Arrigo Cervetto – Relazione sull’enunciato (Tesi di Pontedecimo)

Possiamo iniziare questa nostra relazione – che non è soltanto illustrativa ma anche interpretativa, tanto da costituire una parte integrante della tesi – cercando di spiegare e di giustificare teoricamente il titolo che abbiamo dato a questa tesi (Sulla liquidazione dello stato come apparato di classe) e cominciando a domandarci perché abbiamo ad esempio detto liquidazione dello stato e non abolizione dello stato come si è detto tante volte da parte di certi anarchici, e non estinzione dello stato come si è detto e come si continua a dire da parte di marxisti di varia osservanza.

Perché?

Perché con la formula abolizione dello stato (o anche distruzione, demolizione etc.) si vollero sempre rilevare due aspetti della fine dello stato, congeniali ad una certa impostazione: in primo luogo si volle rilevare l’azione soggettiva di un gruppo politico contro lo stato ed in secondo luogo la fulmineità o quasi di questa azione; e perché d’altra parte con la formula estinzione dello stato (o anche deperimento, assopimento etc.) si vollero segnalare altri due aspetti del tutto opposti e corrispondenti ad una diversa impostazione: in primo luogo si volle segnalare il processo tutto obiettivo che metteva capo alla scomparsa dello stato ed in secondo luogo la gradualità di questo processo.

Ora entrambi queste impostazioni si sono rivelate insufficienti: come non ha senso una azione forzosa per abolire lo stato se non vengono meno le condizioni che ne determinano la presenza storica, cosi non ha senso un processo spontaneo di estinzione dello Stato senza l’intervento di forze agenti che operino questa estinzione.

Perciò in linea con la teoria del blocco storico noi abbiamo adottato il termine di liquidazione dello Stato (tanto caro al Bakunin ed accettato dal Marx) che ci sembra ben comprendere il concorso unitario di tutti gli elementi volti ad eliminare lo stato e la sua stessa possibilità.

CHE COSA E’ LO STATO?

Ma che cosa è lo stato?

Questo avremmo dovuto domandarci fin dall’inizio perché sulla definizione che noi daremo dello stato si baserà anche la teoria della sua liquidazione.

Tenendo conto di tutti i tipi passati e di tutti i tipi correnti di stato noi possiamo trovare la definizione dello stato nella formula stessa di apparato di classe. Ma questa formula resterebbe incompleta ed equivoca se noi non specificassimo bene che con il termine classe noi intendiamo riferirci (e dato che parliamo dello stato, il riferimento è implicito) alla classe per eccellenza: la classe dominante.

Se infatti noi ci limitassimo a interpretare stato = apparato di classe perpetueremmo l’equivoco, introdotto da incauti teorici, per cui oggi ogni apparato di classe, anche quello della classe subalterna, viene fatto passare come stato potenziale od attuale, mentre non ha né può avere i connotati statali.

Solo la classe dominante è la classe per eccellenza in quanto difende la sua stessa natura classista, tende a conservare e non già a disfarsi di questa sua natura; e perciò solo la classe dominante può identificarsi nello stato in quanto è proprio la prerogativa del dominio che le imprime i segni della statalità.

Si potrebbe controbattere a questo punto che anche la classe subalterna nell’atto in cui rovescia e schiaccia il suo diretto antagonista assume questi segni della statalità, finisce per porsi come nuova classe dominante.

Una obiezione di tal genere prescinde dai caratteri stessi del dominio di classe: si intende infatti per dominio non già la pressione violenta intesa ad annientare il proprio antagonista e quindi a dissolvere con esso ed in esso tutto il rapporto di violenza ma piuttosto la potestà costituita (e codificata) di un gruppo egemone che al tempo stesso esprime ed opprime il suo antagonista, percuote e suscita il gruppo subalterno sul quale esso mantiene la base necessaria della sua stessa egemonia.

STATO STRUMENTALE E STATO FUNZIONALE

Definiti così i peculiari tratti classisti ed egemonici dello stato ci resta da notare come la formula da noi adottata stato = apparato di classe sia atta ad indicare tanto quei tipi di stato nel quali l’apparato ha solo un valore strumentale (lo stato come organizzazione politica di repressione in pugno alla classe egemone, (agente d’affari della borghesia, cane da guardia del regime capitalista) quanto quei tipi di stato nei quali l’apparato ha addirittura un carattere funzionale (lo stato come organizzazione generale della classe egemone; come classe egemone organizzata). Nella prima ipotesi abbiamo la formula stato = sovrastruttura; nella seconda ipotesi abbiamo la formula stato = struttura + sovrastruttura.

