Sergio Motosi dirigente e teorico dell’internazionalismo marxista

Apparso su  “Lotta Comunista” n.386, ottobre 2002

Il compagno Sergio Motosi è mancato improvvisamente il 12 ottobre. Pubblichiamo i passi salienti della commemorazione funebre.

La natura, a volte, è spietata e matrigna con i suoi figli migliori. Con Sergio Motosi se ne va uno di questi, mancato improvvisamente il 12 ottobre scorso. Per noi se ne va il compagno Motosi, uno dei rappresentanti più prestigiosi di quella generazione di rivoluzionari che arriva alla scienza marxista alla fine degli anni ’60. Figli della “Tattica leninista nella crisi della scuola”, il saggio di Cervetto che rappresenta e sintetizza nella storia dello sviluppo organizzativo del nostro partito una cesura, quel «passo pratico» verso la lunga strada che ci porta ad oggi.

Cervetto sapeva parlare ai giovani, Motosi poco più che ventenne era uno di questi, uno di quelli che seppe ascoltarlo. Fu il trascinatore di quella prima generazione di giovani studenti universitari che vollero ascoltare Cervetto.

Motosi nacque nel 1946 a Pagliari, uno di quei quartieri operai di La Spezia tipici degli anni ’50. È uno dei rappresentanti di quei giovani di tradizione operaia che, ancora non molto numerosi, studiavano, frequentavano il liceo scientifico per arrivare all’Università.

La nostra battaglia tra gli studenti universitari, alla fine degli anni ’60, per il diritto allo studio per i figli degli operai si rivolgeva a questi giovani. Motosi ne conosceva il modo di pensare, era cresciuto con loro. Di quella esperienza porterà sempre il ricordo delle discussioni con i giovani operai, discussioni che spingevano a essere concreti, a cercare il modo migliore per popolarizzare, per farsi capire. Questa sua passione per rendere comprensibile, visibile, in qualche modo immediata anche la tesi scientifica più complessa non lo abbandonerà mai, sarà una sua indelebile caratteristica.

Quando nell’autunno del 1965 si iscrive alla facoltà di Ingegneria di Genova ha tutte le qualità per diventare un ottimo ingegnere. Ha tutte le qualità, ironia, simpatia, capacità di farsi ascoltare, per diventare un ottimo dirigente politico. È subito un pupillo dei dirigenti dell’UGI, l’associazione degli studenti universitari influenzata dal PCI. È in quel periodo di rottura ideologica e di accanite discussioni che incontra, grazie al compagno Aldo Pressato, Lotta Comunista.

Il nodo fondamentale da affrontare era la natura sociale dell’URSS. Per un giovane dei quartieri operai di La Spezia, impegnato politicamente dai primi anni dell’adolescenza, la sola ipotesi che un tale problema esistesse era di per sé rivoluzionaria. Il socialismo riassumeva ogni ideale e speranza di emancipazione sociale, ogni obbiettivo per cui valeva la pena studiare, emanciparsi per emancipare gli altri. Questo si confondeva con il mito dell’URSS, del socialismo in un solo paese. Era il «falso socialismo», che si presentava come l’erede legittimo della Rivoluzione d’Ottobre e fagocitava anche i giovani migliori.

Motosi non era e non è mai stato un istintivo, aveva bisogno di comprendere a fondo perché aveva bisogno di spiegare agli altri. La precoce militanza nella FGCI non lo aveva fatto diventare un fideista: il fideismo, questo tratto così marchiante della cultura dello stalinismo e del PCI, non poteva fare breccia nella sua mente di ricercatore e indomito osservatore. La prospettiva di carriera politica che per molti della sua generazione e di quelle successive fu lo sbocco naturale della loro cultura fideista, non era in grado di scalfire la sua giovane e robusta scorza morale, la sua onestà intellettuale.

Motosi non si affascinò subito per le teorie di Cervetto, ma fu il primo, di quella nuova generazione di studenti a cui Cervetto parlava, che ne comprese sino in fondo tutta la potenza rivoluzionaria. Solo allora divenne la passione della sua vita. Non ebbe timore a ricominciare da zero. Proprio la piena consapevolezza della difficoltà dell’impresa lo entusiasmava e lo rendeva capace come pochi di propagare il suo entusiasmo. Contagiò tutti quelli della sua generazione che ebbero la fortuna di essergli vicini. Motosi aveva la tempra del trascinatore!

