppiati scioperi, in rapporto al numero complessivo degli operai». Questa percentuale registra per il 1905 il 60%».

Il rapporto tra le percentuali (a) (b) (e) dimostra un movimento ondulare negli scioperi, con diminuzione degli scioperanti in confronto al 1905, diminuzione nel complesso inferiore dal 1906 al 1907 più che dal 1905 al 1906.

Lenin ricerca le ragioni di questo movimento ondulare nell’analisi dei governatorati più industriali e meno industriali, nel moto alterno dei governatorati che entrano nella lotta dopo un anno dall’inizio e dei governatorati che rientrano nella lotta dopo un periodo di sosta.

Studia «questo fenomeno, molto importante, per capire il corso storico degli avvenimenti», e lo descrive particolareggiatamente, settore per settore, mese per mese perché:

«II periodo di un anno è troppo lungo per poter studiare il carattere a «ondate» del movimento degli scioperi. Dal punto di vista statistico, abbiamo ora il diritto di dire che nel triennio 1905-1907 ogni mese contava un anno. In questi tre anni il movimento operaio ha vissuto per trenta anni.

In nessun mese del 1905 il numero degli scioperanti scese al di sotto del minimo annuo del decennio 1895-1904, ma nel 1906 e 1907 di simili mesi ve ne furono soltanto due per anno. Purtroppo nella statistica ufficiale i dati mensili, così come i dati per singoli governatorati, non sono sufficientemente elaborati. Si è costretti a rifare del tutto molte tabelle».

Lenin rifà le tabelle per trimestre suddividendo gli scioperi del triennio in economici e politici, cioè tenendo conto — come dirà nell’articolo «Sciopero economico e sciopero politico» del 1912 — che: «È stata la vita, generatrice di forme particolari del movimento di scioperi, che ha obbligato a introdurre questa suddivisione. La combinazione degli scioperi economici e politici è uno dei principali tratti di questa particolarità». Ogni anno è suddiviso per 4 trimestri ed i trimestri in cui si verifica «la maggiore ascesa dell’ondata» sono chiusi in un rettangolo. I trimestri di «maggior ascesa della ondata» coincidono con avvenimenti politici di importanza fondamentale che Lenin elenca minuziosamente e che trovano corrispondenza nella statistica degli scioperi politici.

La regola del triennio che ne ricava Lenin: «è che la ascesa dell’ondata degli scioperi segna i punti critici, di svolta, di tutta la evoluzione sociale e politica del paese. La statistica degli scioperi ci mostra in modo lampante la principale forza motrice di questa evoluzione. Ciò non significa affatto che la forma del movimento in questione sia l’unica forma o la forma superiore…

Ciò significa, però, che abbiamo davanti a noi il quadro statistico (quadro certamente molto incompleto) del movimento di una classe che è stata la molla principale che ha determinato l’orientamento generale assunto dagli avvenimenti. Il movimento delle altre classi si raggruppa attorno a questo centro, lo segue, viene da esso diretto o determinato (in senso positivo o negativo), dipende da esso».

La regola che Lenin ricava dall’analisi del triennio dimostra l’intima essenza controrivoluzionaria della politica opportunistica e lo scopo concreto che questa si prefigge con l’impedire che il proletariato sia la principale forza motrice nei punti critici, di svolta, della società capitalistica.

Non a caso gli opportunisti di tutte le sfumature hanno in comune il rifiuto della regola che permette al proletariato di essere la principale forza motrice in ogni avvenimento sociale e politico.

Essi affermano l’opposto di quanto Lenin afferma sulla base di fatti scrupolosamente analizzati. Ce lo dice Lenin stesso nell’articolo «Sciopero economico e sciopero politico» del 31 maggio 1912:

«Se i liberali (e i liquidatori) dicono agli operai: voi siete forti quando «la società» simpatizza con voi, il marxista parla diversamente agli operai: la «società» simpatizza con voi quando siete forti. Per società bisogna intendere in questo caso tutti gli strati democratici della popolazione: piccola borghesia, contadini, intellettuali aventi uno stretto contatto con la vita degli operai, impiegati ecc.».

Un esempio concreto Lenin ce lo fornisce in un altro punto del saggio sulla statistica degli scioperi, quando prende in esame l’insuccesso della lotta per la giornata lavorativa di otto ore:

«È indubitabile che la rivendicazione della giornata lavorativa di otto ore respingeva molti di quegli elementi della borghesia che potevano simpatizzare con altre aspirazioni degli operai.

…Il punto di vista liberale si rivela nel considerare come «un lato debole del movimento» proprio l’unione della lotta economica con quella politica. Il punto di vista marxista vede una debolezza nell’insufficienza di quest’unione, nel numero non abbastanza elevato di partecipanti a scioperi economici. La statistica – scoprendo la «legge generale» del triennio: il movimento si rafforza quando si rafforza la lotta economica — conferma in modo evidentissimo che il punto di vista marxista è giusto. Questa «legge generale» è logicamente legata alle caratteristiche fondamentali di qualsiasi società capitalistica: in essa esisteranno sempre strati tanto arretrati da potere essere svegliati solo da una estrema acutizzazione del movimento e gli strati arretrati non possono essere portati alla lotta che attraverso le rivendicazioni economiche».

Anche in questo passo è indicata con lapidaria chiarezza un altra tesi marxista, dialettica, che nega radicalmente la pratica opportunistica.

Nella società capitalistica, ci dice Lenin, esisteranno sempre strati arretrati, pesanti retroguardie della classe operaia. Per portarli alla lotta politica il Partito deve estendere al massimo la lotta economica, deve partire dalle loro rivendicazioni economiche per elevarli.

L’esistenza di questi strati arretrati giustifica, quindi, l’alibi opportunista secondo il quale, siccome vi sono settori più arretrati, la classe non può e non deve sviluppare lotte più avanzate? No di certo. L’alibi opportunista non fa che teorizzare l’esigenza del capitalismo di mantenere arretrati larghi settori proletari e semiproletari e di unificare politicamente le punte più avanzate della classe ai settori più arretrati sulla base di questi ultimi, cioè proprio sul terreno dove è più pesante e massiccia l’influenza dell’ideologia borghese.

Le avanguardie della classe, mediante lo strumento del mito borghese della unità operaia elaborato e adoperato dagli agenti del capitalismo in seno al movimento operaio sono ricacciate sulle posizioni arretrate dove possono essere controllate e annullate. Quello che è un effetto della politica opportunistica viene presentato come una causa che, in questa versione mistificata, serve a giustificare tutte le sconfitte della classe ed il suo assoggettamento economico e politico al sistema capitalistico.

La giustificazione viene a sorreggere il mito sino a diventare un’altra delle componenti di quel senso comune che è la volgarizzazione dell’ideologia borghese in seno alla classe operaia.

La reale dialettica viene capovolta nel sofisma. Lenin, nella sua analisi, ci dimostra che gli strati arretrati possono essere portati avanti e svegliati «solo da una estrema acutizzazione» della lotta. Più la lotta è acuta, e può diventare più acuta solo quando giunge a smuovere tutte le radici economiche dei rapporti di classe, e più diventa vasta e abbraccia tutta la classe.

Sarà poi la acutezza e la vastità della lotta che porterà anche gli strati più arretrati della classe alla coscienza politica e farà della lotta economica una lotta politica. In questo processo dialettico il proletariato impiegando tutta la sua energia e attingendo tutta la sua energia anche negli strati più arretrati, acquista un ruolo dominante anche nel corso di una rivoluzione democratica-borghese. Anche in una rivoluzione di questo tipo, quale era quella del 1905, il proletario può non avere un ruolo subalterno, alla condizione però che conservi tutta la sua autonomia, che impieghi tutta la sua energia, che dimostri tutta la sua forza.

La sua energia e la sua forza risiedono nel contrasto di fondo che vi è nel rapporto capitale-salario, ed è su questo contrasto e sulla sua elementarità che il proletariato deve fare leva. Quella che sembrava una «debolezza» ed una «arretratezza» di una larga parte della classe diventa invece per tutta la classe la sua forza, la inesauribile sua riserva di «energia» non utilizzata che può essere gettata violentemente sulla bilancia dei rapporti di classe. È questo il compito del Partito e della sua avanguardia proletaria, compito che può essere assolto solo nella misura in cui il loro impiego di «energia» e la loro «tensione di forza» riesce a «svegliare» tutta la classe.

La forza del Partito e della avanguardia proletaria viene così ad essere centuplicata da quel «miracolo» della moltiplicazione delle forze che ogni periodo storico rivoluzionario conosce e che gli opportunisti non comprenderanno mai anche se lo avversano tenacemente.

Se ciò vale nel corso di una rivoluzione democratico-borghese, vale mille volte di più nella fase attuale in cui all’ordine del giorno della storia si pongono le rivoluzioni proletarie. Lenin ci ha insegnato a valutare dialetticamente tutta la forza del proletariato, anche e soprattutto quella che non appare perché non è mai stata impiegata e che non è conosciuta, per le stesse ragioni, dalle classi nemiche e dagli opportunisti controrivoluzionari.

Il Partito deve, però, conoscere tutta questa forza, deve sapere su quanto potenziale di energia può esercitare la sua capacità di sollecitazione, deve conoscere la «energia» proletaria in altre due sue caratteristiche: la «tenacia» e l’«ampiezza».

Lenin stabilisce una media di giornate di sciopero per ogni scioperante e ci fornisce un primo indice di «tenacia» l’«ampiezza».

«La tenacia della lotta illustrata da queste cifre — dice — raggiunse il massimo nel 1905… Occorre rilevare che, per la tenacia della lotta, gli scioperi dell’Europa Occidentale sono molto superiori. Il numero delle giornate di sciopero per ogni scioperante fu nel quinquennio 1894-1898 di 10,3 per l’Italia, di 12,1 per l’Austria, di 14,3 per la Francia e di 34,2 per l’Inghilterra.

Se consideriamo a parte gli scioperi prettamente politici, avremo (per la Russia) le cifre seguenti: 1905, 7 giornate per ogni scioperante; 1906, 1,5; 1907, 1. Gli scioperi per motivi economici si distinguono sempre per una maggiore durata della lotta.