Perciò con la definizione stato come apparato di classe abbiamo inteso comprendere entrambi i casi-limite e tutti i casi intermedi, anzi abbiamo voluto indicare nell’atto del suo sviluppo lo stesso processo di unificazione e di concentrazione della classe (teoria del potere unificato) che nello stato, nel suo momento statale trova la sua sintesi e la sua massima affermazione egemonica.

E’ noto come sia proprio una tendenza dello stato nell’epoca imperialista, dello stato imperialista per meglio dire, quella di superare ogni antinomia fra i gruppi egemoni in politica ed in economia e di fondere in un unico blocco le forze detentrici della potenza economica e del potere politico, sia per accrescerne il peso repressivo all’interno sia per aumentarne la pressione espansiva all’esterno. Nello stato imperialista abbiamo una perfetta interdipendenza, una crescente circolarità ed alla fine l’unità del politico e dell’economico. Lo stato non è più uno strumento; esso è un campo di forza.

Questo fenomeno caratterizzato dalla integrazione totalitaria dei vari gruppi insediati nelle banche e nei ministeri, nel trust e nei parlamenti, non disorganizza il rapporto struttura-sovrastruttura ma lo organizza in una forma ancor più coerente e, nel nostro campo, comporta il superamento di quelle teorie che sopravvalutavano ora l’aspetto politico ora l’aspetto economico della lotta di classe, tendendo sempre ad una scissione tattica ed inclinando spesso sia verso la partitocrazia parlamentare sia verso il lavorismo sindacalista; due perniciosissime forme di anemia rivoluzionaria.

Ma tuttavia una differenza tra l’economico e il politico (cioè fra struttura e sovrastruttura) risorge in sede di strategia rivoluzionaria. Qui si tratta di distinguere nella società capitalista ciò che è contenuto e ciò che è forma, ciò che attiene al sostantivo società e ciò che attiene alla qualifica di capitalista; e nelle forme più concentrate dello stato imperialista, si tratta di dissociare ciò che è superfluo da ciò che è essenziale dentro lo stato, di liberare in altri termini la socialità dagli schemi della statalità.

UNA FORMULA FALLITA

Il problema è stato fino ai tempi recenti risolto con la formula della conquista del potere politico. Ma questa è ormai una vecchia frase di propaganda, tratta di peso dalla letteratura borghese e buona solo per i racconti mitologici sulla rivoluzione o per le chiacchierate sulla tecnica del colpo di stato.

Le magiche parole conquista del potere politico hanno già apportato parecchio danno alla classe operaia, sia per le loro disastrose conseguenze dal punto di vista pedagogico (masse e minoranze che non si pongono più attivamente e realisticamente i problemi rivoluzionari ma si trastullano nel miraggio del potere) e dal punto di vista politico (masse e minoranze che finiscono per cadere nel trasformismo, per farsi conquistare dal potere politico borghese, illudendosi di conquistarlo).

In realtà la formula del potere politico non significa proprio niente a) perché il potere politico rappresenta la parte metafisica del potere; b) perché non può avere carattere finale bensì strumentale, ma come tale rinnega radicalmente il fine preposto; c) perché la classe operaia vittoriosa non può conquistare il potere politico se non tramite un gruppo politico limitato, essendo la esclusività ed il monopolio, oltreché la supremazia, caratteri distintivi del potere; e per questo fatto stesso della assunzione al potere quel gruppo politico si scinde, si stacca dalla classe, non fa più parte di essa, la sovrasta e la opprime.

Una conquista collettiva e diretta del potere politico da parte della classe significherebbe la polverizzazione stessa del potere politico, la distruzione del suoi caratteri distintivi di supremazia, di esclusività e di monopolio; in altri termini non si tratterebbe più di conquista ma di liquidazione, così come avviene per opera delle organizzazioni proletarie di massa che vuotano lo stato del suo contenuto e per opera del movimento politico di classe che ne infrange l’involucro.

Per questo se di conquista del potere si vuol parlare bisogna specificare che si tratta di conquistare il suo reale contenuto, si tratta di espropriarne le strutture e di spezzarne tutto l’apparato sovrastrutturale.