Il compagno Motosi inizia il suo lavoro rivoluzionario alla Casa dello Studente di corso Gastaldi a Genova. Ma già nel 1969, dopo due anni, è inviato a dare nuova vita al nostro nucleo di Milano. Era una difficile partita: a Milano mancava il retroterra di gruppi operai come aveva Genova grazie al lavoro della generazione di Lorenzo Parodi e Aldo Pressato, capace di tenere alta la bandiera del leninismo nelle grandi fabbriche roccaforti del PCI.

Dalle lotte tradeunioniste e dalla crisi delle ideologie che caratterizzarono la fine degli anni ’60 erano usciti movimentismo e spontaneismo; il PCI ne era scalfito. La nuova ondata di massimalismo non si poneva il problema di tagliare il cordone ombelicale che la legava al ventre del PCI, alla sua ideologia del capitalismo di Stato. Per molti, la soluzione fu l’abbraccio al maoismo. Fu salutato da vecchi arnesi del partigianato, illusi di rinnovare le icone decrepite dello stalinismo, e da giovani allevati al fideismo.

Tutte le gradazioni dell’opportunismo parlamentare, tutti i media alla moda, cercarono di utilizzare queste nuove correnti dell’ideologia borghese prodotte dallo squilibrio italiano, ne amplificarono la forza, divennero il “nuovismo” con cui civettare, in uno squallido gioco di ombre cinesi dagli esiti incerti. Solo il partito leninista poteva utilizzare questo squilibrio per trovare nuova linfa nelle energie giovanili da utilizzare per recuperare almeno in parte il suo ritardo storico.

O con il leninismo o con una delle varianti dell’ideologia borghese al servizio della classe dominante! Non c’era alternativa: di questo aveva coscienza Lotta Comunista e ne aveva coscienza l’avversario di classe.

La reazione contro di noi fu durissima, utilizzò tutti gli strumenti, dalla violenza aperta alla più meschina calunnia. La nostra generazione, la generazione di Motosi, ha impressi quegli anni nel suo DNA, alcuni anche nel corpo. La natura dell’opportunismo in tutte le sue varianti, in tutto lo spettro del suo massimalismo e del suo verbalismo, si concentrò contro la nostra organizzazione e i suoi militanti per impedire il nostro insediamento e i primi passi del nostro sviluppo. Non ci riuscirono. Il compagno Motosi, dirigente e fondatore dei Circoli operai di Milano, fu al centro di questo scontro.

Nel giro di tre anni, meno di un soffio di tempo, superò la prova della rottura ideologica con la tradizione impersonificata dal PCI, assimilò la lezione scientifica di Cervetto e la difese con totale dedizione. Dalla lotta teorica alla lotta pratica per la difesa dei princìpi che la teoria aveva scoperto, tutto nello spazio di un mattino. Non era facile a 23 anni, ma questo era il nodo da tagliare e questi erano i tempi che la lotta politica dettava. Ci volevano passione rivoluzionaria e convinzione granitica, dedizione alla causa, volontà ferrea e fiero coraggio. Di queste doti il compagno Motosi ne aveva da vendere.

La generazione di Cervetto, Parodi, Pressato aveva accumulato capacità di analisi scientifica ed esperienza politica per guidare il partito in ogni mare e in qualsiasi burrasca. Motosi si mise a disposizione e con giovani come lui Lotta Comunista intraprese il suo cammino. Dalla battaglia fondamentale per la difesa del partito e del suo insediamento prendono inizio le nuove fasi del nostro sviluppo. La dedizione alla causa, la militanza come scelta di vita, ha permesso il nostro sviluppo con il suo carattere bolscevico che lo rende il nostro compito inedito. E oggi possiamo vedere il nostro insediamento nel cuore industriale dell’imperialismo europeo come la nostra futura tappa.

Lo sviluppo del nostro partito richiama sempre tutti a compiti nuovi e inediti; la lotta politica è entusiasmante anche per questo. Dopo la direzione dei Circoli operai di Milano, Motosi è chiamato a svolgere lavoro centrale. Sono le esigenze del rafforzamento di quel giornale scientifico di cui il proletariato potesse esser giustamente fiero. Era il lavoro per fare di “Lotta Comunista” l'”Economist” della nostra classe, come spiegava Cervetto. Sono ben oltre il centinaio gli articoli che Motosi scrive per il giornale, mentre è letteralmente impossibile censire quelli cui contribuisce nell’attività collettiva di elaborazione. È in questa fase che Motosi diviene stretto collaboratore di Cervetto. Una funzione in cui sarà impegnato per decenni. È in queste contingenze che Motosi si mostra maestro nel tratteggiare le sfumature dei caratteri, i tratti farseschi della commedia umana degli uomini politici della borghesia.