Tenendo conto della diversa tenacia degli scioperi nei vari anni, arriviamo alla conclusione che i dati sul numero degli scioperanti non bastano per stabilire con precisione un quadro comparato della ampiezza del movimento nei vari anni. Un indice preciso è dato, invece, dalle giornate di sciopero. Giunto a stabilire con i dati statistici sulle giornate di sciopero un «indice di ampiezza», Lenin prosegue:

«in tal modo l’ampiezza del movimento, stabilita con precisione, supera nel solo 1905 di oltre 11 volte l’ampiezza complessiva del movimento per tutto il decennio precedente.

In altre parole: nel 1905 l’ampiezza del movimento supera di 115 volte l’ampiezza media annuale del movimento per il decennio precedente.

Questo rapporto ci mostra quanto siano miopi coloro che troppo spesso si possono incontrare negli ambienti degli scienziati ufficiali (e non solo di essi), i quali considerano il ritmo dello sviluppo sociale e politico che si verifica nelle epoche cosiddette «pacifiche», «organiche», «di evoluzione», come una norma valevole in tutti i casi, come un indice della rapidità di sviluppo di cui è capace l’umanità moderna. In realtà, il ritmo di «sviluppo» nelle epoche cosiddette «organiche» è l’indice della massima stagnazione, dei massimi ostacoli allo sviluppo».

Il ritmo dello sviluppo sociale e politico, nel caso del 1905, sviluppo sociale del capitalismo nelle città e nelle campagne e sviluppo della repubblica democratica borghese, è determinato, per Lenin dalla forza del proletariato. A differenza di quanti vedono lo sviluppo del capitalismo come un processo durante il quale il proletariato è inerme e passivo, Lenin lo concepisce invece, come una tappa storica in cui il proletariato è una forza propulsiva, una classe dinamica che costringe la debole borghesia a portare avanti il suo sviluppo economico, ad approfondire la differenziazione sociale nelle città e nelle campagne e a formare un proletariato sempre più numeroso. La classe operaia in questo processo diventa un «centro» attorno al quale si raggruppa il movimento di strati sociali destinati dallo sviluppo economico a proletarizzarsi, diventa una forza sociale e politica che la borghesia non potrà mai più schiacciare come ha fatto nelle rivoluzioni dell’Ottocento, diventa una forza capace di difendersi e di accelerare la «seconda rivoluzione», la rivoluzione socialista. Il proletariato, quindi, non è un fattore passivo della accumulazione capitalistica e la sua lotta economica e politica, lungi dall’essere un freno all’accumulazione come pensa l’opportunista che ragiona dal punto di vista della classe «accumulatrice», diventa un potentissimo impulso all’accumulazione, una spinta ad imprimere un ritmo veloce all’accumulazione capitalistica che è costretta a divorare tutte le forme economiche precapitalistiche e particolarmente la rendita.

Lenin ci fornisce un esempio di come un marxista intende il problema del ritmo dello sviluppo sociale e politico:

«Circa le vicende della lotta tra gli operai e gli industriali, sono estremamente istruttivi i dati della statistica ufficiale sui risultati degli scioperi…

La conclusione generale che di qui bisogna trarre è, anzitutto, che, quando si ha la forza massima del movimento, si ha anche il successo massimo degli operai. L’anno più vantaggioso per essi è stato il 1905, anno in cui l’impeto del movimento degli scioperi era al suo punto massimo».

Ciò vale per il primo, il secondo ed il quarto trimestre dell’anno. Ma il terzo trimestre è un periodo di declino del numero degli scioperanti.

«Con l’allentarsi della pressione si ha la vittoria dei padroni: 59.000 operai persero gli scioperi e soltanto 45.000 li vinsero. La percentuale degli operai che persero gli scioperi è del 35,6% cioè più alta che nel 1906. Ciò significa che “quell’atmosfera generale di simpatia” verso gli operai che esisteva nel 1905 e della quale tanto parlano i liberali come causa principale delle vittorie operaie… non impediva affatto la sconfitta degli operai, quando la loro pressione si allentava».

Qui Lenin affronta il problema della massima utilizzazione della energia del proletariato. Per comprendere come questo problema si pone bisogna seguire la sua elaborazione e ristabilire alcuni caratteri fondamentali che emergono dalla sua analisi sulla statistica degli scioperi.

Primo: i metallurgici sono stati in Russia la parte più avanzata del proletariato.

Nel 1905, su 100 operai di fabbrica si ebbero 160 scioperanti, ma su 100 metallurgici si ebbero, nello stesso anno, 320 scioperanti. Tenendo conto della frequenza degli scioperi ripetuti e dell’alta percentuale del numero degli scioperanti in rapporto al numero complessivo degli operai (altra caratteristica del movimento del triennio), per i metallurgici il numero degli scioperanti supera di oltre tre volte il numero degli operai. Ciò dimostra che, (secondo), il proletariato della grande industria fornì la maggior energia al movimento.

«Se l’energia e la tenacia della lotta mediante gli scioperi (noi parliamo qui soltanto di questa forma di lotta) in tutta la Russia fossero state uguali a quelle dei distretti di Pietroburgo e Varsavia, il numero complessivo degli scioperanti sarebbe stato due volte più grande… gli operai hanno saputo valutare soltanto la metà delle proprie forze in questo campo, poiché non ne hanno utilizzato che la metà. Gli operai, dispersi nei villaggi e in centri urbani e industriali relativamente piccoli, pur costituendo la metà del numero complessivo degli operai, dettero nel 1895-1904 il 40% del numero complessivo degli scioperanti e nel 1905-1907 soltanto il 25-30%. I metallurgici sono stati preparati meglio degli altri dal decennio che precede il 1905. In questo decennio quasi la metà (117.000 su 252.000) scioperarono. Essendo i più preparati, essi sono l’avanguardia anche nel 1905».

Terzo: il rapporto tra l’energia della classe e la sua utilizzazione è, quindi, il rapporto tra l’avanguardia e la retroguardia della classe. Nel caso specifico russo, tra i metallurgici e i tessili, i quali costituiscono circa il 40 degli operai di fabbrica e officina.

«Il rapporto tra i metallurgici e i tessili è il caratteristico rapporto che esiste fra lo strato d’avanguardia e le larghe masse; per scuotere le larghe masse, l’avanguardia doveva spendere una così colossale energia all’inizio del movimento, che essa veniva poi a trovarsi relativamente indebolita all’apogeo del movimento stesso. È chiaro che una simile irregolarità del movimento denota un certo spreco di forze dovuto alla loro dispersione, al loro insufficiente concentramento».

Lo strumento della statistica degli scioperi è servito a Lenin non solo a valutare la forza del proletariato, ma soprattutto a scoprire il modo in cui questa forza può essere meglio utilizzata e meno sprecata.

La questione sindacale

 

Dopo la rivoluzione d’ottobre, Lenin si occupa attivamente del problema sindacale. Ovviamente, questo problema non è mai stato escluso dalla sua elaborazione teorica e della sua azione politica anche nei momenti in cui la lotta operaia supera oggettivamente le forme sindacali e assume le forme politiche di lotta per il potere. Anche negli scritti del periodo di guerra e del periodo rivoluzionario Lenin non trascura di esaminare le forme della lotta operaia «mediante gli scioperi» ed il problema del rapporto tra queste forme e l’azione del Partito.

Ma in quella fase della lotta di classe, il punto essenziale del rapporto classe operaia e Partito viene a porsi ad un livello più avanzato nella strategia rivoluzionaria, al livello dell’inizio della rivoluzione proletaria internazionale e della dittatura del proletariato in Russia.

Il corso delle lotte delle classi in Russia e nel mondo ha maturato rapidamente i fattori stessi del rapporto lotta operaia e Partito e la stessa dinamica in cui questo rapporto si era posto nei decenni precedenti, caratterizzati soprattutto dallo sviluppo relativamente pacifico del capitalismo. La lotta operaia «mediante gli scioperi» diventa lotta operaia «mediante i Soviet» e «mediante la dittatura». Ma il fatto che la lotta operaia abbia raggiunto questa maturità politica di lotta per il potere non vuole assolutamente dire che essa abbia definitivamente superato le forme che potremo definire «sindacali» Anche il «salto qualitativo» nella lotta operaia e nel suo rapporto con il Partito è un processo contraddittorio, dialettico, caratterizzato da estremi contrasti, da estreme lacerazioni, da profondi squilibri.

Il corso della rivoluzione internazionale ne darà l’esempio.

Il «salto qualitativo» viene, quindi, a comprendere tutta una serie di forme di lotta operaia, forme «antiche» e «nuove», ma la cui tendenza fondamentale e generale è costituita dalla crisi del capitalismo e dalla possibilità oggettiva che la crisi si risolva nella rottura rivoluzionaria dell’ordinamento economico e politico del capitalismo. Quindi anche le forme «sindacali» della lotta operaia possono avere una prospettiva rivoluzionaria a breve scadenza e possono, in questa crisi capitalistica, costituire un potente punto d’avvio di un processo di formazione di coscienza rivoluzionaria, condizione necessaria per un passaggio a forme politiche più avanzate nella strada dell’assalto al potere.

Nella situazione aperta dalla guerra imperialistica e dalla rivoluzione d’ottobre, l’elaborazione di Lenin domina tutto questo processo delle lotte di classe e delle forme varie che assumono ed inquadra magnificamente tutti questi aspetti nell’unica strategia generale della rivoluzione internazionale.

Lenin non rimane prigioniero della formula, ma penetra nella sostanza, la analizza, la collega al movimento generale della strategia. Vede i Soviet e vede i sindacati, vede nei primi sia i fattori che possono essere sviluppati sino a costituirne i pilastri della dittatura del proletariato, che i fattori che possono essere utilizzati dalla controrivoluzione della democrazia piccolo-borghese, vede nei secondi sia la spinta di classe che può farne una «scuola di guerra» per la stessa guerra sociale che si è aperta, che alcuni caratteri che ne fanno la organizzazione sociale dell’aristocrazia operaia e della burocrazia opportunistica.

Elemento risolutore in questo processo e, per Lenin il Partito rivoluzionario e la giusta strategia che sa sviluppare affinché nei Soviet e nei sindacati prevalgano le tendenza di lotta che portino la classe operaia sul cammino della rivoluzione.

Il terzo periodo dell’elaborazione leninista

 

Alcuni storici anglosassoni hanno voluto vedere nella posizione di Lenin una contraddizione risolta solo da un pragmatismo contingente. Secondo costoro, Lenin ritornerebbe ad interessarsi dei sindacati e a propugnare un lavoro rivoluzionario dentro i sindacati riformisti solo dopo avere constatato il fallimento dei Soviet o Consigli in Europa.