IL PARADOSSO DELLA DITTATURA

Analoghe osservazioni valgono per la formula dittatura del proletariato tanto gradita al palato di tutti gli opportunisti. Questa formula si presenta anzitutto come una doppia incongruenza logica.

Perché o si concepisce propriamente la dittatura come dominio di una minoranza sulla maggioranza ed allora bisogna rinunciare ad investirne tutto il proletariato (per riservarla ad un gruppo politico distinto dal proletariato, sovrapposto al proletariato) oppure la si concepisce impropriamente come dominio della maggioranza su una minoranza (a proposito della affermazione vittoriosa del proletariato sui resti della borghesia disfatta come classe) ed allora l’istituto eccezionale della dittatura è un pleonasmo, bastando alla maggioranza per le necessità della sua difesa la efficienza della sua organizzazione sociale e quindi una vigilanza generalizzata.

Del resto chiunque abbia una certa sensibilità avverte quanto sia grossolana ed imprecisa questa espressione dittatura del proletariato, quando vuoi indicare quasi un cambiamento delle parti fra borghesia e proletariato, un rovesciamento meccanico di situazioni, il passaggio dello knut del potere da un gruppo sociale ad un altro, grazie ad un salto tanto spettacolare quanto utopistico.

Se poi per dittatura del proletariato si voglia intendere la supremazia della classe operaia su altri strati subalterni (piccoli proprietari immiseriti, artigiani pauperizzati, popolo minuto etc.), essa è altrettanto inconcepibile secondo il rapporto meccanico implicito nel concetto di dittatura.

Quanto sopra detto vale anche per le formule stato operaio o stato socialista o stato proletario.

Infatti, come non si risolve il problema variamente accoppiando stato a popolo (lo stato libero popolare criticato da Bakunin e dallo stesso Marx) così non si fa avanzare di un pollice la stessa questione, declinando a fantasia … il sostantivo stato con quei vari aggettivi.

Laddove c’è stato c’è una classe dominante, laddove c’è una classe dominante c’è una classe (diciamo una classe, non i suoi fossili) dominata, laddove permangono dei contrasti di classe, ivi persiste il germe del particolare e del contraddittorio.

Un mondo nuovo che vuol porsi sul piano dell’universale non può iniziare il suo cammino che sulla linea dell’anti-stato. Ma combinando i valori universali del proletariato in quanto società di produttori e del socialismo in quanto società senza classi con la parola stato non si fa che compromettere irrimediabilmente quei valori.

E per concludere questa rassegna di deformazioni piuttosto ideologiche che filologiche, di contraffazioni e di adattamenti, prendiamo in considerazione un’ultima risorsa del possibilismo teorico e pratico sul problema dello stato: il periodo transitorio.

IL SOFISMA DEL PERIODO TRANSITORIO

La teoria del periodo transitorio si fonda su un sofisma: la distruzione dello stato borghese non essere e non poter essere la distruzione dello stato in generale; lo stato sopravvive per un certo periodo anche dopo la disfatta della borghesia come classe.

Ora il fatto indicato in questo sofisma si può produrre solo a condizione che i presupposti stessi del sofisma (distruzione dello stato borghese e disfatta della borghesia come classe) non si siano prodotti.

Perché la distruzione dello stato borghese quando essa sia conseguentemente intesa ed eseguita, quando cioè essa sia completa, effettiva e definitiva, si identifica necessariamente con la distruzione dello stato in generale, così come la disfatta della borghesia come classe comporta la liquidazione dello stato e la temporanea liquidazione di qualsiasi possibilità di stato.

Infatti quando la rivoluzione non si limiti (limitando se stessa) alla soppressione fisica dei vecchi dirigenti od alla smobilitazione materiale dei gruppi egemoni o alla demolizione della macchina governativa ma pervenga fino all’affossamento della istituzione giuridica dello stato (le leggi e le consuetudini statali, di classe; procedimenti e prerogative gerarchiche, di classe; la stessa tradizione e lo stesso culto dello stato come dato psicologico collettivo), lo stato borghese, quale ultima e perfetta forma della statalità può dirsi distrutto, anche nei suoi schemi, anche nella sua sagoma.

Solo così lo stato crolla come sovrastruttura, l’elemento sovrastrutturale dovendosi individuare non solo nelle forze politiche o nell’apparato burocratico ma anche e soprattutto nell’organizzazione giuridica dello stato.