La conoscenza scientifica, l’analisi strategica deve esser trasformata in strumento politico; la teoria nostra non è solo elaborazione scientifica ma lotta per insediare il partito e conquistare uomini alla prospettiva rivoluzionaria. È questo un processo difficile e appassionante. L’elaborazione strategica si condensa in “sintesi politiche” capaci di entrare in migliaia di teste e di rimanervi con la forza della certezza che plasma una concezione, un modo di essere.

In una fase storica difficile per il nostro partito, quando le forze per impostare un lavoro giovanile ancora mancavano e la classe operaia delle grandi fabbriche subiva i colpi della «politica imperialistica contro i salari», come titolava l’editoriale del nostro giornale nell’ottobre del 1975, si tentò la carta di una più puntuale agitazione.

Di qui nacque il documento nazionale e Motosi ne fu l’artefice principale. La crisi di ristrutturazione, il terremoto mondiale che colpì anche le sponde della penisola, vanificò il tentativo dei gruppi borghesi di trovare la soluzione nel solo aumento della produttività e la classe operaia dell’industria si trovò in balìa di una «ritirata disordinata». Il documento nazionale era il tentativo per facilitare ai nostri quadri giovani e di giovane esperienza l’aggancio con possibili settori di classe che fossero usciti da quel processo di delusione e scollamento dalle organizzazioni dell’opportunismo.

Il “documento” svolse la sua opera. Potremmo ricordare per la fresca attualità “Armi e potenze alla prova” del 1982 in merito alla guerra delle Falkland, che concludeva con Lenin: «Colui il cui pensiero non varca i limiti dei rapporti capitalistici non comprende che la classe operaia, se è cosciente, non può parteggiare per nessuno dei rapaci gruppi capitalisti».

Era tutto un lavoro alla ricerca della più efficace sintesi scientifica, svolto sotto la guida e spesso uscito direttamente dalla penna del compagno Motosi.

Motosi era la modestia impersonificata, ma se c’era un aspetto di cui andava fiero era la sua elaborazione sul terrorismo intellettuale piccolo-borghese. Il contributo alla scoperta di questa matrice di classe era stato un momento essenziale della sua osservazione ed elaborazione scientifica. Il risultato permetteva al proletariato di avere la bussola per decifrare e collocare nel suo posto controrivoluzionario il nuovo fenomeno che impegnerà la lotta politica italiana per anni.

Nella sua attività politica e di scienziato Motosi si rivelò in più occasioni attento analista della stratificazione sociale; sotto la sua lente passò il processo di immigrazione in Italia con i nuovi compiti che avrebbe posto al partito. Su sua sollecitazione venne “Proletari di pelle B”, che apparve sul nostro giornale già nel gennaio 1978.

Motosi non smetteva mai di osservare le modificazioni ancora impercettibili che potevano evidenziare la nascita di un fenomeno sociale nuovo. Era attento alla condizione degli strati profondi, che non partecipano alla politica nelle fasi controrivoluzionarie come la nostra, ma che sono di grande importanza durante il processo rivoluzionario come aveva mostrato il 1917 in Russia e il 1918 in Germania.

La sua lente era sempre puntata sulla diffusione del proletariato nel mondo, sull’estensione, le condizioni e le contraddizioni che sollecitavano trasformazioni in queste nostre «sostanze infiammabili».

Ma analizzare lo sviluppo del proletariato mondiale non gli bastava: se fosse stato umanamente possibile sarebbe salito in macchina per andare a osservarlo da vicino, dovunque al mondo esso si sta concentrando. Lo sviluppo del nostro partito allarga, oltre i normali orizzonti della nostra rete organizzativa, la nostra cerchia di contatti e le nostre conoscenze.

Motosi si era preso sulle spalle questo lavoro. A 50 anni era diventato poliglotta, sapeva francese e inglese, conosceva e studiava il russo e non si tirava indietro di fronte al tedesco. Erano strumenti per la sua pesca: lui, uomo di mare per eccellenza, sapeva che avrebbe potuto trovare altri pesci rari, come lui stesso era stato.

Questo in poche parole è il compagno Motosi che salutiamo con il dolore dentro di noi; il suo insegnamento, il suo modello di militante restano nei nostri cuori e nelle nostre menti.

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