Apparentemente questo giudizio può sembrare vero, ma, come ogni giudizio che si basa soprattutto sugli aspetti formali di una posizione politica, è superficiale. Che nella concezione di Lenin della rivoluzione e della dittatura del proletariato i Soviet avessero un ruolo fondamentale ed importantissimo non è un mistero. I Soviet non li ha inventati Lenin, ma sono sorti come forme più avanzate di organizzazione e di lotte del proletariato. Per queste ragioni, Lenin prevede che forme ancora più avanzate saranno espresse dalla rivoluzione socialista in Europa e particolarmente in Germania. Non per questo Lenin dimentica i sindacati e la forma tradizionale dell’organizzazione sindacale, ed anche quando la sua attenzione è rivolta al Soviet egli non cessa un momento di studiare la questione sindacale, di studiare «come» e «quando», in quelle determinate condizioni, la lotta economica della classe possa elevarsi a coscienza e lotta politica rivoluzionaria.

Questo è l’essenziale per Lenin e questo rimane l’elemento costante dai primi agli ultimi suoi scritti sulla lotta operaia e sul rapporto classe – partito.

Esemplari, sotto questo aspetto, sono gli scritti del 1920 e 1921 che riguardano la questione sindacale.

«I compiti dei sindacati durante la dittatura del proletariato» (rapporto tenuto il 20 gennaio 1920 al 2° Congresso dei Sindacati di tutta la Russia). «I sindacati e la crisi economica dei paesi capitalisti» (discorso del 16 febbraio 1921 al 4° Congresso degli operai dell’industria tessile). «La funzione e i compiti dei sindacati nelle condizioni della NEP» (intervento del 14 marzo 1921 sul dibattito «sindacale» del X Congresso del PCB) e «Debbono i rivoluzionari lavorare nei sindacati reazionari» (scritto nel maggio 1920 ed inserito come capitolo VI nell’opera «L’estremismo, malattia infantile del comunismo»), rappresentano un corpo organico di elaborazione marxista e di strategia rivoluzionaria sulla questione sindacale.

Da questo gruppo di scritti non ci si può allontanare in alcun modo nell’affrontare i problemi che la lotta operaia pone in una fase rivoluzionaria.

Essi rappresentano l’elaborazione più matura del pensiero di Lenin sulla questione sindacale, lo sviluppo più conseguente di quelli che potremmo definire «primo periodo» («Sugli scioperi» ecc.) e «secondo periodo» («Statistica degli scioperi» ecc.).

Da un punto di vista generale, questo «terzo periodo» può essere visto come la sintesi teorico-politica del «primo periodo» (astrazione) e del «secondo periodo» (analisi), a patto che si tengano presenti i forti limiti di un tale schema e le inevitabili deformazioni che esso produce nella ricostruzione completa del pensiero leninista.

Se adoperiamo questa schematizzazione è, soprattutto, con il criterio di collegare strettamente l’elaborazione leninista al corso della lotta di classe; perciò diventa legittima la definizione di un «terzo periodo» caratterizzato dalla sintesi teorico-politica in una fase storica che ha elevato la lotta operaia a lotta per la dittatura del proletariato.

Nemmeno in questo caso abbiamo un «salto qualitativo» che possa rappresentare un superamento del passato nel pensiero di Lenin. Salti di questo tipo sono estranei alla sua salda preparazione scientifica e marxista.

Nel «terzo periodo», le leggi sulla lotta operaia enunciate nell’astrazione scientifica e comprovate dall’analisi delle «particolarità» russe, trovano una loro sistemazione universale (analisi e definizione dell’imperialismo, analisi e definizione dell’aristocrazia operaia, analisi storica dell’opportunismo in campo sindacale) e da questa nuova conferma analitica di tipo superiore (in quanto operata su di un campo più vasto di fatti sociali e di lotte di classe) la tattica bolscevica (che è, appunto, la sintesi della teoria-astrazione-analisi e della azione-politica) diventa universalmente valida, diventa la tattica sindacale dell’Internazionale.

La violenza sociale della democrazia

 

Nel «terzo periodo», abbiamo detto, troviamo la sintesi storico-politica della concezione leninista della questione sindacale. Quali sono le tesi fondamentali che possono essere desunte da uno studio attento degli scritti del 1920-1921? Quali sono le tesi fondamentali universalmente valide per una impostazione leninista della questione sindacale? In che modo queste tesi sono parte integrante della strategia rivoluzionaria del Partito della classe?

Cominciamo dalla prima tesi che riguarda la parola d’ordine dell’indipendenza (o neutralità) dei sindacati, parola d’ordine criticata e combattuta da Lenin sin dalla lotta contro la tendenza «economista».

Questa parola d’ordine, ci dice Lenin, deve essere «esaminata non solo dal punto di vista sindacale», perché essa è sbagliata anche «dal punto di vista teorico»:

«L’uccisione feroce, proditoria di Liebknecht e della Luxemburg non è solo l’avvenimento più tragico e drammatico della rivoluzione che incomincia in Germania; esso getta anche una luce straordinariamente viva sul modo con cui si pongono i problemi della lotta presente… ».

«Proprio dalla Germania, soprattutto, abbiamo sentito, per esempio, discorsi sulla decantata democrazia, sulla parola d’ordine sia per la democrazia in generale, sia per l’indipendenza della classe operaia dal potere statale.

Queste parole d’ordine, che forse a prima vista possono sembrare indipendenti l’una dall’altra, in realtà sono strettamente legate.

Sono strettamente legate perché dimostrano quanto siano forti, ancora oggi, i pregiudizi piccolo-borghesi, nonostante la immensa esperienza della lotta di classe del proletariato.

…Se ricordiamo anche solo l’abbici dell’economia politica come l’abbiamo assimilata dal Capitale di Marx, come si può parlare di democrazia in generale, come si può parlare di indipendenza?».

Lenin ricollega giustamente la concezione di democrazia e di neutralità «sindacale» ad una comune radice: in sostanza la neutralità «sindacale» non è che una variante, applicata in un determinato settore della vita sociale, della democrazia borghese.

E Lenin vuole appunto dimostrare che «democrazia» significa «maggiore violenza». Questa sua tesi è fondamentale e sviluppa la tesi dell’articolo «Sugli scioperi», dato che la astrazione («Sugli scioperi») della lotta per «diminuire o aumentare» il salario si concretizza sempre in una «formazione economico-sociale» con determinate istituzioni politiche. Non esiste una lotta per il salario avulsa da tutta la società e dalle istituzioni politiche statali che questa forma.

In questo senso la strategia leninista della lotta del proletariato russo per la democrazia è una condizione per accelerare il movimento della violenza sociale e politica delle classi e per preparare un campo libero e «democratico» allo sviluppo delle tensioni sociali e della rottura tra le classi.

È proprio su questo punto che il marxismo di Lenin batte in breccia il riformismo «democratico» degli opportunisti che vedono la democrazia come pacifismo, invece di vederne il contrario.

Purtroppo il movimento operaio tedesco, mancando di un partito leninista, non seppe trarre insegnamento da questa formidabile tesi di Lenin che doveva essere uno dei punti cardine della rivoluzione tedesca. La «democraticissima» Repubblica di Weimar fu, per molti anni, una gigantesca accumulazione di violenza sociale. La classe operaia, prigioniera della «democrazia», fu impotente ad utilizzare i «fondi di accumulazione» della violenza. Quando li utilizzò a piene mani il capitalismo, la violenza della «democrazia» ebbe il tragico epilogo del nazismo.

Più democrazia più violenza

 

II democratico piccolo-borghese antifascista obietterà che quello fu il caso della Germania, di un capitalismo che aveva radici militari prussiane ecc. La tesi di Lenin ha una validità universale però, non si limita alla Germania ed indica una legge oggettiva che regola il contenuto «violento» della democrazia:

«Quanto più, in Francia, le forme politiche sono vicine alla democrazia, tanto più rapidamente da un caso come quello di Dreyfus scaturisce la guerra civile. Quanto più è larga la democrazia in America, col proletariato, gli internazionalisti e persino con i semplici pacifisti, tanto più rapidamente nascono i casi di linciaggio e le vampe di guerra civile.

L’importanza di tutto ciò è ancor più chiara, per noi, adesso che la prima settimana di libertà borghese, di democrazia in Germania ha portato alla più furiosa esplosione di guerra civile, molto più acuta che da noi, molto più disperata.

Ebbene, non la propaganda e la teoria, ma i fatti della guerra civile diventeranno sempre più travolgenti quanto più la democrazia degli Stati dell’Europa occidentale è vecchia, antica. Questi fatti colpiranno i cervelli più arretrati, più ottusi».

Chissà se questa affermazione, fatta il 20 gennaio 1920, dopo tre anni di guerra civile in Russia, colpirà i cervelli resi più ottusi dalla mistificazione democratica-opportunistica! Lenin dice chiaramente che la prima settimana «democratica» in Germania ha dimostrato una acutezza di guerra civile molto più alta di quanto ne abbiano registrato tre anni di rivoluzione in Russia.

C’è quanto basta per sbalordire il cervello più ottuso di chi ha dipinto la storia ad immagine e somiglianza della sua ideologia «democratica» e attorno ad essa costruisce una serie di sofismi denominati «via democratica al socialismo!».

Eppure i fatti hanno dato ragione a Lenin e su questi fatti egli ha potuto stabilire la sua tesi. Quanto più la democrazia è vecchia e antica tanto più la violenza sociale diventa travolgente ed educa il proletariato. La violenza sociale è il prodotto dell’antagonismo delle classi, un prodotto non solo «nazionale», ma pure «internazionale», in quanto la vecchia democrazia è l’espressione politica del vecchio capitalismo divenuto, ormai, imperialismo. La violenza si esercita, quindi, nel rapporto tra la classe capitalistica e la classe operaia e quanto più il capitalismo riesce a subordinare il proletariato tanto più si sviluppa la sua violenza e il suo dominio. Le forme più o meno «aperte» di questa violenza dipenderanno dal grado di resistenza, di autonomia, di offensiva della classe operaia. Le situazioni tedesca, francese e americana, analizzate da Lenin, riflettono una varietà di gradi di resistenza, di autonomia e di offensiva delle rispettive classi operaie, oltre a riflettere una diversità di posizioni imperialistiche dei rispettivi capitalismi: avremo, quindi, diverse soluzioni «politiche» e diverse evoluzioni delle «forme democratiche» a seguito della crisi del primo dopoguerra.