Non ha senso invece mantenere, come la teoria del periodo transitorio vorrebbe indicare, lo stato come una vecchia cornice, come uno stampo già usato, salvo che in esso non vengano ad inquadrarsi nuovi gruppi i quali vogliono trovare preparata la forma della propria egemonia e devono accettare di adagiarsi in quella forma e solo in essa.

Ma in tal caso si deve parlare piuttosto di distruzione parziale e provvisoria dello stato borghese (di una sua riduzione, come dicono i liberali) e quindi di una sua totale restaurazione.

Per questa ragione la teoria del periodo transitorio, fondata su un sofisma, è una teoria senza gambe, una teoria che non sta in piedi e non può camminare.

Questa teoria ipostatizza un periodo i cui lineamenti si perdono nel vuoto. Infatti il periodo transitorio segna il passaggio dalla società divisa in classi alla società senza classi ed allora non vediamo perché esso non possa identificarsi con l’atto rivoluzionario, ben determinato nel tempo al suo inizio dall’intervento insurrezionale del proletariato contro la borghesia ed alla sua fine dall’occupazione del mezzi di produzione e di scambio da parte delle organizzazioni proletarie di massa. In questo senso l’atto rivoluzionario è il solo possibile periodo di transizione, caratterizzato appunto dalla lotta fra il vecchio ed il nuovo, fra ciò che muore e ciò che nasce. (Noi preferiamo dire atto rivoluzionario piuttosto che processo, vecchia risorsa del gradualismo, anti-insurrezionale nelle premesse e anti-rivoluzionario nei risultati). Che senso può avere invece un periodo transitorio, successivo alla transizione rivoluzionaria, il quale fra l’altro dovrebbe distinguersi appunto per la rigidità e per la immobilità dei suoi istituti e quindi per la sua intransitorietà?

Oppure il periodo transitorio segna il passaggio dalla fase inferiore della società socialista alla sua fase superiore ed allora tutto il corso storico successivo all’atto rivoluzionario è una serie progressiva ed ininterrotta di transizioni, uno svolgimento continuo contraddistinto dalla assenza di conflitti di classe (e quindi della assenza dello stato) e dalla lotta della collettività contro la natura. Ma in questo caso non è esatto parlare di un periodo transitorio perché l’epoca post-rivoluzionaria è tutta un lento e perenne progresso. Una trasformazione graduale della natura, senza salti e senza scosse sociali.

La società socialista continuerà ad evolvere dalla sua fase inferiore alla sua fase superiore – sempre senza ombra di stato – secondo un processo dialettico in tutti i campi ad eccezione del campo della lotta di classe dove ovviamente non vi sarà più motivo di svolgimento essendo venuti a mancare i termini stessi dello svolgimento.

Ma in fondo i fautori dell’intermedismo non si riferiscono, quando parlano del periodo transitorio, né alla rivoluzione né al passaggio dalla fase inferiore della società comunista alla fase superiore; essi si riferiscono ad un certo inconcludente periodo che prima dell’Ottobre 1917 era nei partiti socialdemocratici quello della preparazione e dopo l’Ottobre 1917 è divenuto nei partiti comunisti quello del consolidamento, denominatore comune la presenza dello stato ora nella compartecipazione parlamentare o governativa del partiti “socialdemocratici, ora nella direzione statale da parte del partiti comunisti. Ed in entrambi i casi si tratta di stemperare e di svalorizzare l’atto rivoluzionario come passaggio netto, drammatico, assoluto dalla società divisa in classi alla società senza classi.

GLI ARGOMENTI DEGLI STATALISTI

Quali sono gli argomenti predisposti a sostegno di questa tesi?

Sono diversi ma il più ragguardevole ci sembra quello secondo il quale non è possibile passare dall’oggi al domani dalla società capitalista alla società socialista.

Per ribattere questo motivo, tante volte ricalcato, basta ricordare un’altra frase anch’essa di uso ormai diffuso e frequente: che solo sulla base del capitalismo, di una progredita organizzazione capitalistica può svilupparsi dialetticamente e un forte movimento operaio e una rivoluzione sociale vittoriosa e una nuova organizzazione economica su base socialista. Ma troppe volte questa frase viene interpretata in modo incompleto, a metà, sia pure senza tradirne il significato.