Tale varietà di soluzioni politiche sarà un’ulteriore conferma della tesi di Lenin sull’equazione democrazia = violenza.

Ma nella tesi che espone, quali sono i riflessi sul sindacato di una situazione caratterizzata dalla acutizzazione della lotta di classe? Quali sono i riflessi che si vengono a determinare nel rapporto sempre affermato dal marxismo e da Lenin — vedi concetto di indissolubilità tra sciopero economico e sciopero politico, vedi il giudizio sulla «politica tradeunionistica» nel «Che fare?» ecc. — tra sindacato e politica in questa nuova fase imperialistica in cui l’affermazione di Marx «ogni lotta economica è lotta politica» deve essere riferita ad un contenuto della lotta politica che non può più essere di «politica tradeunionistica» e di spontaneità riformistica?

La «scuola di comunismo»

 

Lenin affronta questo problema e ne definisce la soluzione in quella che potremmo elencare come una seconda tesi:

«II movimento sindacale, proprio come movimento sindacale, nell’epoca della rivoluzione socialista incipiente, deve subire una svolta particolarmente brusca. I teorici borghesi… si sono sforzati di rendere la lotta economica, che appariva il fondamento del movimento sindacale, indipendente dalla lotta politica. Nello stesso tempo, spetta ai sindacati, come alla più vasta organizzazione di classe del proletariato (soprattutto adesso, dopo il rivolgimento politico che ha dato il potere al proletariato), di occupare la funzione più centrale in politica, di diventare, in un certo senso, l’organo politico principale».

Nel tracciare questi nuovi compiti politici che i sindacati vengono ad assumere nella dittatura del proletariato, Lenin sviluppa la sua teoria dei sindacati come «scuola di guerra» in sindacati come «scuola di comunismo».

Adesso i sindacati nella dittatura del proletariato sono «scuola di comunismo» perché organizzano le masse operaie nel modo più vasto possibile.

Lo Stato proletario è Stato di esercizio politico di direzione di tutta la classe e, in questo senso, i sindacati si «statizzano», sono Stato.

La classe sarà educata, continua Lenin, non dai libri «ma dalla propria esperienza di governo» perché «solo quando avrà elaborato delle forme tali, che diano a tutti i lavoratori la possibilità di assuefarsi facilmente all’opera di governo e alla creazione di un ordinamento statale, la rivoluzione socialista sarà stabile e, a queste condizioni, non potrà non essere stabile».

In questa nuova caratterizzazione dei sindacati nella dittatura del proletariato, in questo nuovo ruolo politico che vengono a svolgere, abbiamo una importantissima elaborazione leninista del rapporto coscienza-classe, del rapporto scienza-rapporti sociali. Dal concetto di «scuola di guerra» giungiamo al concetto «scuola di comunismo» e vi giungiamo quando la soluzione dei rapporti è diventata prevalentemente politica, quando, con il corso della lotta di classe (i fatti concreti) e la corrispondente esperienza politica (scienza), la lotta economica che sostanzia il movimento sindacale pone al massimo grado una soluzione politica.

L’organizzazione sindacale, in questa fase, cambia qualitativamente nel senso che non può più essere una forma organizzativa dello spontaneismo economista tendente al compromesso nella lotta per il salario. Così come per i riformisti il sindacato diventa uno strumento controrivoluzionario per difendere il capitalismo, per i rivoluzionari diventa una organizzazione di massa da utilizzare nella rivoluzione socialista. Dall’una e dall’altra parte la questione sindacale viene ad assumere aspetti politici qualitativamente nuovi la cui esatta impostazione diventa risolutiva ai fini della vittoria dell’una o dell’altra classe. Nella dittatura del proletariato russo, dice Lenin «è inevitabile la statizzazione dei sindacati…».

«Forse siamo già riusciti a dimenticare, talvolta, i tempi in cui ci occupavamo di tali questioni soltanto in discussioni teoriche». Ecco il ruolo della pratica. La «scuola di comunismo» lo è anche perché è della maggioranza della classe.

«Nella società capitalistica, nei casi migliori, nei paesi più progrediti, dopo decenni e persino dopo secoli di sviluppo della civiltà e della cultura in regime di democrazia borghese, non è mai accaduto che i sindacati abbracciassero più di un quinto dei lavoratori salariati. Entrava nei sindacati una piccola élite…».

«…Possiamo dire già ora che siamo stati molte volte più fortunati dei protagonisti della Rivoluzione francese, che fu battuta dall’alleanza dei paesi monarchici e arretrati e che per un anno tenne il potere rappresentata dagli strati più bassi della borghesia di allora, senza suscitare subito un movimento omogeneo negli altri paesi e nondimeno fece tanto per la borghesia, per la burocrazia borghese… Noi siamo stati molto più fortunati. Quello che i protagonisti di allora hanno compiuto in un anno per lo sviluppo della burocrazia borghese, noi lo abbiamo passato, in egual periodo di tempo, l’abbiamo fatto in misura molto maggiore per il nuovo regime proletario; noi abbiamo fatto sì che, in Russia, il movimento, che cominciava non per nostro merito, ma in forza di un particolare concorso di circostanze e di particolari condizioni, che misero la Russia tra i due giganti imperialisti del mondo civile e contemporaneo, questo movimento, attraverso la vittoria del potere sovietico, in quest’anno ha raggiunto questi risultati: il movimento stesso è divenuto internazionale, è stata fondata l’Internazionale Comunista…».

Se chiara ci appare ormai la concezione di Lenin sul ruolo dei sindacati in Russia, ci resta ancora da vedere quale è il ruolo che egli assegna ai sindacati nei paesi capitalistici.

 

La lotta per l’influenza rivoluzionaria nei sindacati

 

Nell’analisi del rapporto tra i sindacati e la crisi economica dei paesi capitalistici troviamo esposta quella che possiamo definire la sua terza tesi.

Lenin ritiene che la classe operaia europea, la cui aristocrazia operaia riceveva una «discreta parte dei profitti» imperialistici, si stia risvegliando, evidentemente a causa della crisi economica; ma ritiene, nello stesso tempo che non esista in Europa «un partito che possa guidare il proletariato rivoluzionario così come è avvenuto durante la rivoluzione russa… Non esiste da decenni e perciò nessuno lo teme».

Ma il capitalismo «sa che se i capitalisti non avessero nelle loro mani i sindacati per mezzo di capi che si chiamano socialisti, ma che in realtà fanno la politica dei capitalisti, tutta l’impalcatura del capitalismo crollerebbe». E’ questa la ragione per cui:

«In tutto il mondo si è accesa la lotta per influenzare i sindacati, che attualmente, in tutti gli Stati civili, uniscono milioni di operai; e da essi dipende tutto questo lavorio interno, invisibile a prima vista; il destino degli Stati capitalistici si decide inevitabilmente in relazione alla crisi economica che si va sviluppando».

Lenin sta tirando una grande lezione dagli avvenimenti europei, e tedeschi principalmente. Il Partito non c’è da decenni — come invece c’era in Russia — e non può essere formato in poco tempo, neppure nel periodo della crisi La formazione del Partito richiede decenni di preparazione, di collaudo, di selezione, di verifica delle analisi e delle azioni, così come ce lo insegna la storia del modello bolscevico. Il Partito marxista rivoluzionario in nessun caso può essere frutto dell’improvvisazione, dell’entusiasmo, dell’ondata di radicalizzazione massimalistica provocata dalla crisi. Il Partito della rivoluzione si prepara nei lunghi decenni della controrivoluzione, così come il Partito bolscevico della guerra imperialista si preparò nei lunghi decenni della fase pacifica del capitalismo. In nessun paese d’Europa si verificò un processo simile di formazione del Partito. Per Lenin è un dato di fatto e lo dice chiaramente quando afferma che il Partito non esiste da decenni e nessuno lo teme. Certamente esiste da anni e ciò conferma la sua tesi.

La crisi del capitalismo investirà, quindi, non tanto il Partito quanto il sindacato. Di estrema importanza strategica — anche se è invisibile a prima vista — diventa il sapere chi influenzerà il sindacato, quale esito avrà la lotta per influenzare politicamente il sindacato. Da questa influenza dipenderà l’esito politico, controrivoluzionario o rivoluzionario, della crisi, poiché l’esito — a differenza della Russia — non sarà il Partito, almeno in questa prima tappa, ma soprattutto il sindacato a determinarlo.

Il sindacato può quindi oggettivamente determinare questo esito politico, svolgere questo grande ruolo. Ha forse cambiato la sua natura? No, evidentemente. Ma può svolgere un ruolo che travalica la sua natura. È il concetto stesso della natura sociale di un organismo che è dialettico in Lenin.

Egli vede sempre il movimento, la lotta delle classi, il movimento dei rapporti sociali, i fattori dinamici della vita sociale, e non vede mai le astrazioni staticamente come definizioni formali. Le astrazioni scientifiche sono per lui sempre astrazioni determinate, ipotesi da verificare.

Lenin non è un nominalista schematico: se i sindacati, ad esempio, possono essere definiti in generale tradeunionisti, è schematico — e quindi errato, non esatto — dire che sono tradeunionisti in tutti i loro aspetti.

Essi possono essere «scuola di guerra», «scuola di comunismo» ecc. e possono essere ad esempio, in Germania, il terreno sociale della lotta per l’influenza politica rivoluzionaria.

Ecco la terza grande lezione che Lenin trae dai «fatti concreti» tedeschi, dopo quella degli scioperi in Russia e quella del 1905. Ed è significativo il modo in cui Lenin giunge a rivestire di «carne e di sangue» l’astrazione «lotta economica-lotta politica» della «Miseria della filosofia» di Marx e a ricongiungersi storicamente, esattamente, politicamente ad essa nel quadro della ricerca concreta delle forme organizzative delle forze motrici della rivoluzione proletaria in Europa.

 

IL LAVORO RIVOLUZIONARIO DENTRO I SINDACATI REAZIONARI

 

La lezione dei «fatti concreti» tedeschi è teorizzata nel sesto capitolo dell’«Estremismo», «Debbono i rivoluzionari lavorare nei sindacati reazionari?» del maggio 1920, cioè dell’anno precedente l’analisi del rapporto crisi capitalistica-sindacati.

Dice Lenin che:

«I sindacati, all’inizio dello sviluppo del capitalismo, furono un gigantesco progresso per la classe operaia, in quanto rappresentarono il passaggio dalla dispersione e dall’impotenza dei lavoratori ai primi germi dell’unione di classe …».

«… Incominciarono inevitabilmente a rilevare alcuni [sottolineato da Lenin: cioè «alcuni» e non «tutti» poiché nei sindacati vi è il proletariato, la sola classe che è veramente rivoluzionaria] tratti reazionari…» quando «… incominciò a svilupparsi la forma suprema dell’unione di classe…», il Partito rivoluzionario.

«Ma il proletariato, in nessun paese del mondo [perciò neppure in Russia, neppure con i Soviet], non si è sviluppato, né poteva svilupparsi altrimenti, che per mezzo dei sindacati, per mezzo dell’azione reciproca tra sindacati e partito della classe operaia».

«Un certo “carattere reazionario” dei sindacati, nel senso citato, è inevitabile durante la dittatura del proletariato … Temere questo “carattere reazionario”, tentare di cavarsela senza di esso, di saltare oltre, è la maggiore delle sciocchezze, perché significa temere la funzione dell’avanguardia proletaria, che consiste appunto nell’istruire, nell’illuminare, nell’educare gli strati e le masse più arretrate della classe operaia e dei contadini a nuova vita.

… Nei paesi avanzati più della Russia, un certo reazionarismo dei sindacati si è manifestato e doveva senza dubbio manifestarsi molto più fortemente che da noi … In Occidente si è formato uno strato, più forte che noi, di «aristocrazia operaia» corporativistica, gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo-borghese, di mentalità imperialistica, asservita e corrotta dall’imperialismo».

Di conseguenza la lotta contro i capi sindacali occidentali «è incomparabilmente più difficile della lotta contro i nostri menscevichi».

Nell’Europa occidentale «che è particolarmente impregnata di pregiudizi legalitari, costituzionali, democratico-borghesi, radicati in modo particolarmente forte» è più difficile strappare gli operai dall’influenza dei Jouhaux e dei Legien che «sono anch’essi degli Zubatov che si distinguono dal nostro Zubatov unicamente per l’abito europeo».

Qui Lenin giunge al cuore di quella che indichiamo come la sua quarta tesi. I capi sindacali, per Lenin, compiono ormai una funzione repressiva come poliziotti di tipo particolare, Zubatov «all’europea». La democrazia ha sviluppato in sé questa tipica funzione del fascismo. Il grado di subordinazione dei capi sindacali al sistema capitalistico, quale è individuato da Lenin, è il massimo grado. Sotto questo aspetto il successivo sviluppo dell’imperialismo con la successiva subordinazione dei capi sindacali non ha fatto che confermare questo carattere e questo tipo di integrazione del sindacato nell’apparato statale borghese. Ma questo tipo di integrazione è quello esaminato da Lenin ed è appunto in questo esame che Lenin enuncia il duplice aspetto del sindacato e la contraddizione esistente tra i capti «integrati» e le masse operaie sindacalizzate che possono essere influenzate in senso rivoluzionario.

Vedere in altro modo l’integrazione dei sindacati significa, in sostanza, concepire tutta la classe operaia, o almeno una larga parte di essa, «integrata» nel sistema. Significa, inoltre, non concepire il ruolo primario che Lenin assegna alla lotta rivoluzionaria dentro i sindacati per strappare le masse dall’influenza della borghesia «integrata» poiché, malgrado le estreme difficoltà della lotta, («I capi dell’opportunismo ricorreranno … alla polizia, ai tribunali, per impedire ai comunisti di lavorare nei sindacati», ricorda Lenin), questa lotta è la prima condizione per conquistare il potere politico perché «fino a quando tale lotta non sia stata portata a un certo grado, e questo «certo grado» non sarà lo stesso nei diversi paesi e in circostanze diverse» non vi saranno le possibilità dell’avvento rivoluzionario della dittatura del proletariato. «Ma noi conduciamo la lotta contro «l’aristocrazia operaia» in nome delle masse dei lavoratori e per attrarre queste masse dalla nostra parte …».

Non bisogna «dimenticare questa verità elementarissima ed evidentissima. La non partecipazione dei comunisti ai sindacati reazionari denota nel modo più chiaro con quanta leggerezza questi comunisti di “sinistra” affrontino la questione della influenza sulle “masse”».

Per influenzare le masse bisogna «assolutamente lavorare laddove sono le masse», cioè nei sindacati dove «milioni di operai in Inghilterra, in Francia, in Germania, passano per la prima volta dalla disorganizzazione totale alla forma di organizzazione elementare, più bassa, più semplice, più accessibile …».

Anche questa «verità elementarissima ed evidentissima» è stata spesso dimenticata. Il partito rivoluzionario, forma superiore di organizzazione, non può trovare un suo organico sviluppo che quando anche le parti più arretrate della classe siano passate attraverso la forma più elementare di organizzazione. Il fatto che questa forma di organizzazione elementare sia in mano ai controrivoluzionari e ai reazionari non esclude la necessità dell’organizzazione sindacale e la sua necessaria funzione anche nell’epoca imperialistica. Questo fatto pone il problema della lotta che il Partito rivoluzionario deve svolgere per esercitare la sua influenza e per diffondere la coscienza socialista anche nella fase di passaggio della classe dalla disorganizzazione alla organizzazione elementare. Pensare che il Partito possa operare solo verso gli elementi di avanguardia delle masse operaie organizzate «elementarmente», cioè entrare in azione solamente ad una fase più avanzata del processo di organizzazione della classe, è un grave errore opportunistico, è uno snaturare il ruolo del Partito.

Finché le forme elementari di organizzazione della classe sono i sindacati – e storicamente altre forme permanenti di organizzazione elementare non sono sorte – il Partito marxista rivoluzionario deve operare presso la classe anche nella fase di passaggio dalla disorganizzazione alla organizzazione elementare e in questa fase stessa iniziare la preparazione dei suoi militanti, costruire i canali della sua «influenza» e del suo rafforzamento. Lenin indica chiaramente questo compito:

«Non lavorare in seno ai sindacati significa abbandonare le masse operaie arretrate o non abbastanza sviluppate, all’influenza dei capi reazionari, degli agenti della borghesia, dell’aristocrazia operaia, ossia degli operai imborghesiti … Il compito dei comunisti consiste infatti tutto nel sapere convincere i ritardatari, nel saper lavorare con loro, nel non separarsi da loro con parole d’ordine di «sinistra» cervellotiche e puerili».

In sostanza, Lenin qui non cerca tanto di enunciare una tattica «sindacale» quanto di ribadire i principi fondamentali della concezione marxista sulla formazione della coscienza socialista della classe operaia, di ribadire, cioè, i principi che regolano il rapporto tra la scienza (il Partito) e la classe (la lotta economica). Una volta che il marxismo ha analizzato scientificamente questo rapporto, è chiaro che la classe non perverrà alla coscienza e al Partito se non attraverso la lotta economica e le forme elementari organizzative di questa lotta. Concepire al di fuori di questo rapporto il processo organico di sviluppo del Partito rivoluzionario significa cadere nello spontaneismo ed elevare la spontaneità della lotta di classe a forma organizzativa elementare. In altre parole, significa affidare lo sviluppo del Partito alla soggettività, alla spontaneità, al caso, all’imponderabile, ai cicli del mercato della forza-lavoro.

In un altro passo Lenin, nel 1922, ritorna su questo problema.

«D’altra parte – dice – è evidente che la meta finale della lotta a mezzo di scioperi sotto il capitalismo è la distruzione dell’apparato statale, l’abbattimento di un determinato potere statale di classe».

E’ significativo che Lenin individui lo sbocco della lotta operaia, «a mezzo di scioperi», nella distruzione dell’apparato statale capitalistico: un meccanismo economico, quale è la lotta per il salario (che è tradeunionista non perché lo sia in sé, ma per lo sbocco politico che il tradeunionismo-influenza borghese le dà), è il fondamento della lotta di classe. La lotta economica per il salario è di per sé l’unica contraddizione potenzialmente rivoluzionaria, e quindi in sé è rivoluzionaria, Lenin dice che l’operaio spontaneamente arriva solo al riformismo, ma con la coscienza arriva alla rivoluzione. Ma la spontaneità della lotta economica e la coscienza rivoluzionaria non sono due momenti staccati e indipendenti della lotta di classe. Sono, invece, momenti di uno stesso e travagliato processo in cui la coscienza organizzata in Partito lotta per liberare la spontaneità della lotta economica dall’influenza borghese del riformismo e, nella misura in cui vi riesce, essa introduce la coscienza stessa nella lotta economica, la eleva a lotta politica, ne fa un potentissimo ariete per la distruzione del bastione statale.

«La meta finale a mezzo di scioperi» diventa, a questo punto, il cardine principale della strategia rivoluzionaria del Partito marxista.

Il rapporto lotta operaia-Partito trova la sua soluzione pratica in questa meta e la trova tanto più rigorosamente quanto più in tutte le sue fasi ha saldato scienza e azione, coscienza e realtà.

La concezione leninista del Partito a questo approdo storico ha definitivamente dimostrato la sua universale validità.

 

CAPITOLO III

PARTITO RIVOLUZIONARIO E STRATEGIA RIVOLUZIONARIA

«L’idea di una strategia rivoluzionaria si è affermata – scrive Trotsky – solo nel corso degli anni del dopoguerra, all’inizio certamente sotto l’influenza della terminologia militare. Ma non è affatto a caso che tale idea si è radicata. Prima della guerra parlavamo solo di tattica del Partito proletario. Questa concezione corrispondeva con sufficiente esattezza ai metodi parlamentari e sindacali allora prevalenti e che non superavano il quadro delle rivendicazioni e dei compiti immediati.

La tattica si limita ad un insieme di misure concernenti un problema particolare all’ordine del giorno o un settore delimitato della lotta di classe, mentre la strategia si estende ad un sistema combinato di azioni, che nella loro connessione e successione, nel loro sviluppo, debbono condurre il proletariato alla conquista del potere.