Infatti quando noi diciamo che il socialismo si sviluppa sulla base del capitalismo intendiamo dire che è il regime capitalista a generare la sua negazione, il socialismo, ma intendiamo anche dire che già entro le strutture, entro le viscere della società capitalista si agita il mondo socialista nascituro: si che il rapporto dialettico fra capitalismo e socialismo si configura non solo come opposizione del secondo al primo, ma anche come formazione del secondo entro (e naturalmente contro) il primo. Da questa interpretazione deriva poi il concetto della rivoluzione come operazione chirurgica per facilitare la uscita della società socialista dalla società capitalista.

E che significa ancora questo?

Significa che la società socialista si forma già prima della rivoluzione; forma già prima tutti i suoi organi vitali e compie, con la rivoluzione la sua entrata nella vita. E’ con la rivoluzione che la società socialista si rende autonoma, si libera del capitalismo e della sua sovrastruttura: lo stato. Ma essa può far questo perché possiede già nelle sue organizzazioni di massa, nei consigli di fabbrica, nelle collettività agricole, nel comitati popolari, organi capaci di autogoverno.

Perciò non concepiamo il passaggio dalla società divisa in classi alla società senza classi, come un mutamento realizzato dall’oggi al domani, anzi contempliamo oltre alla preparazione rivoluzionarla anche il consolidamento rivoluzionario (in che senso diremo più avanti).

Ma tutto questo non ci obbliga a rinnegare il concetto della rivoluzione come passaggio reale e concreto tra due mondi, il cui carattere più vistoso è costituito appunto dalla scomparsa dello stato come apparato di classe.

Un secondo argomento a sostegno della teoria del periodo transitorio si potrebbe così formulare: Come può la rivoluzione vittoriosa senza un adeguato apparato di difesa difendersi dagli eventuali conati di riscossa dei nemici di classe sconfitti? E come altrimenti potremo definire questo apparato di difesa se non stato naturalmente in periodo transitorio?

Potremmo rispondere che la rivoluzione si difende dagli eventuali conati di riscossa dei nemici di classe sconfitti nella misura in cui essa si afferma come rivoluzione, nella misura cioè in cui essa crea rapidamente le condizioni nelle quali nessun tentativo di restaurazione possa trovare elementi obiettivi cui aggrapparsi e sui quali far leva.

Poiché la borghesia non esiste più come classe omogenea essendo stata decapitata della sua potenza economica ed essendo stata amputata del suo potere politico e poiché non esiste più neppure genericamente come classe essendo stata sbaragliata come corpo sociale distinto, essa o meglio la sua ombra sarà tenuta a bada dalle stesse organizzazioni proletarie di massa in armi, attorno alle loro recenti conquiste.

Polche è inevitabile che la borghesia sconfitta – e non il proletariato – entri all’indomani della rivoluzione in una sorta di periodo transitorio e che i suoi rappresentanti, incapaci di integrarsi nella nuova società passino attraverso una fase di incertezza, di decadenza, di dissipazione (ma non per questo noi sentiamo il bisogno di teorizzare il disagio e la disperazione dei detriti borghesi!).

E la società socialista ha il dovere di neutralizzare questa sia pur minima causa di perturbamento sociale, favorendo l’assorbimento degli elementi ex-borghesi in un mondo che tende al massimo grado di omogeneità.

Questo compito può e deve assolverlo la società stessa, capillarmente, molecolarmente, senza alcun corpo burocratico speciale. E lo potrà fare se sarà una società socialista.

Ma la nuova società sarà socialista non solo se in astratto avrà alcune qualità intrinseche, ma se potrà avere queste qualità grazie a indispensabili condizioni estrinseche.

Queste condizioni si compendiano tutte in un determinato grado di sviluppo storico che realizza ad un tempo la crisi della vecchia società, la presenza di un cosciente movimento di masse, l’iniziativa di una ben organizzata e ben orientata minoranza-agente.

Questi fattori si riducono poi ad un solo: cioè all’esaurimento da parte della società divisa in classi di tutte le sue possibilità (e quindi alla produzione di tutti gli elementi atti a dissolverla).

Un terzo argomento a sostegno della teoria del periodo transitorio si potrebbe cosi formulare: “Come può la rivoluzione vittoriosa in un determinato paese difendersi dagli attacchi del capitalismo al potere in paesi contermini senza un adeguato apparato di difesa? E come potremo altrimenti definire questo apparato di difesa se non stato naturalmente in periodo transitorio?”.