Va da sé che i principi fondamentali della strategia rivoluzionaria sono stati formulati da quando il marxismo ha posto dinanzi ai partiti rivoluzionari del proletariato il problema della conquista del potere sul terreno della lotta di classe …

E’ solo la Terza Internazionale che ha ristabilito i diritti della strategia rivoluzionaria del comunismo, subordinandovi i metodi tattici».

Questa definizione di Trotsky della strategia merita una attenzione particolare. Pur ritenendola teoricamente corretta, dobbiamo chiederci se essa riesca ad abbracciare tutta la concezione della strategia o se non presenti invece delle gravi lacune.

La nostra risposta è che la definizione di Trotsky è una definizione troppo ristretta della concezione scientifica della strategia e, pertanto, lascia in ombra parecchi aspetti che troviamo elaborati nel pensiero di Lenin.

Abbiamo scelto come terreno di studio del problema della strategia il confronto tra Trotsky e Lenin proprio perché questo confronto avviene dentro il marxismo rivoluzionario e tra due dei suoi più alti esponenti ed artefici.

E’ un confronto tra due dei nostri maestri e se troviamo delle lacune in Trotsky non ne vediamo per questo diminuita la sua statura teorica e politica. Vediamo solamente quale enorme importanza l’elaborazione di una strategia rivoluzionaria abbia assunto nel movimento marxista e come su questo problema scientifico che l’epoca imperialista ha reso urgente, doveva inevitabilmente formarsi tutta una serie di gradi di elaborazione tra i grandi rappresentanti del movimento rivoluzionario.

Possiamo dire, ad esempio, che la elaborazione di Lenin, anche se impiega il termine politico allora convenzionale di «tattica», sia limitata alla «tattica» come la definisce Trotsky?

Possiamo dire che la «tattica» elaborata da Lenin sia solo una «tattica» e non piuttosto una strategia vera e propria? Evidentemente no.

Lenin adopera il termine «tattica», ma nella sostanza si riferisce ai problemi che riguardano la strategia. Teoricamente e politicamente Lenin elabora la strategia continuando e sviluppando i «principi fondamentali della strategia» posti dal marxismo. Ciò è chiaro in tutta la sua impostazione metodologica, innanzitutto, e, in secondo luogo, in tutta la sua opera teorica e politica.

Chi aveva abbandonato la strategia, restringendola «ad un insieme di misure concernenti un problema particolare all’ordine del giorno o un settore delimitato della lotta di classe», era la Seconda Internazionale e questo abbandono avveniva non con il ripudio formale della strategia ma con la riduzione di quest’ultima ad un «fine ultimo» o «programma massimo» (la conquista del potere, la realtà socialista ecc.). Tra questo «fine massimo» e la realtà quotidiana, tra la teoria e la pratica, tra l’astrazione scientifica ed i concreti rapporti sociali, la 2^ Internazionale più che elaborare espresse uno strumento di mediazione chiamato tattica il quale si limitava al problema particolare e al singolo settore della lotta di classe. Certamente questa concezione tattica «corrispondeva con sufficiente esattezza ai metodi parlamentari e sindacali allora prevalenti» ma ciò, in altre parole, vuol dire che la espressione teorica della tattica era l’espressione della pratica riformista ed opportunista. La prevalenza di questa pratica e dei metodi ad essa corrispondenti finiva con il determinare la prevalenza della concezione riformista della tattica e se la pratica riformistica parlamentare e sindacale trovava una favorevole situazione di sviluppo nella fase storica di sviluppo relativamente pacifico del capitalismo tutto ciò non faceva che aggravare ulteriormente il divario tra la strategia rivoluzionaria del marxismo e la pratica dell’opportunismo, tra la scienza della lotta delle classi e l’empirismo riformistico.

Il marxismo, nella sua concezione strategica, ha risolto il problema della traduzione della teoria nell’azione. Abbiamo visto come. Per il marxismo, quindi, non vi è distacco tra una strategia rivoluzionaria che dovrebbe essere valida ed attuabile solo nei periodi rivoluzionari, quando per il proletariato si pone la possibilità della conquista del potere, ed una tattica che dovrebbe essere rivolta verso i problemi contingenti e settoriali che la realtà sociale quotidianamente pone e che possono essere risolti solo empiristicamente, riformisticamente.

Se fosse così il marxismo non sarebbe una scienza ed il riformismo, oltre che storicamente giustificato, sarebbe una necessità sociale, una legge costante di ogni tipo di società divisa in classi, una necessità non solo per la classe dominante ma anche per la classe dominata.

La strategia rivoluzionaria marxista sarebbe, allora, veramente ridotta ad un sistema combinato di predicazioni ed imprecazioni morali, velleitarie, utopistiche contro la pratica, contro la vita.

Invece il marxismo è la scienza perché analizza e lotta per trasformare la realtà, in ogni situazione contingente e in ogni periodo storico. Il marxismo è la scienza perché è l’unico metodo scientifico di affrontare la realtà. In questo senso, il marxismo è l’unico metodo pratico scientificamente possibile.

La strategia rivoluzionaria è invece un sistema combinato di azioni, come dice Trotsky, di azioni di classe coordinate dal Partito, di azioni che affrontano ogni singolo problema economico e politico che la lotta delle classe determina, di azioni che affondano le loro radici nella realtà sociale, nella pratica costante e quotidiana della vita sociale.

Collegare e coordinare tutte le azioni della classe operaia in un quadro strategico, a lunga distanza, che analizzi e preordini tutte le tendenze e le loro varianti che intervengono nella determinazione dei rapporti di forza tra le classi, è, appunto, l’essenza della strategia.

Ogni azione, ogni singolo elemento ad ogni singolo fattore che si sviluppa sul piano locale, nazionale ed internazionale, interviene nella formazione delle tendenze economiche, sociali e politiche che formano, mutano e capovolgono i rapporti di forza tra le classi: quindi non vi è una «pratica minima» ed un «programma massimo», ma un processo continuo di lotte di classi i cui episodi e le cui fasi interessano allo stesso modo la strategia del Partito rivoluzionario, la coscienza scientifica del proletariato.

Il Partito elabora la strategia durante tutto questo processo e, particolarmente, nelle fasi storiche che definiamo controrivoluzionarie, cioè in quelle fasi in cui un insieme combinato di fattori determina un rapporto di forza sfavorevole alla conquista del potere da parte della classe operaia. Il Partito analizza e descrive scientificamente questi fattori, analizza e descrive lo sviluppo economico e lo sviluppo sociale delle classi, analizza e descrive tutti i rapporti sociali nel loro movimento, analizza e descrive le forme in cui lo sviluppo della struttura economico-sociale si riflette sullo sviluppo della sovrastruttura politica e dell’organizzazione statale.

In base all’analisi, il Partito interviene nella pratica e nella sua azione sulla realtà, comprova la validità della sua analisi, collauda la praticità della sua scienza, accumula il materiale del suo esperimento, della sua esperienza.

In questa sua azione pratica il Partito rivoluzionario ha potuto, da Marx del «Manifesto» ad oggi, accumulare una esperienza sufficiente a fissare i principi fondamentali della strategia rivoluzionaria e, per meglio dire, a conoscere e a teorizzare un insieme di leggi oggettive che regolano, data la loro reiterata costanza, la possibilità e la capacità di coordinare le azioni della lotta delle classi in una successione che conduce il proletariato alla conquista del potere.

In tutta la elaborazione di Lenin, la conoscenza e la teorizzazione di queste leggi è presente. Per Lenin il termine «tattica» ha il significato che Trotsky dà al termine «strategia» e non di certo quello che i socialdemocratici della Seconda Internazionale davano alla loro «tattica», al loro «minimalismo».

Lenin continua e sviluppa i principi della strategia rivoluzionaria stabiliti da Marx ed Engels ed anche in questo campo testimonia la continuità del marxismo o, come dice Trotsky, ne ristabilisce i diritti. Di fronte alla «tattica» della Seconda Internazionale la sua è la vera e l’unica «tattica» marxista.

Lo dimostrerà presto quando, affrontando i compiti immediati della rivoluzione del 1905, enuncerà la tattica del Partito contro i menscevichi e contro lo stesso Trotsky. La «tattica» leninista del 1905 segnerà, ancor prima della guerra mondiale imperialista e della Terza Internazionale, il ristabilimento dei diritti della strategia rivoluzionaria del comunismo.

Possiamo quindi dire che la strategia diventa tale non solo quando è un sistema combinato di azioni (altrimenti l’Indirizzo di Marx del 1850, a cui Trotsky si riallaccia nella sua teoria della rivoluzione permanente del 1905, avrebbe un valore scientifico limitato), ma quando tale coordinazione diviene possibile a livello mondiale. Anima ed essenza del Partito, la strategia si sviluppa con lo sviluppo storico del Partito ed essa stessa è uno degli aspetti della diffusione della scienza, del marxismo. Nel corso storico della lotta del proletariato, non possiamo distinguere come potrebbe indurci a fare la definizione di Trotsky, la strategia da una sua infanzia, la tattica.

Da quando il capitalismo diventa il sistema predominante in un gruppo di paesi, il proletariato è di fatto una classe internazionale e la sua strategia non può che essere internazionale.

La strategia indicata da Marx al proletariato nel corso delle rivoluzioni borghesi dell’Ottocento e della prima rivoluzione proletaria nel 1871 è una strategia internazionale ed è già compiuta nei suoi pilastri fondamentali.

Lenin sarà il geniale artefice della strategia, non il creatore. Egli ristabilirà i principi della strategia marxista applicandoli e sviluppandoli nella fase di sviluppo imperialistico del capitalismo, nella fase in cui il ritmo dei fattori internazionali della lotta delle classi permette, ormai, una coordinazione strategica e la esistenza di un centro coordinatore e dirigente l’azione.

La crisi dell’imperialismo apre un periodo rivoluzionario e mette rapidamente a fuoco l’importanza della strategia. La vecchia «tattica» della Seconda Internazionale dimostra nella pratica, pressata dal ritmo della crisi imperialistica e dai problemi di scelta che tale crisi pone alle classi, che non vi è tattica staccata dalla strategia, dimostra quello che era in potenza e che la fase di sviluppo relativamente pacifico del capitalismo lentamente maturava, dimostra di essere la tattica riformistica della strategia controrivoluzionaria, cioè una delle varianti tattiche della strategia della classe capitalista.

Ma se la prima guerra mondiale dell’imperialismo apre un periodo rivoluzionario, è la prima rivoluzione russa che apre un periodo nuovo nella strategia rivoluzionaria dopo la parentesi controrivoluzionaria che ha seguito la sconfitta della Comune di Parigi.

Lenin lo vede chiaramente già nel «Che fare?», vede che lo sviluppo storico impone al proletariato russo «un compito urgente, il più rivoluzionario di tutti i compiti urgenti del proletariato di qualsiasi paese. Il compimento di questo compito, cioè la distruzione del reparto più pot4nte non solamente della reazione europea, ma anche di quella asiatica, farà del proletariato russo l’avanguardia del proletariato rivoluzionario internazionale».

E’ vero che la tesi era di Kautsky, ma è Lenin che la sviluppa perché le fornisce oltre a tutto, lo strumento che la può realizzare, il Partito.

Sarà con il Partito bolscevico che il proletariato russo diventerà l’avanguardia del proletariato rivoluzionario internazionale e sarà con il Partito bolscevico che il centro della strategia rivoluzionaria si sposterà sul terreno delle lotte di classe in Russia.

La soluzione di queste lotte in Russia diventerà estremamente importante per l’interdipendenza ormai stretta che si è venuta a stabilire tra il rapporto di forza delle classi in Russia ed il rapporto di forza delle classi in Europa. Tale correlazione tra rapporti di forza a livello nazionale e rapporti di forza a livello internazionale, tale sviluppo quantitativo e qualitativo che storicamente si è venuto a determinare nel mondo, è un chiaro merito dei marxisti rivoluzionari russi averli chiaramente individuati. Già nel 1905 Lenin e Trotsky ragionano politicamente con i criteri scientifici di una strategia internazionale. La divergenza sarà su altri aspetti che vedremo. Quello che è importante sottolineare è la chiara coscienza teorica e politica dell’interdipendenza dei attori nazionali e internazionali che compongono la strategia e su cui deve essere rivolta l’analisi per trarre le direttive dell’azione del Partito e della classe. Da questa consapevolezza e da questo momento la strategia rivoluzionaria ha non solo salde basi teoriche ma, soprattutto, salde basi pratiche, politiche, organizzative.

La teoria della strategia rivoluzionaria è ormai diventata strategia della teoria rivoluzionaria.

La comune coscienza «strategica» dei compiti del proletariato nella prima rivoluzione russa, non impedisce a Lenin e Trotsky di divergere profondamente proprio sulla strategia.

Anzi, a nostro avviso, è proprio la convergenza sulla necessità della strategia a permettere la divergenza, a far sì che vengano proposte due strategie divergenti. Non a caso, osserva Lenin, i menscevichi non propongono una strategia ma la piatta ripetizione della tattica della 2^ Internazionale tradotta in lingua russa.

Nel libro su Stalin, Trotsky espone in questo modo la concezione menscevica: «Il marxismo di Pleknov concentra i suoi sforzi nel provare che le vie storiche della Russia e dell’Occidente sono, in principio, identiche … La concezione menscevica della rivoluzione si riduce a questo: la vittoria della rivoluzione borghese russa non è concepibile che sotto la direzione della borghesia liberale e le si deve rimettere il potere: il regime democratico permetterà al proletariato di raggiungere rapidamente, più di prima, i suoi fratelli dell’Occidente nella via della lotta per il socialismo».

La prospettiva di Lenin, invece, è esposta così da Trotsky: «… la borghesia russa in ritardo è incapace di condurre la sua rivoluzione sino in fondo. La vittoria completa della rivoluzione, tramite la «dittatura democratica del proletariato e dei contadini», purgherà il paese dal medioevalismo, darà dei ritmi americani allo sviluppo del capitalismo russo, rafforzerà il proletariato delle città e delle campagne e aprirà larghe possibilità di lotta per il socialismo. D’altra parte, la vittoria della rivoluzione russa darà un forte impulso alla rivoluzione socialista in Occidente e quest’ultima, non solamente preserverà la Russia dai pericoli della restaurazione, ma permetterà al proletariato russo d’affrontare la conquista del potere in uno spazio storico relativamente breve».

Ed ecco come Trotsky espone la sua prospettiva:

«La prospettiva della rivoluzione permanente può così riassumersi: la vittoria completa della rivoluzione democratica in Russia non è concepibile che sotto la forma della dittatura del proletariato appoggiantesi sui contadini. La dittatura del proletariato, che metterà infallibilmente all’ordine del giorno non solamente i compiti democratici ma pure i compiti socialisti, darà nello stesso tempo un forte impulso alla rivoluzione socialista internazionale».

 

LA STRATEGIA DI TROTSKY

 

Trotsky sostiene la sua impostazione strategica dicendo che la impostazione bolscevica «… non era completa: essa indicava correttamente la direzione generale della lotta, ma caratterizzava in modo non corretto le sue tappe. Se la disfatta della prospettiva del bolscevismo non si manifesta nel 1905 è unicamente perché la rivoluzione stessa non continua a svilupparsi. Per contro, all’inizio del 1917, Lenin dovette, in conflitto diretto coi vecchi quadri del Partito, cambiare la sua prospettiva».

Anche da questo giudizio si può risalire linearmente al centro stesso della divergenza strategica che divide Trotsky da Lenin: il metodo scientifico di analisi dei rapporti sociali, condizione essenziale per impostare una corretta strategia. L’esempio che citiamo è estremamente importante perché ci dimostra che non basta giungere alla concezione marxista della strategia rivoluzionaria, per prospettarne con esattezza lo sviluppo necessario in una determinata situazione, società e paese. Occorre una analisi, fondata su criteri scientifici, di questa situazione, di quella società, del movimento delle sue classi, della lotta delle sue classi, dei rapporti tra le sue classi che vengono a stabilire un nesso di interdipendenza con i rapporti tra le classi nel mondo.

E’ proprio nei criteri scientifici di analisi, nella metodologia stessa che la divergenza tra la formulazione della strategia in Trotsky e in Lenin risulta chiarissima. Altrettanto chiaro risulta, a nostro avviso, come e perché la soluzione strategica di Trotsky manchi di una precisa concezione dello strumento che deve attuare la strategia e senza il quale la strategia resta una pura esercitazione teorica: il Partito rivoluzionario.

Dopo la rivoluzione d’ottobre Trotsky dirà che sul problema del Partito lui aveva avuto torto e Lenin ragione. Senza nulla togliere all’importanza di questa raggiunta maturità bolscevica di Trotsky ed alla capacità autocritica di militante rivoluzionario, pensiamo che la sua affermazione ci aiuta poco a risolvere il problema posto.

Nel 1905, «dittatura del proletariato» e «dittatura democratica degli operai e dei contadini» erano davvero due varianti di una comune strategia rivoluzionaria e non, piuttosto, la prima una «programmazione» teorica e la seconda l’unica strategia valida praticamente? Qui sta il problema. In linea di principio non si può escludere che una impostazione strategica abbia una serie di varianti. L’analisi scientifica marxista della lotta delle classi, in un determinato momento, può, proprio per la natura dei fenomeni che analizza, rendere necessaria l’ipotesi di una serie di scelte variabili nell’azione del Partito, di una serie di tentativi, di una serie di prove. Ma ciò può accadere, ad esempio, nella valutazione di periodi ristretti in determinati processi sociali o corsi di lotta di classe, quando cioè occorre valutare l’intensità od il ritmo di uno sviluppo economico, di una crisi economica ed i loro riflessi nello sviluppo politico, nella crisi politica, nella lotta di classe, per un periodo contingente.

In questo tipo di valutazioni l’analisi scientifica procede per gradi di approssimazione e ciò si riflette nel Partito rivoluzionario, cioè nel centro che trasforma l’analisi nella strategia, in una serie di differenziazioni tattiche. Brest-Litovsk, la crisi tedesca, il grado della crisi imperialistica dopo la prima guerra mondiale sono esempi storici di un tale tipo di valutazioni. Valutare tutti i fattori della crisi del capitalismo tedesco ed il loro ritmo di sviluppo nel tempo più breve possibile e con l’urgenza di stabilire immediatamente una giusta strategia del Partito rivoluzionario è un compito che comporta oggettivamente la possibilità di varie ipotesi di azione politica. Il Partito rivoluzionario deve avere la capacità di vagliare tutte le ipotesi in una dialettica interna che non è una astratta discussione «democratica» o un intellettualistico confronto di opinioni, ma un processo di elaborazione scientifica che richiede una incessante ricerca ed una selezione continua di ipotesi di lavoro. Il «centralismo democratico» leninista, da questo punto di vista, non è una formula che tende a conciliare due concetti «ideologici», ma è un principio tratto da una prassi collaudata di lavoro scientifico in seno al Partito rivoluzionario.

Ma se nell’analisi che potremmo definire «microscopica» ipotesi differenziate possono poggiare su comuni criteri scientifici, nell’analisi «macroscopica» due differenti ipotesi derivano da due differenti metodi di ricerca scientifica e da due diversi metodi di elaborazione politica.

Abbiamo due strategie, insomma, abbiamo due diverse concezioni della dinamica delle classi e dei loro rapporti reciproci. Non è il grado e l’intensità di una determinata fase della lotta delle classi che è al centro di una comune prospettiva strategica, sono due diverse prospettive strategiche che sono, invece, al centro della divergenza.

In questo caso manca addirittura il terreno comune che permetta un processo di elaborazione scientifica nell’organismo corrispondente, il Partito; e, quindi, non vi può essere confronto, vaglio e selezione di ipotesi.

Di fatto esistono due Partiti.

La storia del movimento marxista rivoluzionario in Russia dimostra come ciò possa prodursi nella pratica, ma dimostra nello stesso tempo che ad una analisi scientificamente corretta corrisponde una azione politica del Partito che tende a realizzarla.

Anche dal punto di vista strettamente organizzativo, la storia dimostrò che il Partito rivoluzionario era quello di Lenin. Però, la confluenza di Trotsky nel Partito bolscevico potrebbe significare ben poco poiché Trotsky avrebbe potuto portare all’organizzazione bolscevica la sua teoria strategica e vedere confermata la sua concezione.

Invece, proprio questo non avvenne.