Potremmo in questo caso rispondere che la rivoluzione affermatasi in un determinato paese si difende dai contrattacchi del capitalismo al potere in paesi contermini, annientando le sue basi di attacco. Ma la rivoluzione (che non può essere per il successo ottenuto in un dato paese nazionalizzata nei limiti di quel paese, e perciò identificata con la sua vita particolare, ma deve restare un fenomeno generale allineato sul fronte del proletariato internazionale in marcia) può annientare queste basi di attacco solo col concorso di tutto il proletariato, operante sia dallo esterno che dall’interno di queste basi. Ora il più decisivo contributo che la rivoluzione vittoriosa in un dato paese può dare alla distruzione delle superstiti centrali del capitalismo e quindi alla sua stessa difesa consiste nella totale affermazione delle sue istanze socialiste all’interno (solo ciò che arde, incendia e propaga l’incendio, direbbe Volin). La totale affermazione di queste istanze non sta in contraddizione con le necessità contingenti della difesa ma ne favorisce il consapevole rafforzamento.

D’altra parte anche in questo settore della difesa rivoluzionarla non si può prescindere da condizioni obiettive che si compendiano nella riproduzione dei coefficienti che abbiamo elencato poco sopra. Solo quando l’organizzazione internazionale del capitalismo ha esaurito tutte le sue possibilità di sopravvivenza ed ha raggiunto il culmine della sua crisi, parificando e pianificando il suo ineguale sviluppo nei vari paesi, solo allora si pongono le condizioni per una vittoria internazionale della rivoluzione socialista e quindi anche per la risoluzione perfetta del problema della sua difesa. Fra queste due ipotesi estreme della rivoluzione che muore se parziale e circoscritta e vive se totale e diffusa, si producono i casi concreti di rivoluzioni aperte a successivi sviluppi nella misura in cui fluidificano attorno, nella misura in cui si trasmettono all’esterno, nella misura in cui non si trincerano, per la loro presunta difesa, nella necropoli dello stato.

Terminata cosi la rassegna critica di alcune tradizionali formule sui rapporti fra stato e rivoluzione illustriamo brevemente i cinque punti dell’enunciato delle nostre tesi che definiscono positivamente la nostra posizione sul problema.

Il primo punto insiste sulla simultaneità della liquidazione della borghesia come classe e dello stato come apparato di classe; il secondo punto mentre dissocia nello spazio, associa nel tempo i compiti delle organizzazioni proletarie di massa e del movimento politico di classe, insistendo sulla necessità di realizzare contemporaneamente entrambi gli obiettivi fissati al postulato primo; il terzo specifica il compito del movimento politico di classe; il quarto punto specifica il compito delle organizzazioni proletarie di massa; il quinto punto riassume e conclude nel superamento di ogni antinomia tra struttura e sovrastruttura tutto il processo rivoluzionario.

TRE QUESTIONI

Per dare una più estesa interpretazione di questi cinque postulati e completare così la nostra esposizione, porremo ora tre ordini di questioni:

PRIMA QUESTIONE: Quale senso ha, ai fini della liquidazione dello stato la differenziazione dei compiti fra organizzazioni proletarie di massa e movimento politico di classe?

Il problema della differenziazione dei compiti fra organizzazioni proletarie di massa e movimento politico di classe e quindi il problema del rapporti fra queste due forze è un tema così vasto da meritare una trattazione a parte in una speciale tesi programmatica da elaborare in seguito.

Per ora conviene limitarsi a considerare una sorta di divisione del lavoro fra questi elementi rivoluzionari nei confronti dello stato.

Le organizzazioni proletarie di massa che aderiscono strettamente alle strutture sociali e le avvolgono con la loro vita, col loro lavoro costituiscono la forza più atta ad impadronirsene direttamente, non appena si allenti su di esse la morsa dello stato; il movimento politico di classe, punta avanzata delle masse in movimento è a sua volta la forza qualificata ed investita dal processo storico del compito di attaccare con un preciso orientamento teorico e tattico, nello stato, le difese esterne del regime borghese.
La divisione non è né può essere schematica non solo perché queste due forze si influenzano a vicenda ma anche perché nell’azione reale come le masse intervengono attivamente nella lotta contro le istituzioni statali cosi la minoranza partecipa fin dall’inizio all’opera di espropriazione materiale dei mezzi sociali; ma con la distinzione, in sede teorica, di questi due compiti, si sottolinea meglio la loro complementarità, la loro inscindibile interdipendenza. La distruzione del potere statale si risolverebbe, in caso di ipotetico successo, in una superficiale smantellatura del regime borghese se non gli venissero sottratte le sue basi economiche; come l’occupazione di queste basi, sempre in caso di ipotetico successo, si risolverebbe in una effimera conquista, se non venissero estirpate le branche dello stato sempre pronte a ricalarsi su di esse.

SECONDA QUESTIONE: Il movimento politico di classe non è anch’esso una forma di stato o di semistato in periodo transitorio?

Prima dell’atto rivoluzionario il movimento politico di classe è fin dal suo sorgere una eminente forza antistatale per natura (esso è il prodotto storico della classe subalterna, non della classe egemone), per la sua forma (non si organizza al suo interno secondo lo schema giuridico dello stato), per la sua attività (non partecipa ad alcuna gestione statale o controllata dallo stato, come ad esempio il parlamento).

Ogni suo rapporto con lo stato si risolve in un conflitto radicale.

Durante l’atto rivoluzionario, come abbiamo già dimostrato, la violenza organizzata non porta alcun segno della statalità ma si svolge come una storica negazione.

Dopo l’atto rivoluzionario il movimento politico di classe si reintegra obiettivamente nel corpo sociale perché a prescindere da elementi soggettivi (come la sua formazione ideologica, il suo particolare tipo di organizzazione federativa astatale e tutta la sua precedente azione volta a sviluppare l’iniziativa e a liberare la capacità d’autogoverno delle masse) che lo condannano a questa reintegrazione, manca qualsiasi base obiettiva ad un suo irrigidimento burocratico; gli mancano le strutture economiche ormai sotto il diretto controllo delle masse, gli mancano le sovrastrutture politiche che esso stesso ha distrutte, ed ogni conato di irrigidimento a carattere arbitrario-individuale è destinato ad essere neutralizzato e represso da una reazione naturale funzionale, automatica della società socialista senza neppure che l’incidentale contrasto si riproponga secondo un rapporto di classe.

TERZA QUESTIONE: Le organizzazioni proletarie di massa non sono anch’esse una forma di stato o di semistato in periodo transitorio?

Le ragioni addotte per il periodo pre-rivoluzionario e rivoluzionario a proposito del ruolo antistatale dal movimento politico di classe valgono a maggior titolo per le organizzazioni proletarie di massa. Per il periodo post-rivoluzionario basti osservare che le organizzazioni proletarie di massa non si informano a stato perché esenti da ogni attributo di esclusività e di egemonia e non rappresentano alcunché di transitorio perché rappresentano la stabile struttura della società socialista (dove riaffiora la contraddizione degli statalisti che quando, per necessità polemica, identificano la evanescente dittatura del proletariato con le organizzazioni di massa concludono, con l’illativo deperimento delle stesse, nell’annientamento della società socialista). Inoltre per questo periodo si pongono molteplici quesiti circa le nuove forme astatali della società senza classi (ad esempio sul rapporto maggioranza-minoranza, sugli organismi di sevizio, ecc.) Qui vogliamo limitarci a rispondere ad uno solo: se e come le organizzazioni proletarie di massa risolvono il rapporto accentramento-decentramento.

Infatti questa alternativa è una delle tante truffe alternative della democrazia borghese, entro la quale la dittatura di classe si manifesta selvaggia e feroce, tanto in organismi accentrati quanto in organismi decentrati. Per questa ragione la rivoluzione operaia distrugge il potere in tutte le sue manifestazioni e in tutti i suoi nidi, al centro e alla periferia, dissolvendo e superando l’antinomia accentramento-superamento.

E’ evidente che distrutto il potere, impiantata una efficiente organizzazione federativa, alcuni servizi possono assicurare il massimo di rendimento tecnico con una struttura accentrata (per esempio un ufficio generale di statistica e o le ferrovie), altri con una struttura decentrata (ad esempio un ufficio di coordinamento per un settore economico localmente autarchico o un servizio assistenziale), altri ancora con una struttura accentrata-decentrata al tempo stesso (una scuola ambulante di agricoltura, una stazione di trattori etc.).

Cosi terminiamo la nostra sommaria esposizione che ha voluto prescindere da ogni riferimento storico o polemico, essendo stati questi aspetti del problema, trattati nella relazione sul preambolo.

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