Trotsky dice che Lenin indicava correttamente la direzione generale della lotta (tanto è vero che ad un certo punto la prospettiva di Trotsky e di Lenin si fondono), ma caratterizzava in modo non corretto le sue tappe. Attraverso quale processo elaborativo Lenin giungesse a caratterizzare in un determinato modo le tappe della lotta generale del proletariato e delle altri classi, Trotsky non lo dice. Eppure è su questo punto che pensiamo debba essere affrontata la questione.

Lenin in una densa serie di scritti analizza e studia il problema dello sviluppo capitalistico in generale ed il problema dello sviluppo capitalistico in Russia, in particolare.

Lenin affronta questo problema da un punto di vista teorico e lo risolve nella analisi specifica della realtà sociale russa. I risultati a cui perviene sono di estrema importanza perché da una parte stabiliscono una dettagliata e scientifica metodologia di analisi economico-sociale e, dall’altra, permettono una valutazione, basata su criteri rigorosi, delle classi in Russia, della loro lotta e dei loro rapporti. Come si può parlare di «forze motrici» della rivoluzione senza un’analisi scientifica di queste forze, del loro sviluppo, del loro peso specifico, della loro forza e della loro debolezza? E poi, come si può parlare delle stesse «forze motrici» senza una analisi scientifica del processo economico-sociale che queste forze esprime, sviluppa o comprime?

Alla base della strategia di Lenin non vi è solamente l’analisi scientifica delle forze motrici della rivoluzione russa: vi è qualcosa di più, vi è una scienza che permette una determinata analisi, vi è una teoria dello sviluppo capitalistico che continua la teoria marxista dello sviluppo capitalistico del «Capitale».

La teoria leninista dello sviluppo capitalistico non è una innovazione rispetto al «Capitale»: ne è, invece, una rigorosa e conseguente applicazione, uno viluppo strettamente coerente e fecondo.

Non possiamo in questa sede illustrare, neppure a grandi linee, la teoria leninista dello sviluppo capitalistico. La complessità e la quantità dei suoi aspetti ce lo 8impediscono ed, ovviamente, una adeguata illustrazione richiederebbe uno studio organico e specifico che non mancheremo di fare anche perché, a nostro avviso, si è troppo trascurato questa importantissima parte del pensiero di Lenin. Diremo di più: una conoscenza preliminare di quella che noi definiamo la teoria leninista dello sviluppo capitalistico è indispensabile per la comprensione di molte tesi e posizioni, per non dire tutte, di Lenin che possono sembrare «politiche» ma che in realtà poggiano su di una approfondita analisi economica. Una lunga serie di problemi politici risolti e impostati da Lenin è stata, in effetti, impostata e risolta in sede di analisi economica, in sede di teoria economica. Se non si conosce perfettamente come Lenin concepisce lo sviluppo economico del capitalismo, non solo in Russia ma su scala mondiale, non si riesce neppur a comprendere la sua concezione strategica.

In definitiva, la strategia leninista ha le sue salde basi nella concezione scientifica dello sviluppo del capitalismo. Questo vale per il 1905 come per il 1917. Questo vale in generale per il Partito rivoluzionario, in qualsiasi fase storica in cui si trovi ad operare; tanto più vale per il presente, tanto più vale in quanto la concezione scientifica dello sviluppo capitalistico è la condizione prima della strategia del Partito e un dato costante per l’esistenza stessa del Partito. Il Partito non può operare se non ha una precisa concezione dello sviluppo della realtà in cui opera e per avere una tale concezione deve possedere precisi strumenti di analisi, deve possedere una metodologia scientifica.

La strategia leninista del 1905 non era, quindi, «una» strategia del proletariato, ma era «la» strategia del proletariato. Se non possiamo illustrare tutta la teoria di Lenin sullo sviluppo capitalistico che è alla base della sua strategia, possiamo però indicarne due aspetti fondamentali che possono contribuire a far meglio comprendere la sua strategia, da un lato, e, dall’altro, il carattere non scientifico della strategia di Trotsky. In tutta la sua analisi dello sviluppo capitalistico in Russia, Lenin giunge ad una classificazione – anche statistica – del proletariato, che si distingue non solo da quella di Trotsky ma pure da quella tradizionale di un Kautsky, ad esempio. La classificazione di Lenin del proletariato in Russia è una classificazione che si differenzia da quella convenzionale. Lenin analizza tutto il mercato della forza lavoro e quindi anche la vendita della forza-lavoro che avviene in modo parziale non costante.

Introducendo questo criterio di analisi, Lenin segue tutto il processo della proletarizzazione in tutti i suoi stadi e giunge ad una valutazione della popolazione proletaria differente da quella di Trotsky e comunque più alta.

Non possiamo qui spiegare come Lenin giunga a queste conclusioni. Le conseguenze strategiche appaiono, però, ovvie una volta accettata l’analisi di Lenin. La «dittatura democratica degli operai e dei contadini» sarà la più potente leva strategica per accelerare il processo di proletarizzazione e per fare uscire da una rivoluzione democratico-borghese un potente proletariato, cosciente, organizzato, guidato da un forte Partito marxista, come mai è accaduto nella storia delle altre rivoluzioni borghesi. Ma se il processo di proletarizzazione era così intenso – potrebbe obiettare un sostenitore della strategia di Trotsky – più intenso di quanto lo concepisce lo stesso Trotsky, non era questa una ulteriore ragione valida per ritenere matura e possibile la «dittatura del proletariato» nella rivoluzione del 1905? Non era una ulteriore conferma del ruolo predominante del proletariato di fronte alle altre classi e della possibilità oggettiva di dare una soluzione socialista ai problemi che una rivoluzione democratico-borghese non aveva più la capacità o la forza di risolvere?

E’ proprio l’intenso processo di proletarizzazione, registrato dall’analisi di Lenin, a contraddire l’impostazione di Trotsky. Se la differenziazione di classe nell’economia russa è giunta ad un grado così alto vuol dire che il capitalismo si sviluppa in un modo impetuoso, vuol dire che ha dimostrato la capacità di sapersi sviluppare in un modo rapido, e ciò che è più importante, vuol dire che ha la possibilità oggettiva di svilupparsi in un modo ancora più rapido. Analizzando gli ultimi decenni dell’800 Lenin aveva già dimostrato che il ritmo di sviluppo del capitalismo russo era stato superiore a quello dei capitalismi europei ed aveva enunciato la tesi – oggi contrabbandata come «nuova» e «socialista» – secondo la quale il capitalismo russo aveva tutte le possibilità di avere un ritmo vicino se non superiore a quello americano.

La Russia con le immense possibilità di sviluppo dei mercati interni può diventare in Europa ciò che sono gli Stati Uniti d’America, pensa Lenin. Sul futuro del capitalismo russo si presentano due vie: il «binario tedesco», la soluzione alla Bismark, o l’«assalto democratico», la soluzione americana con i contadini che diventeranno «farmers» e i contadini semiproletari e proletarizzati che diventeranno operai.

La scelta strategica del Partito rivoluzionario operaio diventa chiara: partecipare all’«assalto democratico», prenderne la direzione, non per dare impossibili soluzioni socialiste allo sviluppo economico ma per spingere a fondo tutte le forze capitalistiche. Da questo «assalto democratico» una volta che le forze capitalistiche si sono installate come classe dirigente, il proletariato e il suo Partito ne usciranno enormemente rafforzati ed in grado ormai di porre all’ordine del giorno l’obiettivo di una rivoluzione socialista e della dittatura del proletariato.

Per comprendere la grandezza e la suggestione della concezione strategica di Lenin basterebbe immaginare la storia dell’Ottocento americano con la presenza determinante di un Partito rivoluzionario operaio che avesse posto alla base della sua attività una strategia marxista di questo tipo!

Da tutto ciò si vede come era radicalmente diversa la premessa da cui partiva Trotsky. Già nella sua opera sul 1905 e, a più di vent’anni di distanza, nella sua «Storia della rivoluzione russa» Trotsky enuncia alcune «particolarità» della storia russa che, secondo il suo pensiero, hanno permesso la rivoluzione d’ottobre e la cui teorizzazione, a nostro avviso, costituisce un fondamento della sua strategia.

Anche per questa parte del pensiero di Trotsky possiamo lamentare quanto abbiamo già detto nei confronti della teoria dello sviluppo capitalistico di Lenin: che sia stata troppo trascurata e che non abbiamo la possibilità di illustrarla. Livio Maitan, che per la pubblicistica borghese e del PCI passa come il maggior studioso di Trotsky in Italia, nella sua introduzione alla recente ristampa della «Storia della rivoluzione russa» neppure ne parla!

Su una di queste «particolarità» teorizzate da Trotsky sarebbe bene, però, soffermarci: cioè sulla estrema lentezza dello sviluppo del capitalismo in Russia e sulla conseguente influenza del capitale finanziario europeo sull’economia russa. I due fenomeni per Trotsky sono interdipendenti e, in qualche modo, complementari: da questa particolarità della situazione russa ne deriva, perciò, non solo la necessità ma soprattutto la possibilità dello sviluppo della rivoluzione socialista come tappa riavvicinata della rivoluzione in permanenza durante la quale il proletariato, mentre è costretto a risolvere i problemi che la borghesia non è capace di risolvere, pone già problemi socialisti ed instaura di fatto la sua dittatura. Partendo dalla premessa di un lento sviluppo capitalistico in Russia Trotsky non poteva che arrivare a quelle conclusioni strategiche.

Ma è la premessa che non è dimostrata, mentre le conclusioni strategiche di Lenin sgorgano da una analisi di fondo e sono dimostrate e verificate scientificamente.

Il confronto tra l’analisi dello sviluppo capitalistico fatta da Lenin e la teorizzazione delle «particolarità» russe compiute da Trotsky meriterebbe uno studio approfondito che ci permetterebbe di esaminare anche da questo punto di vista specifico il rapporto che intercorre tra Partito rivoluzionario e strategia.

Ci basta, per ora, aver stabilito, sulla scorta di uno dei maggiori esempi della storia teorica e politica del movimento marxista rivoluzionario, l’inscindibile dipendenza della strategia dalla analisi scientifica.

La strategia non può essere un insieme di regole tratte da un corpo di enunciazioni teoriche sulla lotta delle classi. La strategia è, invece, il risultato di un’analisi scientifica di una determinata fase delle lotte delle classi. Essa è l’essenza del Partito rivoluzionario perché senza analisi scientifica e conseguente strategia il Partito non può vivere, ma vegeta invece come setta propagandistica.

 

 

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